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Alessandro Catalano, Sole rosso su Praga. La letteratura ceca tra socialismo e underground (1945-1959). Un'interpretazione, Bulzoni, Roma 2004, 331 pp., ISBN 88-8319-899-9, € 23.00


INTRODUZIONE:
Occuparsi della letteratura ceca degli anni cinquanta non è una cosa semplice: troppo vicine sono ancora le tensioni che hanno portato ai momenti drammatici di cui parla questo libro. Per di più, mentre in Germania si parla da anni al fenomeno della dilagante “ostalgia” e anche in Russia è iniziata una seria riflessione sulla cultura prodotta negli anni del socialismo, nella Repubblica ceca la cultura del quarantennio comunista continua a essere soltanto una presenza indesiderata che va liquidata in blocco come primitiva, volgare e rozza. Quello che si può (secondo alcuni deve) fare è recuperare una parte della cultura clandestina, con l’obiettivo dichiarato di ricostruire una continuità culturale con il periodo d’oro della cultura ceca tra le due guerre mondiali. A questo punto la storia della cultura ceca riassume le fattezze di un percorso lineare, solo parzialmente alterato da assurdi diktat politici che non hanno nulla in comune con la cultura in quanto tale. Naturalmente per giustificare questa visione bisogna interpretare in modo nuovo gran parte della cultura del novecento: in cima a questa nuova piramide dei valori troviamo ora la poesia spirituale perseguitata negli anni del comunismo e in fondo tutto ciò che ha civettato con l’ideologia allora dominante. Questo comporta naturalmente anche una decisa sottovalutazione del significato dell’avanguardia e la cancellazione di buona parte della storia del secolo scorso. In questo schema agli anni del socialismo viene riservato un ruolo negativo che è stato ben circoscritto da Groys: l’arte dello stalinismo non è altro che “tutto un martirologio, una storia di persecuzioni”.
Se la letteratura dello stalinismo è solo un tragico errore dovuto a sfortunate circostanze politiche, naturalmente non è nemmeno degna di essere studiata. Sintomatici sono stati i recenti dibattiti in occasione di una tardiva e poco riuscita mostra sul realismo socialista: il livello del dibattito non è andato oltre la questione piuttosto capziosa della legittimità di considerare o meno arte le creazioni ispirate al realismo socialista in campo artistico. Anche la scelta di utilizzare l’espressione dispregiativa “sorela” per distanziare ironicamente dall’oggetto dello studio rivela del resto in modo abbastanza chiaro l’approccio dominante. Come se il realismo socialista andasse ironizzato e squalificato fin dalla sua denominazione, in modo da poter poi, con la coscienza pulita, studiare la vera arte. Siamo di fronte a un processo di rimozione che è del resto simile a quello tante volte utilizzato dalla cultura ceca: se nell’immaginario collettivo restano ancora tabù i due secoli del barocco trionfante, ci vuole poco a eliminare quarant’anni ancora così vicini. In questo modo però ho l’impressione che l’analisi del perché la cultura ceca (e gran parte della cultura europea) abbia attraversato una fase di semplificazione culturale così drammatica continui a restare fuori dall’interesse di molti storici, come se il compito dello storico (e dell’intellettuale) fosse soltanto quello di incidere nella società contemporanea e non anche quello di tentare una ricostruzione (possibilmente) obiettiva del passato.
Gli anni cinquanta rappresentano al contrario un momento importante nella cultura ceca del novecento, troppo a lungo rimasto nell’ombra della ben più celebre primavera di Praga. Sono gli anni della formazione, molto diversa, dei tre grandi narratori cechi degli ultimi decenni, Milan Kundera, Bohumil Hrabal e Josef Škvorecký, sono gli anni delle migliori poesie di Vladimír Holan, della ricerca faticosa di una nuova poetica all’interno dei gruppi surrealisti e di tutto l’undergound. Cioè, per usare un vocabolo semplice ma poco preciso, l’epoca delle neoavanguardie. Ma allo stesso tempo è anche l’epoca di radicalismi e semplificazioni, che è semplice oggi scambiare per sterilità intellettuale. In realtà tutto ciò rischia di far dimenticare che sia la cosiddetta cultura ufficiale che quella underground hanno attraversato dopo la guerra un momento di intensa ricerca di nuove forme espressive, nel tentativo di trovare forme e contenuti capaci di incidere realmente sulla società. Il fallimento del progetto di trasformazione della società portato avanti dalla cultura socialista è un tema troppo vasto per essere affrontato in questo libro, che è invece dedicato alla febbrile ricerca di una nuova espressione letteraria capace di superare il divario che, nel dopoguerra, si era (per l’ennesima volta) aperto tra vita e letteratura.
Come è avvenuto in molti altri paesi, anche per la letteratura ceca la febbrile ricerca di nuovi codici, che ben conosciamo dal neorealismo italiano e dalle neoavanguardie mondiali, è stata costretta a confrontarsi con l’invasivo modello del realismo socialista. La presenza di uno schema forte, più ideologico che poetico, basato su uno slogan dal significato mai chiarito e forse proprio per questo così longevo, ha costretto per quarant’anni tutta la cultura a definire la propria collocazione in relazione al realismo socialista. Mentre la letteratura ufficiale si è avvicinata sempre di più, anche a livello simbolico, alla letteratura sovietica e si è allontanata in modo netto e consapevole dalle letterature occidentali, a livello sotterraneo, nonostante le mille difficoltà tecniche, il sistema letterario ha conservato contatti vivi con la tradizione culturale europea e ha permesso lo sviluppo di un'attività letteraria che ha tutto sommato seguito lo stesso percorso delle avanguardie occidentali. Certi eccessi e tonalità della letteratura ceca di quegli anni è infatti incomprensibile senza aver ben presente la gigantesca pressione sociale che li accompagnava.
La pretesa di fare della letteratura uno degli strumenti grazie ai quali si possono cambiare le menti degli individui e trasformare le strutture sociali tradizionali implicava infatti un uso di mezzi di propaganda sempre più raffinati e persuasivi. La rimozione di tutto questo complesso sistema porta a quella banalizzazione tipica dei nostri manuali scolastici: proprio come l’impero romano d’oriente è stato in decadenza addirittura un intero millennio prima di rendersi conto di rappresentare un relitto di un’epoca precedente e decidersi (finalmente) a scomparire, allo stesso modo il socialismo e il realismo socialista sono oggi spesso descritti come relitti storici in decadenza fin dal loro stesso apparire. La realtà dei fatti è naturalmente molto più complessa ed è ingenuo non rendersi conto che la ricchezza e la vastità di ciò che chiamiamo ”l’altra cultura”, non riconosciuta da quella ufficiale e spesso in polemica con essa e che emergerà dalla clandestinità prima (in modo parziale) nella parte finale degli anni sessanta e poi (in modo più convinto) dopo il 1989, è dovuta soprattutto alla necessità quasi esistenziale di contrapporsi all’esperienza del realismo socialista. Senza avere presente lo sfondo su cui sono nate, non solo le opere di Kundera, Hrabal e Škvorecký, Holan, ma anche quelle di Zbyněk Havlíček, di Egon Hostovký e di Egon Bondy, perdono molto della loro forza.
Continuare a ritenere quarant’anni di storia letteraria un’importazione più o meno casuale di elementi estranei non aiuta certo la comprensione di dinamiche drammatiche, ma che appartengono alla nostra storia e alla nostra cultura. Certo è comprensibile anche che per molti intellettuali sia difficile accettare fino in fondo il significato della scomparsa di un modello e della necessità di ridefinire non solo la propria poetica, ma anche la propria posizione in una situazione culturale molto diversa da quella delle lotte del samizdat. Cercando di ricostruire il significato e l’importanza di questa tappa della cultura ceca si è scelta la strada dell’analisi dell’evoluzione storica e letteraria di un sistema culturale ormai troppo diverso dal nostro. Soltanto osservando da vicino il formarsi (e trasformarsi) dello slogan del realismo socialista ci si rende conto fino a che punto la nostra visione del passato sia influenzata dall’idea che abbiamo oggi dell’arte, molto lontana dalle aspirazioni del dopoguerra, dove erano in primo luogo gli artisti stessi a reclamare il proprio inserimento in un sistema sociale e produttivo organizzato su basi nuove. Le lotte per l’allargamento o la restrizione dell’idea del realismo socialista rappresentano una parte integrante della storia del pensiero e della cultura del novecento, che ha riguardato non soltanto l’ambiente ceco, ma un po’ tutta la cultura europea. Proprio per questo motivo ho ritenuto opportuno non trascurare la cornice storica che ha accompagnato le lotte letterarie di cui parleremo e ha portato alla nascita di quella mitologia socialista che, sia per adesione che per contrapposizione, ha condizionato tutta la cultura ceca degli anni cinquanta.
Tutto ciò naturalmente si riflette sull’impostazione che ho dato a questo libro, anche se credo che esistano diversi modi di leggerlo: visto che si parlerà molto di avvenimenti storici e di politica culturale, consiglio a chi non ama questo tipo di legame tra storia e letteratura di leggere velocemente i primi capitoli e di concentrarsi soprattutto sulla seconda parte del libro; a chi invece cerca una chiave per comprendere, attraverso la ricostruzione delle ondate di chiusura e di apertura, le vicissitudini della cultura socialista ceca degli anni cinquanta consiglio di leggere la seconda parte alla luce di quanto raccontato nella prima. Bisogna inoltre aver ben presente che questo libro oscilla volontariamente tra due approcci diversi: quello della valutazione letteraria dell’opera, indipendentemente dal momento dalla sua ricezione, e quello della ricostruzione della storia del testo (inevitabile nei casi in cui tra scrittura e pubblicazione di un testo sono passati anche decenni). L’obiettivo era quello di fornire un’immagine non banale e quanto più possibile completa di quanto successo nella cultura e nella letteratura ceca nel corso degli anni cinquanta.
Naturalmente non sta a me valutare fino a che punto il tentativo sia riuscito.

Alessandro Catalano
















 
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