Patrik Ouředník
L’ingombrante soldato Švejk
Traduzione dal ceco e dal francese di Massimo Tria
eSamizdat 2005 (III) 2-3, pp. 433-436
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[Dall'incipit della traduzione]
Simpatico furbacchione per alcuni, individuo assolutamente immorale per altri, il buon soldato Švejk, apparso nella letteratura ceca all'indomani della Grande guerra, sarebbe divenuto a poco a poco il simbolo della “resistenza passiva”, che individua nel cinismo civico l'unica risorsa degli “oppressi”.
In sostanza sono due i romanzi ai quali quasi esclusivamente attinge l'immaginario collettivo ceco: il Processo di Franz Kafka e il Buon soldato Švejk di Jaroslav Hašek. Ed è facile immaginare, come ha fatto una volta Angelo Maria Ripellino, sviluppando un'immagine del filosofo ceco Karel Kosík, un incontro fortuito tra Josef K., il piccolo funzionario, e Josef Švejk, il ladro di cani. I due personaggi sono nati nello stesso tempo, e dividono, oltre al luogo di nascita, la specifica assurdità che ha caratterizzato l'inizio del ventesimo secolo in un impero in declino. Ripellino li fa incontrare sul Ponte Carlo, l'uno accompagnato da due sagome agghindate in redingote e cilindro, l'altro da due sentinelle claudicanti, baionetta in canna: i due si vedono, si osservano, ma non si parlano1. Questo incontro silenzioso fornisce immediatamente al lettore il doppio emblema della visione nazionale della “cechità”: l'espiazione e lo scherno. I cechi amano osservarsi come vittime della Storia; essi amano ugualmente prendersi gioco di essa.
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