Cultural Studies
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“Tra il Sajgon e Praga. Il Sessantotto e dintorni a Piter”
eSamizdat 2005 (III) 2-3, pp. 83-91
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[Dall'incipit dell'articolo]

Gli anni Sessanta, quale epoca di liberazione dei costumi sessuali, di emancipazione femminile, di rivendicazione dei diritti civili non potevano avere in Unione sovietica le stesse conseguenze, né lo stesso spessore storico che in occidente. Il 1968 non fu a sua volta l'anno simbolico di una rivoluzione culturale nell'immaginario collettivo. Se ci si è permessi a posteriori di identificare il 1961 come il vero Sessantotto sovietico, con la costruzione di miti talvolta simili a quelli che alla fine dello stesso decennio avrebbero ridisegnato gli schemi comportamentali della società capitalista occidentale, è anche naturale dedurre che in Urss non c'era la necessità di ripetere una simile esperienza. Il 1961 aveva rappresentato, in realtà, l'apice del “disgelo” culturale, sull'onda di entusiasmo della destalinizzazione, soprattutto a Mosca. Ma a questo anno simbolico non era seguita una conquista stabile e progressiva di nuove libertà, bensì un riflusso politico e parzialmente culturale verso una fase di stagnante conservatorismo. I dubbi sul fatto che il periodo del “disgelo” fosse sinonimo di libertà e di spontaneità per l'arte non furono d'altronde mai scalzati del tutto nel “dopo-Stalin”. L'esaltazione del carattere ottimista della società sovietica e di rinnovamento generazionale, espresso con la molodost' [gioventù], ebbero tuttavia un loro riflesso sullo sviluppo culturale non conformista degli anni Sessanta, quando per la gioventù sovietica impegnata e dissenziente la via maggiormente praticabile si sarebbe rivelata quella dell'underground, con una emarginazione dalla vita culturale ufficiale e di isolamento nella società sovietica.
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