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J. Čapek, L’ombra della felce, a cura di D. Sormani, Poldi libri, Porto Valtravaglia (Va) 2007 (Massimo Tria), pp. 317-320
Possiamo supporre e ben sperare che all’appassionato di letteratura europea non sia estraneo per lo meno il nome di Karel Čapek, rappresentante straordinario della cultura cecoslovacca della prima metà del ventesimo secolo. Numerose sono le traduzioni in italiano delle sue opere, e fa parte dell’armamentario classico della boemistica di base il collegamento del suo nome a quello dei “robot”, creature a cui diede cittadinanza ufficiale nella cultura moderna proprio grazie a un suo dramma antiutopico messo in scena nel 1921, R.U.R. (Rossum’s Universal Robots). Ebbene, pochi fra i non addetti ai lavori sanno però che il grande drammaturgo, romanziere e giornalista Karel aveva un fratello dall’importanza per niente trascurabile, Josef, che fra l’altro figura essere proprio l’inventore del nome che ha poi fatto breccia nella fantascienza di tutto il mondo (per la cronaca “robot” deriva dal termine ceco che definisce la corvée gratuita, ovvero in genere il lavoro servile).
Se approfondiamo l’analisi a un altro livello, arrivando ai conoscitori medi della cultura cecoslovacca che abbiano almeno un sentore della ricchezza della sua produzione figurativa, il nome in questione, quello del fratello maggiore Josef Čapek, sarà comunque probabilmente più noto per la ricca messe di tele che partono da ispirazioni moderniste e cubiste sul finire degli anni Dieci del ventesimo secolo per poi attraversare varie fasi e periodi di ispirazione anche disomogenei. Alcuni dei suoi quadri fanno sicuramente parte del patrimonio più importante della pittura ceca, e la bella mostra con ricco catalogo organizzata qualche anno fa nella Casa municipale a Praga ha riconsacrato (sempre che ce ne fosse bisogno) il nome e la figura di questo Čapek “minore” (era comunque il fratello più anziano) almeno nella cultura e coscienza visiva della nuova Repubblica ceca.
Se si esclude Scritto alle nuvole, raccolta di aforismi pubblicata postuma dopo la sua morte in campo di concentramento e uscita in parte su una rivista italiana, l’anno scorso la casa editrice di letteratura ceca Poldi libri aveva in sostanza inaugurato la riscoperta italiana dell’autore, cominciando appunto dal versante pittorico: si veda Azzurro cielo, serie di minuti e teneri abbozzi di poesia per bambini scritti dal poeta František Hrubín a commento di altrettante tavole di Josef Čapek dedicate alla propria bambina.
Per arrivare finalmente al libro in questione e dunque al versante letterario dell’opera del suo autore, diciamo che L’ombra della felce rappresenta solo un aspetto di un mondo ricchissimo e tutto da esplorare della produzione di Čapek. Egli inizia a scrivere opere a quattro mani con il più noto fratello e si tratta per lo più di racconti che risentono dell’atmosfera dei vari modernismi europei di inizio XX secolo: si va dal vitalismo che riscopre le bellezze della natura e della semplicità quotidiana, all’espressionismo più cupo e scettico, al cubismo di racconti sfaccettati in un’alternarsi di punti di vista a tratti anche altamente drammatici. È ovvio che in alcune delle sue prove letterarie Josef Čapek arricchisse il testo di illustrazioni di proprio pugno, portando a compimento allo stesso tempo i suoi due talenti maggiori (ma egli fu anche giornalista, saggista e poeta). In quest’ottica dunque (letteratura per l’infanzia, unione di disegni e narrazione) va almeno citato uno dei libri più popolari di J. Čapek, I racconti su un cagnolino e una gattina, gustosa serie di aneddoti su due animali domestici impegnati in varie avventure, che ha sempre goduto di grande fama e seguito fra i piccoli delle terre ceche (ecco un altro consiglio per i bravi e non scontati editori della Poldi libri...). Quello dell’Ombra della felce invece, è tutto un altro mondo, ovvero è il “lato oscuro” del mondo di Čapek. Il lato enigmatico, fatalista e tenebroso del suo universo creativo, che si ricollega alla tradizione della letteratura “brigantesca” del centro Europa (Schiller, Mácha, magari anche Walser…) e alle ballate da fiera dedicate ad avvenimenti cruenti e sensazionali. Va ricordato anche che questo interesse per i generi bassi e marginali si concentra poi in particolare in una raccolta čapkiana di saggi fra le più interessanti dell’epoca, Nejskromnější umění [L’arte più umile, 1920] in cui egli rileva e loda la naturale creatività degli artisti popolari, lontani dalle scuole accademiche e capaci di affermare un robusto e terragno senso estetico anche al di fuori del campo dell’arte tradizionalmente intesa (insegne di botteghe, giocattoli, foto di famiglia, arte naïve…).
L’ombra della felce è anch’essa frutto di una commistione di gusto popolare “da fiera” e di echi fatalisti del romanticismo ottocentesco, ma anche di soggettività autobiografica e di critica alla società borghese smunta e calcolatrice (in questo fa il paio con Marketa Lazarová di Vladislav Vančura). È sostanzialmente la semplice storia di un omicidio e di una fuga: due bracconieri sventati e immaturi uccidono un guardiacaccia e si avventurano in una corsa senza meta nel bosco boemo. La forte espressività visiva della pagina fa venire in mente immagini di un’altra fuga importante dell’arte ceca, quella dei due ebrei fuggiaschi nel capolavoro di Jan Němec I diamanti della notte (1964), film in cui i due giovani attraversano anch’essi una foresta enigmatica e misteriosa, immersi in un chiaroscuro unheimlich con citazioni surrealiste. L’introduzione del curatore e traduttore Davide Sormani è puntuale e funzionale, e ben inquadra la figura dell’autore in questione; sfruttiamo volentieri un’osservazione in particolare: “La natura […] è descritta con sguardo affascinato e padronanza di linguaggio fuori dal comune, tanto da ricordare ad Angelo Maria Ripellino gli erbari” (p. 13 dell’introduzione). Fra le decine di termini botanici in cui l’autore si immerge amorosamente va notato soprattutto, a pagina 117, il farfaraccio, ovvero il simbolico devětsil, il cui nome proprio Čapek assegnò al gruppo artistico prima proletario, poi poetista dei giovani avanguardisti cechi. Per il traduttore non dev’essere stato lapalissiano ritrovare gli equivalenti italiani delle piante snocciolate con cura da botanico provetto e con certosina insistenza in alcuni passaggi descrittivi, e altrettanto impegnativa è stata certamente la ricerca del tono adeguato che rendesse un testo volutamente evocativo e lirico, da sanguinosa ballata mista a numerosi passaggi riflessivi. Sormani fa bene a indirizzare la sua traduzione in binari “retro” e a usare inversioni e un linguaggio inconsueto, a tratti altisonante. La traduzione italiana può quindi sembrare a tratti quasi stravagante, ma a un controllo più attento il suo tono si può spiegare in buona parte con l’atipicità (è non è detto che sia un deficit) di un tale libro che nel ventunesimo secolo ormai più che avanzato si distingue anche in ambito ceco per connotazioni antirealistiche e marcatezza linguistica. L’ombra della felce è un testo scritto sul finire degli anni Venti del secolo scorso, dunque arriva con un’ottantina di anni di ritardo in un milieu culturale, quello nostro europeo, che ha conosciuto avanguardie, contro-avanguardie e sperimentazioni di tutti i tipi. Per di più già allora il libro “si guardava” volontariamente indietro: l’impressione primaria, leggendo la fuga dei due bracconieri Václav Kala e Rudolf Aksamit, è che si venga immersi in un mondo fatto di passioni quasi primordiali, che non ha ancora conosciuto industrializzazione, inurbazione e civilizzazione borghese. Gli uomini di Čapek sono poco più che un bassorilievo che si sta ancora staccando dal fondo indistinto di una natura ferale e cruenta.
Le invocazioni dirette a luoghi ed entità si alternano con le apostrofi di stampo fatico al lettore e ancora con divagazioni filosofiche del narratore, mentre il discorso psicologico e il flusso mentale dei due protagonisti ci guidano nel loro agitato mondo interiore fatto di sogni, passioni quasi bestiali e desiderio istintivo di salvezza. Leggendo si incontrano dunque picchi di estasi estetica: “‘Tu, bel bosco, bosco grande e odoroso, tu, bel bosco cecoslovacco!’, si gode Ruda Aksamit quell’alluvione di verde perpendicolare, orizzontale e obliquo” (p. 28), o ancora “Negli occhi aperti penetrò come un diluvio lo splendore del paesaggio” (p. 83); ma anche attimi di terrore primitivo e disperazione esistenziale: “è proprio come il richiamo mostruoso di un qualche selvaggio animale degno di una caccia e di un inseguimento, quello che viene fuori da questo pazzo di Vašek […] per la miseria, che rumore infame, che doloroso gracchiare, mi sembra un canto dannato in questo bosco maledetto!” (p. 76), o ancora “Ruda si ricordò allora del guardiaboschi ucciso: è lui che probabilmente segue questo avamposto, che coglie quest’occasione per venire a prendersi la sua vendetta” (p. 99).
Qua e là si fa evidente l’educazione visiva dell’autore, in quadri “statici” (quelli di un Vančura per esempio sono invece dinamici, cinematografici) quasi presi in prestito dalle sue tele: “Il gendarme disegna la sua lenta virgola, come se ritagliasse un pezzo di paesaggio lì da quel lato, come se ne assiepasse la porzione migliore lì da quella parte assolata” (p. 65). Sinesteticamente, si potrebbe appunto dire che il testo è dunque volutamente ineguale, scosso, “ruvido al tatto” e intessuto di colori forti e accesi, accostati senza gradualità di sfumature. Dal punto di vista drammatico poi vi si incrociano e semantizzano due opposte trasformazioni: quella del bosco, che da rifugio sicuro e abbondante di magico fascino diventa un nemico minaccioso, e quella dei due protagonisti, che da assassini occasionali (si direbbe oggi: “senza premeditazione”) si trasformano in bestie assetate di prevaricazione. Essi provano a violentare una giovinetta, uccidono ancora nella foga e quasi per disattenzione, rubano a una semplice famiglia di contadini; per loro, dopo il primo, quasi involontario delitto, inizia a valere la legge del più forte, la “legge della giungla”, che in ceco si dice meglio “vlčí zákon”, ovvero appunto “legge dei lupi”. Questa trasformazione da essere sociale in animale egoista si fa cosciente e si rapprende con lucidità da esergo: “non è abbastanza mio ciò che ho, è davvero mio soltanto ciò che prendo a qualcuno […] è mio ciò che prendo a qualcuno, e tutto il resto è solo confusione e incertezza. Ognuno deve badare a se stesso, si sa; ma io la vedo così: dipende da chi è più forte” (p. 49).
Ad ogni modo, pur sottolineando l’importanza della meritoria uscita editoriale, mi sentirei di fare alcuni piccoli appunti: mi chiedo perché, una volta individuata correttamente un’intonazione antimoderna nella lingua di Čapek non si sia usato il “voi”, invece di un “Lei” forse troppo attualizzante. Inoltre non posso non notare alcune scelte traduttorie che avrebbero potuto forse essere più fluide, o avrebbero richiesto (stante appunto la forte connotazione storica del linguaggio adoperato) un ultimissimo controllo e forse una leggera miglioria che distaccasse un po’ di più alcuni giri di frase dall’originale ceco e dalle sue pieghe letterali. A pagina 24: “si vuole proprio mostrare alla gente”; forse meglio “vuole proprio che la gente lo veda”. A pagina 31: “Non ci sono solo Václav Kala e Rudolf Aksamit” per “Mancano soltanto Václav Kala e Rudolf Aksamit”; a pagina 48 “ci siamo dati una bella mano”: forse meglio “abbiamo fatto proprio un bel colpo”; e a pagina 107 “Alla Solitudine del Bosco” più che “solitudine” qui il ceco “Samota” indica un casolare, come nel film di Jiří Menzel Na samotě u lesa [Al casolare vicino al bosco]. Per evitare spiacevoli fraintendimenti: chi scrive queste note non si presume miglior traduttore, ma come recensore si è preso la briga di fare un confronto con l’originale e ha redatto queste osservazioni con imparziale spirito di osservatore.
L’ombra della felce rimane ovviamente, anche nella sua traduzione italiana, un libro di forte impatto e di notevole intensità drammatica.
eSamizdat
Rivista di culture dei paesi slavi
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