Elena Muljarova
Aria
Titolo originale: Vosduch, 1999-2000
Traduzione dal russo di Marco Dinelli
eSamizdat 2004 (II) 3, pp. 143-144
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[Dall'incipit della traduzione]


Ogni volta che vedo il mio amato mi sorprendo di quanto quest'uomo, in fondo, sia piccolo. E comprendo che nel mio spazio interiore occupa un posto notevolmente più grande che non nello spazio esterno. E aumenta o diminuisce di continuo, a volte diventa forte, snello e sodo, a volte piccolo, grinzoso e fiacco.
Proprio come l'organo sessuale maschile. Ogni volta che prendo in bocca il sesso del mio amato resto colpita da come questo straccetto di pelle minuscolo, raggrinzito e sgualcito si trasformi in una cosa dura che si protende verso l'alto. Come se gonfiassi un palloncino.
Rifletto sull'aria del mio amore, sull'aria dell'amore, sull'aria in sé. Secca e rovente, rende impossibile qualunque movimento, come il khamsin nel deserto. Quando non rimane altro da fare che stendersi sulla crosta di sabbia rappresa, coprirsi il viso con un fazzoletto di seta scolorito e aspettare che si faccia buio. Oppure ferocemente gelida, che trasforma al volo qualsiasi goccia in ghiaccio, sia essa lacrima, sperma o semplice acqua, nient'altro che il puro liquido della vita. Quest'aria-vento, se ha un nome, forse solo nell'eschimese settentrionale, lingua che non so e che nemmeno mi interessa sapere.
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