L'immaginazione, 2001 (XVIII), 179 [Fascicolo monografico dedicato alla letteratura ceca a cura di A. Catalano]

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Alessandro Catalano

"Invisibile suo malgrado: note sulla letteratura ceca"


Dedicato, come Festschrift non tradizionale,
ad Alena Wildová.
Benché secondo Breton Praga fosse la capital magique de la vieille Europe e secondo Ripellino una città magica, la capitale della Repubblica ceca resta in Italia una realtà completamente invisibile del punto culturale. E anche se negli ultimi dieci anni il turismo internazionale ha fatto di Praga una delle mete classiche del viaggio organizzato, alla diretta conoscenza personale della città da parte del turista paradossalmente non è corrisposta una crescita d’interesse nei confronti di un paese dalla ricca tradizione culturale, situato al centro dell’Europa e che, a partire dalla fine degli anni Sessanta, può contare in Italia su una diffusa simpatia. La mancanza di notizie è praticamente totale e se Praga compare sporadicamente sui nostri quotidiani è di solito a causa di qualche episodico scandalo o per lamentare l’americanizzazione delle capitali dell’ex Europa dell’est. I problemi che deve affrontare la cultura ceca per uscire dal suo isolamento sono in realtà piuttosto seri, a cominciare proprio da una lingua ostica, che purtroppo pochi conoscono. A tal punto che l’insicurezza circonda perfino il nome del paese: Repubblica ceca o Cechia, ceco oppure ceko? Per non parlare poi della banale ma spesso sfruttata omofonia tra ceco e cieco. Mentre nel calcio e in altri settori le frontiere almeno in Europa sembrano davvero cadute, la cultura continua paradossalmente a scontrarsi con l’incapacità del sistema editoriale italiano di fare i conti con quanto avviene in questo momento nei paesi usciti dalla luce dei riflettori puntati sugli avvenimenti storici “eccezionali”. I libri degli autori cechi arrivano in Italia con molti anni di ritardo e in modo del tutto casuale, per lo più mediati dal successo editoriale conosciuto in altri paesi (soprattutto in America). Le segnalazioni dei traduttori restano spesso lettera morta, anche per l’impossibilità dei redattori di leggere i libri fino a che essi non vengono pubblicati dai più coraggiosi editori francesi e tedeschi. Un problema quindi in primo luogo linguistico: nonostante l’auspicabile ingresso del paese nella Comunità Europea dovrebbe essere prossimo, per il momento un libro scritto in ceco è di fatto un libro morto (e forse non sarà del tutto azzardato vedere proprio nella facilità di lettura del testo una delle cause dell’attuale boom delle letterature sudamericane in Italia). La letteratura ceca è costretta a intrufolarsi a fatica nelle maglie dell’editoria italiana, tanto che perfino l’evidente eccezione dell’enorme successo conosciuto da Milan Kundera negli anni Ottanta, è dovuta in gran parte a una fortunata trasmissione televisiva. A partire da allora l’unico altro scrittore ceco capace di ritagliarsi un proprio spazio nell’ambiente culturale italiano è stato Bohumil Hrabal che, pur senza rappresentare un vero e proprio successo editoriale, è autore noto al lettore attento. Aggiungendo ancora Jaroslav Hašek e Karel Čapek e forse i poeti più famosi (Vladimír Holan, František Halas e Jaroslav Seifert, quest’ultimo vincitore nel 1984 del premio Nobel per la letteratura) si può dire che l’elenco degli scrittori moderni cechi noti al lettore italiano sia praticamente esaurito.[1]
Non si può però certo dire che questo triste quadro rispecchi la situazione della letteratura ceca degli ultimi dieci anni. Forte di un livello culturale che, nonostante la crescita del prezzo dei libri e la perdita di potere della cultura nella società post-socialista, resta comunque molto più alto di quello di tanti paesi occidentali, la letteratura ceca ha infatti prodotto una serie di autori estremamente validi e vivaci, assolutamente ignoti al lettore italiano. Particolarmente interessante è il romanzo ceco degli ultimi anni che nonostante una scarsa apertura alle suggestioni esterne (potremmo anzi parlare di una letteratura tuttora molto chiusa in sé stessa), trova degli ottimi risultati quando riesce in qualche modo a mettere in discussione i propri miti: recuperando una tradizione di lunga data, anche i protagonisti di questi romanzi sono quasi sempre figure bislacche di emarginati in balia degli eventi e costretti a fare i conti con un ambiente esterno aggressivo e inquietante. L’oggetto della narrazione è sempre visto di lato, sempre fuori fuoco, la società rappresentata si riduce spesso a una comunità marginale e periferica e l’io narrante è in fondo quasi sempre uno sconfitto. L’autore più popolare e contestato degli ultimi anni è senz’altro Michal Viewegh, romanziere dal grande talento linguistico, impegnato in una personale battaglia con la critica ceca a favore della contaminazione tra generi letterari “alti” e la “letteratura di serie B”. Opinionista molto esposto “mediaticamente” è stato il primo scrittore ceco capace di ironizzare in modo non retorico sugli anni della normalizzazione e proporre un modo diverso di fare letteratura, lontano dai cliché della letteratura del samizdat. Accanto a Viewegh, l’altra stella degli anni Novanta è Jáchym Topol, scrittore underground e pulp, dalla lingua decisamente più cristallina di tanti giovani scrittori italiani, nelle cui prose Praga si restringe improvvisamente alla sua sola dimensione sotterranea, rendendo visibili tutti i suoi aspetti misteriosi e inquietanti. Il mondo sotterraneo di questa Praga (caratteriz- zata da scene di allucinata visionarietà) è visto come attraverso uno specchio deformante e i bassifondi sono popolati da strane sette e da spacciatori di droghe. Altro ottimo autore, a volte troppo prolisso, è Vlastimil Třešňák, curioso personaggio, allo stesso tempo scrittore, cantautore e gran bevitore, ossessionato dall’espediente dello sdoppiamento del protagonista in due alter-ego in continuo litigio tra loro. Se questi tre scrittori appartengono ancora alla generazione costretta a fare i conti sulla propria pelle con il difficile rapporto con un potere politico in rapido disfacimento, diverso è il caso del giovanissimo Miloš Urban. Scrittore dotato di una grande capacità linguistica (forse solo troppo portato a intervenire in non felicissime polemiche extraletterarie), è autore di una splendida parodia di romanzo gotico che sicuramente appartiene alle cose più interessanti apparse negli ultimi anni: storia dell’allucinata vicenda di una strana combriccola, composta da uno stravagante nobile emigrato, un’altrettanto misteriosa figura femminile e da un ancor più bizzarro nano, che, sotto un’apparente azione filantropica votata alla ricostruzione dei monumenti gotici, cerca con ogni mezzo di restituire alla città l’aspetto gotico originario, deturpato nel seguente periodo barocco. Il recupero dell’atmosfera gotica, che deve molto al raffinato stile arcaizzante di Urban, è accompagnato da una critica feroce di alcuni dei miti dell’indipendenza ceca, tra cui quello degli hussiti, rappresentati come banda di selvaggi tagliagole. Tra gli scrittori che non è stato possibile presentare vanno almeno ricordate tre interessanti narratrici: Zuzana Brabcová, autrice di tre romanzi tra cui il recente Rok perel (L’anno delle perle), coraggioso tentativo di fare i conti con la devastante esperienza lesbica della protagonista, Lenka Prochazková, per anni tassista a New York e vera narratrice dei bassifondi, e infine Tereza Boučková, scrittrice dalla spiccata verve ironica, autrice del famoso Indiánský běh (La corsa indiana). Negli ultimi dieci anni la letteratura ceca ha conosciuto anche il recupero di una serie di importanti scrittori di questo secolo, osteggiati nei cinquant’anni di socialismo reale ma oggi spesso percepiti come veri “classici” della letteratura ceca. Non dare conto di questa particolarità avrebbe significato raccontare solo una parte della recente storia culturale. Come si vedrà anche dai testi proposti, l’esperienza della guerra ha segnato in modo molto profondo la generazione degli anni quaranta-cinquanta e ha prodotto una lunga serie di testi non banali dedicati alle sofferenze quotidiane. Esiste poi una lunga serie di autori morti magari da decenni ma percepiti come estremamente “moderni”, capitanati da Ladislav Klima. Klima è scrittore acido e dissacrante e diversi suoi libri meriterebbero di essere presentati al lettore italiano, in primo luogo lo straordinario Velký román (Il grande romanzo). Assieme a lui vanno ricordati anche Richard Weiner e Josef Váchal, altro scrittore dallo stile crudele e corrosivo, ingiustamente del tutto sconosciuto in Italia. Per quanto riguarda la poesia, anche se qualcosa in più è stato fatto, molte sono le voci originali ignote al pubblico italiano che meritano di essere tradotte: oltre ai poeti presentati vanno ricordati almeno Bohuslav Reynek e Viola Fischerová. Senza aver pretese di completezza, in questo numero monografico si è cercato di dare un quadro generale di quanto sta succedendo a Praga, privilegiando gli autori sconosciuti o quasi al lettore italiano. Se non è questa la sede per un bilancio generale della letteratura ceca del nostro secolo, si può auspicare che sia stato fatto un ulteriore piccolo passo per colmare almeno alcune delle lacune più clamorose. Anche le illustrazioni gentilmente messe a disposizione da quattro giovani artisti praghesi testimoniano una vivacità e un’originalità culturale di cui bisogna cominciare a dare una testimonianza.

Alessandro Catalano



[1] Solo negli ultimissimi anni, con la comparsa di nuovi traduttori e di un maggior numero di studiosi, sono state portate a termine alcune interessanti iniziative editoriali, tra cui va ricordato almeno: D. Massimi “In birreria con i teneri barbari. I figli di Švejk”, Linea d’ombra, 1994, 96, pp. 67-77 (dedicato ai poeti underground degli anni Cinquanta); le raccolte antologiche pubblicate in Si scrive, 1995, pp. 266-307 (poesie di I. Blatný, Z. Havlíček, J. Skácel e I. Wernisch, tradotte da A. Cosentino e di J. Kolář e J. Topol, tradotti da A. Catalano) e Si scrive, 1997, pp. 208-235 (poesie di J. Zábrana, K. Milota, I. Wernisch e P. Borkovec, tradotti da A. Cosentino e J. Sovová); e il volume Tra immaginazione e memoria. Quattro percorsi poetici. Nezval, Havlíček, Kolář, Skácel (traduzioni di A. Catalano e A. Cosentino), Roma, Bulzoni, 1998. Per le pubblicazioni in volume degli autori cechi in italiano si veda il recentissimo D. Massimi “La diffusione della cultura letteraria ceca in Italia”, La nuova rivista italiana di Praga, 1999/2-2000/1, pp. 62-87, con ricche cronologie (che però curiosamente si ferma al 1998).


Indice del fascicolo dedicato alla letteratura ceca a cura di A. Catalano
l’immaginazione, 2001 (XVIII), 179 (luglio-agosto)
La letteratura ceca
1. Alessandro Catalano, Invisibile suo malgrado: note sulla letteratura ceca
3. Miloš Urban, Le sette chiese
6. Jáchym Topol, Ho fatto un sogno
8. Michal Viewegh, I self service ovvero chi siamo
9. Vlastimil Třešňák, La chiave è sotto il tappetino
11. Petr Šabach, La merda brucia
13. Zbyněk Hejda, Poesie
15. Michal Ajvaz, L’ascensore; L’onda; Viaggio in Nepal
17. Ewald Murrer, Poesie
18. Jiří Kratochvil, Morytat dell’ascensore
19. Daniela Hodrová, Vedo una città...; Lo schem
21. Karel Zlín, Poesie
22. Milada Součková, Dal diario di uno sconosciuto
24. Jiří Weil, Verde e rosso
26. Zbyněk Havlíček, Poesie e prose
28. Alessandro Catalano, La Skupina 42
29. Jiří Kolář, La dittatura delle parole
30. Ivan Blatný, Poesie
32. Josef Kainar, L‘impagliatore
Jiřina Hauková, Frasi
Jan Hanč, Avvenimenti; Voi
33. Jan Zahradníček, Poesie
34. Jakub Deml, Il lume dimenticato
35. Ladislav Klima, La scrofa bianca ovvero la soluzione definitiva al problema dell’origine del cristianesimo

Disegni di Markéta Šafáriková, Michal Burget, Petr Fiala e Jiří Kývala

Il fascicolo può essere ordinato ai seguenti recapiti:

l’immaginazione
bimestrale di letteratura diretto da Anna Grazia D’Oria
Editore Piero Manni
Via Umberto I, 51
73016 S. Cesario di Lecce
Tel. 0832205577, 0832200373
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