Jaroslav Kabelka
Legami concettuali tra la nuova filosofia e l'arte moderna
Titolo originale: Ideové vztahy novodobé filosofie a moderního umění, 1913
Traduzione dal ceco e introduzione di Catia Renna
eSamizdat 2003 (I), pp. 123-126
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[Dall'incipit dell'introduzione]
"J. Kabelka nell'officina delle forme: un cubista ceco su futuro antimoderno e futuristi moderni", eSamizdat 2003 (I), pp. 123-124
È certo un caso che l'articolo di Jaroslav Kabelka, architetto cubista boemo dei primi del XX secolo, sia qui proposto per la prima volta in traduzione italiana a novant'anni esatti dalla sua pubblicazione sulle pagine della storica rivista del gruppo Mánes di Praga. Si tratta di un testo forse tra i meno noti ma, nella sua concisione, tra i più illuminanti circa i presupposti filosofici di quel fenomeno per molti aspetti fecondamente marginale che fu il cubismo ceco. Non è però accidentale il fatto che, a leggerlo a distanza di quasi un secolo, appaia come un testo eccezionalmente lucido nel giudizio estetico sulla propria epoca, ma soprattutto in evidente sintonia con molti nuclei teorici dell'arte contemporanea. La recente ripresa di interesse della critica per il cubismo ceco parrebbe nascere, infatti, da una consonanza profonda di vedute con quello che fu all'epoca un fenomeno per molti versi "eretico", al punto che molti dei suoi connotati antimoderni l'accomunano all'orizzonte teorico della recente architettura postmoderna. Un primo aspetto di omologia è la sintesi originale di idee non originali: nel caso del cubismo ceco, l'acquisizione eterodossa di stimoli esterni, derivati dalle avanguardie europee, e la loro autonoma rielaborazione. Più interessante però risulta il comune piano teoretico, che potremmo dire "extra-moderno" in senso lato. Prendendo le distanze dal mimetismo razionalista e protofunzionale di Le Corbusier, tipico dell'arte moderna, che postula un rigoroso isomorfismo tra progetto e opera, rappresentazione e rappresentato, i cubisti cechi teorizzano una netta distinzione tra progetto e oggetto, idea e forma, per molti versi vicina al principio di contraddizione dell'architettura postmoderna (R.Venturi). Il postulato di funzionalità, cardine dell'architettura moderna, secondo cui l'edificio deve "servire" a qualcosa o "veicolare" un messaggio, viene rigorosamente criticato dai cubisti cechi (Kabelka, Hofman, e altri) a favore della centralità di una "forma concettuale" (forma interna) che la struttura esprime. In tal modo l'architettura si ritrova a pieno titolo compresa nel novero delle arti e, soprattutto, acquista un valore non più soltanto estetico-simbolico, ma gnoseologico, configurandosi come una specifica attività di esplorazione ed espressione del mondo.
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