Patrik Ouředník
Europeana. Breve storia del ventesimo secolo
Titolo originale: Europeana. Stručne dějiny dvacátého věku, Praha 2001
Traduzione dal ceco e introduzione di Alessandro Ruggera
eSamizdat 2004 (II) 1, pp. 99-111
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[Dall'incipit dell'introduzione]
"La storia del Novecento tra cronaca medievale e narrazione storica", eSamizdat 2004 (II) 1, p. 99
"Ma altri filosofi dicevano invece che i segni, di cui si compongono i discorsi e il mondo, mancano di significato e che con l'assenza di significato scompare il soggetto e la stessa realtà, e che la storia è solamente un movimento ininterrotto e informe che non esprime nulla, e che tutto è finzione e simulazione''. Alla maniera di uno scrittore di cronache medievali ma rinunciando al rigore della sequenza cronologica, Ouřednik ricostruisce il Novecento nel centinaio di pagine di Europeana, mettendo in fila le grandi tragedie e i fatti più banali, quotidiani e apparentemente marginali, senza alcuna evidente gerarchia, in un fluire di pensieri libero e ondivago che finisce per restituirci una narrazione dall'andamento franante e grottesco. Europeana, uscito nel 2001 e già tradotto in tedesco, francese, olandese, bulgaro e serbocroato, è un libro difficile da definire anche in termini di genere: non si tratta propriamente di un racconto né di un saggio o di una riflessione critica sulla vicenda novecentesca, sebbene elementi di entrambi i generi vi siano presenti. La voce di un testimone distaccato ed "ingenuo" spazia liberamente attraverso l'epoca, muovendosi continuamente su più livelli tematici: il corso del secolo è scandito dal susseguirsi di eventi catastrofici e tragici che si intrecciano e si riflettono nelle trasformazioni del costume sociale e della vita quotidiana degli individui da un lato, nello sviluppo scientifico e tecnologico e nell'avvicendarsi delle teorie delle scienze umane che dello sviluppo cercano di leggere il senso, dall'altro. I diversi piani tematici si mescolano e si sovrappongono, gli uni a un tempo effetto e causa degli altri, tutti degni della stessa curiosità, affastellati con un distacco che parodizza, mimandola, la pretesa oggettività dell'analisi storica. Nulla sembra mai certo e il ricorso continuo alle formule impersonali trattiene gli eventi sempre nell'orbita della discorsività narrativa con uno stile che ricorda inevitabilmente sia la voce di instancabile affabulatore dello zio Pepín in Hrabal, seppure ripulita di ogni pathos, sia il gusto per il gioco combinatorio di Perec.
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