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Alessandro Catalano, La Boemia e la riconquista delle coscienze. Ernst Adalbert von Harrach e la Controriforma in Europa centrale (1620-1667). Premessa di Adriano Prosperi, Edizioni di storia e letteratura [Temi e testi 55, Serie Tribunali della Fede], Roma 2005, pp. XXVI-550, € 78, ISBN 88-8498-255-3.


Dopo la battaglia della Montagna bianca (1620) la Boemia, paese a maggioranza protestante, è stata sottoposta a un duro processo di ricattolicizzazione forzata, al punto da diventare in pochi decenni, soprattutto agli occhi dei viaggiatori occidentali, uno dei paesi più cattolici d’Europa. Benché si tratti di un processo drammatico che è stato accompagnato da violente polemiche (si pensi solo al trentennale conflitto sull’università praghese tra l’arcivescovo e la Compagnia di Gesù) la storiografia liberale del XIX secolo, che ha tabuizzato tutta l’età moderna della Boemia “cattolica” e “asburgica”, ha sempre descritto tutto il Seicento come un’epoca di immobilismo e oscurantismo. In realtà le tensioni all’interno del campo cattolico, pure senza mai sfociare in veri e propri conflitti, sono state invece di notevole intensità, così come del resto i contrasti tra potere temporale e potere secolare. Coordinata da un giovane vescovo che aveva studiato a lungo a Roma, Ernst Adalbert von Harrach (1598-1667), la Controriforma boema si presenta come un’eccellente cartina di tornasole non soltanto per ricostruire i meccanismi attraverso i quali la Chiesa si è riappriopriata dei propri fedeli, ma anche per valutare le strategie di propagazione delle fede messe in atto dalla curia romana nel XVII secolo. Lavorando a stretto contatto con la Congregazione de Propaganda fide l’arcivescovo di Praga (poi anche cardinale) elaborerà infatti negli anni Venti un imponente progetto di riconquista delle coscienze che, pur restando in gran parte sulla carta, costituirà la base dell’azione della Chiesa cattolica in Boemia quasi fino alla fine del Settecento. Dopo l’euforia seguita alla vittoria sugli eserciti dei protestanti la Chiesa boema sarà constretta a una dura lotta con il potere secolare per affermare la propria autorità ed è proprio nel corso di questi duri scontri che al servizio di Harrach si verranno a trovare alcune delle figure più originali del Seicento, in primo luogo Valeriano Magni e Juan Caramuel y Lobkowitz. Anche grazie alla loro presenza, la dialettica tra arcivescovo e gesuiti, alimentata dal duro confronto sull’istruzione che caratterizzerà tutto il suo vescovato, renderà in pochi anni Praga una delle città europee in cui più vivace è stato il dibattito culturale. Potendo inizialmente contare su un imponente sostegno politico alla corte imperiale (era ad esempio cognato del generalissimo Wallenstein) Harrach riuscirà a superare anche il grande momento di crisi del suo sistema di allenze attorno a metà degli anni Trenta e a restituire alla Chiesa boema un’immagine forte e indipendente rispetto al potere secolare. Se gli scontri, i conflitti giurisdizionali e le mutevoli alleanze che hanno accompagnato la vittoria del fronte cattolico sono sempre rimasti al di fuori della ricerca storiografica, sono invece proprio la frattura tra la rappresentazione propagandistica della Chiesa cattolica e la sua prassi quotidiana (fenomeno particolarmente evidente nel rapporto tra istituzioni ecclesiastiche e secolari) e le feroci contrapposizioni che hanno avuto luogo al suo interno (sia nel rapporto tra vescovo e ordini religiosi, sia nella distanza tra la realtà e l'ideale stabilito dai decreti del Concilio di Trento) a essere al centro di questo libro. Il modello di Carlo Borromeo, le polemiche che hanno accompagnato l’arrivo degli scolopi in Europa centrale e le alterne fortune della Compagnia di Gesù segnano il ritmo di un’azione vescovile sempre ostacolata da “strane“ alleanze tra segmenti della chiesa e istituzioni secolari. Essenziale per valutare obiettivamente il Seicento boemo è naturalmente il ritorno negli archivi che nascondono, e questo perfino nel caso di personalità così studiate come Wallenstein, ancora molte sorprese. Del resto se in qualunque contesto storiografico la regola fondamentale dello storico è che la storia si fa con i documenti, ancora più urgente diventa questo imperativo quando, per motivi diversi, le generazioni precedenti hanno rimosso dalla loro analisi interi segmenti del passato. La maggiore sorpresa che nascondo gli archivi di Praga, Roma e Vienna utilizzati in questo lavoro è che proprio un periodo, tradizionalmente considerato il simbolo dell’oscurantismo per eccellenza, nasconde invece molte chiavi per comprendere i meccanismi che hanno portato alla formazione degli stati moderni.



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Adriano Prosperi, Premessa, pp. IX-XII.

Alessandro Catalano ha dedicato una ricerca approfondita alla esplorazione di una vicenda poco conosciuta: la Controriforma in Boemia. Si tratta di un lavoro importante che affronta una vasta documentazione su di un episodio chiave del passaggio dalla cristianità medievale alla nuova geografia religiosa e politica della società europea. Si parla qui di Controriforma per indicare l’imposizione del cattolicesimo alla società boema per volontà dell’imperatore asburgico del Sacro Romano Impero germanico e con l’attiva collaborazione delle istituzioni e degli uomini che la Chiesa romana poté mettere in campo. Il termine, nato per indicare i processi di ricattolicizzazione forzata, è qui al suo posto. La Boemia fu il luogo d’origine e la patria di elezione della dissidenza sociale, politica e religiosa per un lunghissimo periodo che va dal rogo di Jan Hus a Costanza nel 1417 alla Guerra dei Trent’anni. Per comprendere che cosa rappresentasse la Boemia dal punto di vista delle autorità politiche ed ecclesiastiche bisognerebbe ripercorrere la Historia Bohemica di Enea Silvio Piccolomini, papa Pio II, l’opera sua più letta in Germania: oppressa la religione avita, uccisi i sacerdoti, distrutte le chiese, si viveva “sine fide, sine bonis moribus, in latrociniis, in adulteriis, in omni sporcitia”, e si manteneva vittoriosamente in piedi una ribellione “adversus potentissimos reges, innumerabiles populos, peritissimos duces, structissimos exercitus” [Historia Bohemica, in Pius II, Opera quae extant omnia, Basileae 1571, p. 81]. Punto di riferimento per Lutero nella fase espansiva della Riforma protestante, luogo di rifugio per i dissenzienti, oggetto di una difficile deroga del Concilio di Trento alla normativa sui sacramenti, la lunga durata della variante boema costituì una spina costante in seno ai tentativi di uniformare politicamente e religiosamente l’Europa. Con la storia affrontata qui da Catalano siamo nel pieno del periodo di lotte e di controversie che mutò la storia d’Europa nel momento stesso in cui cancellava dal cuore del continente quella che dai tempi di Jan Hus rappresentava un’area dotata di specifici privilegi e autonomie. Per quanto questo paese sia stato la causa iniziale e una fondamentale posta in gioco nella guerra dei Trent’anni tanto che dalla sua sorte dipesero la sopravvivenza dell’impero asburgico e il futuro dei rapporti tra le confessioni cristiane nell’Europa moderna, gli studi dedicati alla sua ricattolicizzazione non sono molti. Eppure l’esperimento di reimpianto forzato dell’ortodossia romana che fu condotto in terra boema dopo il 1621 ebbe un’importanza e una originalità indiscutibili. Ma la discussione che a partire soprattutto dalla seconda guerra mondiale ha investito il cattolicesimo storico e ne ha accompagnato le trasformazioni prima, durante e dopo il Concilio Vaticano II ha privilegiato gli aspetti della devozione religiosa e del governo episcopale ordinario trascurando quelli di violenza e di coercizione. Perciò ha lasciato ai margini le fonti della storia boema e poco ci ha detto sui caratteri che qui ebbe l’età della Controriforma. Di conseguenza molti aspetti di questa storia sono rimasti poco indagati e la Boemia del ‘600 è stata sfiorata solo in parte dal rinnovamento delle indagini sulla storia del cattolicesimo post-tridentino e sulle dimensioni politiche e diplomatiche dei rapporti tra Impero asburgico e Chiesa cattolica. Catalano osserva che anche la storiografia ceca ha mostrato generalmente scarso interesse per l’argomento. In tempi di cattolicesimo dominante, si preferì stendere un velo su violenze e lacerazioni di quell’età di conflitti per far apparire invece del tutto naturale e ininterrotta l’egemonia cattolica. Il clima di terrore che ebbe una delle pagine più cupe nella spettacolare esecuzione dei capi della rivolta il 21 giugno del 1621, la durezza con cui venne cancellata la dissidenza dei Fratelli Boemi e l’“eresia” protestante, lasciarono il posto alla celebrazione della compattezza del cattolicesimo. In tempi successivi è stata invece la forza delle istanze nazionalistiche che ha contribuito a lasciare in ombra un’epoca non amata e avvertita come una macchia nella gloriosa storia della Boemia. Oggi nella generale rilettura delle origini dell’Europa moderna e nel riesame che si sta facendo dei caratteri e delle conseguenze sull’assetto europeo del conflitto confessionale è importante che si compia una adeguata esplorazione degli aspetti boemi della Controriforma: ed è questo il merito dell’accurata indagine di Catalano.
Questa storia ha il suo protagonista in una importante figura di ecclesiastico, il cardinale arcivescovo Ernst Adalbert von Harrach la cui vita si svolse nell’epoca della guerra dei Trent’anni e la cui opera caratterizzò l’intero processo della ricattolicizzazione. Toccò a lui svolgere funzioni di mediatore fra l’imperatore e Roma e affrontare i problemi di un processo di riconquista religiosa reso complicato non solo dalle vicende della lunghissima guerra ma anche dalle strategie e dalle ambizioni delle forze messe in campo dal mondo cattolico: se da un lato l’arcivescovo cercò di ricostruire una struttura ecclesiastica come istituzione capillarmente presente attraverso la rete di governo ordinario fatta di vescovi e di parroci, dall’altro ci fu la concorrenza di forze importanti che perseguivano l’obbiettivo della riconquista religiosa con mezzi molto diversi: questo fu il caso della Compagnia di Gesù, la cui dinamica presenza nella società unita all’influsso decisivo che potè esercitare sull’imperatore metteva in secondo piano la rete di governo ecclesiastico istituzionale.
Questo libro racconta una lunga storia di esperimenti e di conflitti tra forze che gareggiavano tra di loro nel perseguire la “conversione” collettiva al cattolicesimo sullo sfondo rosseggiante di battaglie e di stragi della guerra dei Trent’anni e dei suoi esiti. La fitta corrispondenza che documenta l’opera svolta da Ernst Adalbert von Harrach nelle relazioni tra la Chiesa di Roma e l’impero asburgico permette di avere una visione mossa e ravvicinata degli avvenimenti e delle strategie. Come mostra Catalano, il caso della Boemia è significativo per il modo in cui il modello post-tridentino rappresentato dall’opera di San Carlo Borromeo e mirante ad affidare il governo dei comportamenti e delle coscienze ad un forte potere vescovile si rivelò poco adatto alla realtà di un paese dove da secoli il clero perdeva terreno. La mancata ricezione del Concilio di Trento e il dominio incontrastato dell’imperatore sulle materie ecclesiastiche fissarono le condizioni speciali entro le quali si attuò la Controriforma boema. Sullo sfondo di una società agitata fra l’altro dalle endemiche rivolte contadine il processo di “riforma” cioè di restaurazione cattolica fu guidato dall’opera di commissioni nominate dall’Imperatore, incaricate di trovare “il modo più dolce per la riduttione al grembo di Santa Chiesa di Boemi heretici”.
In un contesto del genere si spiegano molti aspetti originali di questa vicenda: tra gli altri, la dipendenza totale dal favore del sovrano, di cui si dovette pertanto tenere conto al massimo grado. Si comprende il successo dei gesuiti e la possibilità che ebbero di proporre una via diversa alla ripresa cattolica attraverso l’accesso diretto alla coscienza dei potenti e in particolare dell’imperatore. Il lungo conflitto che oppose il cardinale ai gesuiti ebbe al centro materie come il governo dei seminari e dell’università di Praga, la celebre Carolina; e questo mostra quale importanza rivestisse in tutta la vicenda il problema del controllo della cultura. Ma non ci fu solo questo a rendere difficile il compito del cardinale von Harrach. La storia del nuovo impianto del cattolicesimo nelle terre boeme qui ricostruita fu lunga, complicata, ricca di esperimenti e di contrasti. Fin dall’inizio vi si confrontarono le due strategie della persuasione e della violenza: la minaccia dell’espulsione e le vessazioni pesanti come l’acquartieramento di soldati appartenevano alla “maniera di riformare” considerata violenta e anche pericolosa per la sua impopolarità; c’era poi quella della “tolleranza” cioè del sopportare temporaneamente gli eretici. Il controllo nei momenti cruciali dell’anno liturgico su chi si accostava ai sacramenti fu anche in Boemia la risorsa di un potere che sapeva quale fosse la resistenza dei sudditi a piegarsi all’ortodossia cattolica: dati i precedenti storici boemi della disputa sulla comunione sotto le due specie il filtro di controllo fondato sull’obbligatorietà dei sacramenti riguardò in modo speciale la pratica della comunione come verifica dell’avvenuta “conversione” al cattolicesimo. Da qui nacquero episodi come la falsificazione degli attestati di comunione, documenti dell’adattamento faticoso e conflittuale alla disciplina obbligatoria imposta all’intera popolazione in nome della nuova religione. La specificità della Controriforma boema emerge anche dalla pratica delle commissioni di ispettori che evocano il sistema delle visite episcopali diocesane: in ambedue i casi si trattava di costruire l’uniformità della pratica religiosa e dei comportamenti sociali, anche se gli strumenti impiegati erano diversi. Ma è soprattutto l’analisi degli orientamenti strategici e dei comportamenti concreti messi in atto dai principali attori della riconquista che rende ricco e mosso il quadro di questa storia. La Controriforma boema fu ricca di personalità importanti: accanto ad Harrach incontriamo il cappuccino Valeriano Magni, uomo di fiducia del cardinale, l’altro cappuccino Basilio d’Aire, l’agostiniano Caramuel y Lobkowitz. I loro nomi evocano le grandi battaglie teologiche del momento, la divisione tra rigoristi (Valeriano Magni) e probabilisti (Caramuel). E si deve segnalare la numerosa pattuglia di italiani di cui si circondò il cardinale. Come osserva Catalano, fu attraverso di loro che passò il prestigio della lingua e della cultura italiana in questa parte d’Europa in un’epoca che vedeva ormai il declino della grande stagione italiana: gli echi che si ebbero in Boemia del caso di Galileo confermano che siamo in presenza di una speciale diffusione della cultura italiana nell’Europa centrale a cui il cardinale Harrach dette un impulso fondamentale.

Adriano Prosperi

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