Bruno Jasieński
Canto della fame
Titolo originale: Pieśń o głodzie, 1922
Traduzione dal polacco e introduzione di Simone Guagnelli
eSamizdat 2003 (I), pp. 127-136
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[Dall'incipit dell'introduzione]
"E dritti per via marszałkowska andremo in cielo. Bruno Jasieński poeta polacco-sovietico", eSamizdat 2003 (I), pp. 127-128
Figura centrale della letteratura di una Polonia tornata finalmente nel 1918 a essere se stessa, autore in continuo sviluppo e in continua rielaborazione e ridefinizione dei propri modelli culturali di riferimento, Bruno Jasieński (1900-1938) si muove, nell'ambito del ritardato e breve (1921-1923) futurismo polacco, fra l'influsso iniziale dei poezoconcerty di Igor' Severjanin (But w butonierce, Kraków 1921) e l'impegno di guida morale del futurismo cracoviano. Jasieński aveva trascorso gli anni della Prima Guerra Mondiale a Mosca dove respirò l'atmosfera rivoluzionaria in atto in Russia sia nella società che, soprattutto, nella cultura. Gli influssi del futurismo russo (e in parte di quello italiano) su quello polacco in generale e su Jasieński in particolare sono molteplici, evidenti, dichiarati. Identico era il desiderio di rinnovamento, di rivolta, di partecipazione, di sperimentazione, di scandali. Jasieński fu il promotore instancabile, l'anima teorica e pratica del futurismo polacco, l'autore della maggior parte dei manifesti del versante cracoviano, in cui proclamava il carattere di massa, universale e democratico dell'arte e l'assoluta necessità di impiegare un materiale minimo a fronte del massimo dinamismo del contenuto. Jasieński era consapevole del ritardo del fenomeno ma conscio che, soprattutto dopo il 1918, per la Polonia doveva aprirsi una stagione nuova e libera (dagli ideali tardo-romantici, dal modello castrante della "Polonia-Cristo delle Nazioni") e che per farlo c'era bisogno di una spinta tanto violenta quanto rapida. Infatti nel 1923 sarà lo stesso Jasieński a decretare la fine del futurismo polacco: "Ja już "futurystą" nie jestem, podczas gdy państwo wszyscy jesteście futurystami". Nel 1926 scrive il suo capolavoro, Słowo o Jakubie Szeli, poema a metà strada fra il modello agiografico e quello fiabesco. Nel 1925, all'inizio di una profonda crisi creativa, abbandona definitivamente la Polonia per vivere qualche anno a Parigi, da dove fu espulso dopo la pubblicazione su L'Humanité di Palę Paryż (1928), per poi emigrare in Unione Sovietica.
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