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R. Weiner, Assemblea generale – J. Deml, La luce dimenticata, presentazione e cura di S. Marchese, traduzione dal ceco e postfazione di S. Corduas, Poldi libri, Porto Valtravaglia (Va) 2007 (Massimo Tria), pp. 307-310
“Ho scelto questi due scrittori e li ho voluti insieme perché ambedue mordono e fanno male”. Così inizia la postfazione di Sergio Corduas a questo minuscolo e meraviglioso libretto. Ho letto molte introduzioni, postfazioni e traduzioni di questo studioso, e in particolare i suoi Teige e Mukařovský per Einaudi (si parla degli anni Settanta e poi Ottanta) sono fra i contributi a me più cari e preziosi, per la difficoltà e per l’impegno che offrire tali pensatori al pubblico italiano comportava. Qui ancora una volta, presentando due autori problematici, atipici, forse maledetti, Corduas traduce e presenta nomi pressoché ignoti alle italiche orecchie, e perciò tanto più preziosi, e lo fa con una lucidità (si veda quel capolavoro poetico che è la sua postfazione) e con un’abilità (la traduzione di Weiner è un gioco acrobatico) che si incontrano raramente, e che lui stesso non sempre riesce a raggiungere.
L’ebreo Richard Weiner e lo spretato Jakub Deml accusato di antisemitismo: i due vanno così a completare quella costellazione hrabaliana cui Corduas lavora fin dall’inizio, girandoci intorno ora con colpi di fioretto, ora con affondi di sciabola. Dopo Bohumil Hrabal stesso, di cui è uno dei più fecondi traduttori, egli diventa così l’unico ad avere affrontato e portato in Italia tutte e quattro le punte ceche del mondo ispirativo hrabaliano (Kafka era poi l’unico non boemo, la quinta punta): il peregrino Jaroslav Hašek, il vertiginoso egodeista nietzschiano Ladislav Klíma e ora questi due agitatori delle tranquille acque letterarie della prima Repubblica cecoslovacca.
La Poldi libri a sua volta è una casa editrice che pubblica letteratura ceca e che (absit iniuria verbis) si può definire minore, quanto a numero di pubblicazioni (non potrebbe essere altrimenti, data la sua giovane età e la sua specializzazione) e le modalità editoriali. Anche grazie a questa sua piccolezza essa si può permettere di sondare con coraggio degli angoli bui, che mal si accorderebbero con tirature più consistenti o con ingranaggi più ingombranti. Tutto questo sia detto per accrescere e non certo per sminuire la lode che mi sento di fare nei confronti del catalogo che Poldi libri può offrire, che annovera già un piccolo drappello agguerrito di titoli non scontati, altri ne prepara e alcuni, come nel caso specifico che qui analizziamo, sono decisamente molto preziosi.
Deml e Weiner non sono autori leggeri. Decerebrati mocciani e tamariani, ma anche potteriani e browniani se ne astengano, qui si parla di arte vera, intrisa di sofferenza. Non propongono attimi spensierati di lettura domenicale, dicono però cose piuttosto rare, che altre più inquadrabili penne non hanno già scritto cento volte. Credo che per loro calzi a pennello la formula trovata da Hrabal nell’incipit della Solitudine troppo rumorosa: bisogna “infilarli nel beccuccio” e “succhiarli come una caramella”, assaporarli come bonbon, lasciarseli sciogliere in bocca con i loro profumati veleni, senza morderli. Almeno “alla prima”, ché poi li si può rileggere con foga fulminea una seconda e una terza volta. Da un lato i due sono accomunati dalla loro eccentricità metanarrativa (Corduas commenta: “iperscritture”), e dal fatto che probabilmente avrebbero potuto imporre al mondo, se conosciuti prima e meglio, la corrente espressionista della letteratura ceca. Il critico letterario Jindřich Chalupecký aveva appunto provato a delineare questa linea oscura e problematica della letteratura ceca, in opposizione alla felicitologia delle avanguardie più note, come il poetismo di Karel Teige e del primo Seifert, e ai luoghi comuni del parlamentarismo borghese ceco (si veda J. Chalupecký, Expresionisté, Praha 1992). D’altro canto però questi loro due testi sono opposti quanto a distanza fra autore, narratore e soggetto descritto. Ché se Weiner ci guida per le stradine impervie e scoscese di un paesino immaginario attraverso le montagne russe sintattiche di una vicenda a metà fra il surreale e il patologico, d’altro canto Deml prova invece con disperazione esodermica a farci aderire a una vicenda fin troppo reale, quella della sua anticonformista autobiografia.
Ma andiamo per ordine: nella sua bella e pertinente prefazione Salvatore Marchese scrive che Weiner potrebbe essere definito uno scrittore “erroneamente considerato in vita un surrealista” ma le cui corde forse vanno ricondotte “a un filone espressionista”. Cosa vuol dire? Vuol dire che leggendo Weiner ci perderemo (leggi: “fisicamente”; leggendo Deml invece ci perderemo “moralmente”). Vuol dire che la sua Assemblea generale, prima che una riunione di notabili e signorotti del luogo, è un labirinto di parole che si fanno percorso esteriore sui meandri della psiche: labirinto espressionista nel suo essere spigoloso, visibile e sovraesposto, surrealista nel modo conturbante con il quale tale spigolosità rivela procedimenti psichici nascosti e strani percorsi mentali. Leggere l’Assemblea generale è dunque come osservare l’interno di un vulcano dalla superficie di vetro di un acquario, seguendo una strada tutta curve: si intravede un segreto, balugina la soluzione di un mistero, ci sembra di iniziare a capire il meccanismo della narrazione, sta per condensarsi un gruppo di personaggi e di ambienti concreti, ma subito Weiner ci costringe a svoltare, a ritornare in un mondo indistinto e fantastico, a fare marcia indietro (le sue frasi-tema ricorrenti, le divagazioni compiaciute, i simboli che potrebbero significare qualcosa, ma che sono disperatamente autoreferenziali). Si legga ad esempio la dichiarazione iniziale del narratore, con il quale egli si esime da ogni pretesa di linearità e regolarità del racconto: “a coloro che poi ci rimproverano di non conoscere le regole di composizione del racconto, i quali ritenendo […] che abbiamo perduto ogni ragione ci hanno denunciato ai giornali che ci forniscono il pane […] a tutti costoro diamo ragione, ma voltiamo loro le spalle e continuiamo” (p. 26). Ecco, Weiner, figlio di industriali che si inventa una carriera di letterato per protesta contro la guerra e per disgusto contro il mondo piccolo-borghese, scrive con le spalle girate ai lettori, e quelli sono costretti a fare capolino chinandosi in avanti per capire cosa egli voglia intendere. Cosa può infatti voler intendere uno scrittore con un suo breve e bizzarro racconto (tratto da una piccola raccolta del 1929), nel quale fondamentalmente non succede nulla? Il narratore, facendosi beffe del lettore, si avvicina a volo d’uccello a un’insignificante cittadina, chiamata ottocentescamente solo “N.”, individua una piazzetta, poi scorge i puntini mobili dei suoi abitanti che si dirigono a una insignificante riunione della lega antialcolica, per poi riuscire a entrare nell’insignificante sala riunioni e renderci testimoni di un altrettanto insignificante cambio al vertice di una risibile riunione di fanatici astemi. Insignificante certo, se volessimo soppesare il livello di un’opera letteraria usando la vile bilancia degli “avvenimenti” esposti. Qui le cose non avvengono, vengono invece raccontate con false partenze, con avvicinamenti illusori, con una malcelata parvenza di mistero che, complice un giro di frase elicoidale e arcaizzante, ci inchioda letteralmente nelle sue spire magiche. Qui Richard Weiner è davvero “superiore”: è superiore alla necessità di raccontare fatti reali, alla necessità di farsi capire dalle masse; egli crea un’incredibile atmosfera di beffa continua, di cui, strano a dirsi, il lettore è ben felice di essere la vittima prescelta. Come scrive Corduas in postfazione: “Pensate al labirinto dei giardini settecenteschi […] non è detto che troviate l’uscita se non vi aiutano”, o ancora, con parole che davvero non potremmo trovare più azzeccate: per trovare l’uscita dal labirinto-Weiner “il filo lo fornisce lo scrittore nel momento stesso in cui in un colpo solo prende in giro […] la propria scrittura, sé e noi lettori. Soprattutto i benpensanti cechi”. I benpensanti che sono ben rappresentati nell’assemblea eponima, quella della locale lega antialcolica che deve eleggere il suo nuovo presidente. Va detto infatti che, fra tutti i fenomeni di protezionismo e integralismo moralista, quello di una lega degli astemi è in Repubblica ceca tanto caratteristico e al tempo stesso fuori luogo come un’ipotetica Associazione mariana antibestemmia nel mezzo della Toscana. È risaputo che per i cechi l’abbondante consumo di birra può essere ben inteso come parte integrante delle tradizioni culturali del paese, che lungi dall’essere esclusivamente fonte di rovina fisica, è (se mantenuto entro certi limiti) uno dei catalizzatori della discussione culturale e dello scambio amichevole di opinioni che vede la hospoda, la birreria quale luogo di incontro del meglio dell’intelligencija accanto alla più varia rappresentanza di tutte le altre fasce sociali. Non è dunque peregrino ricordare che tali associazioni parallele e omologhe ad Armate della salvezza da operetta e a circoli ultracattolici sono state ben presenti nella storia delle terre ceche, soprattutto con l’inizio del XX secolo (si veda ad esempio un interessante articolo di ricostruzione storica sul numero 4 del 2009 della rivista Dějiny a současnost). E anche nell’ambito della stessa letteratura ceca, va ricordato almeno l’esempio dell’anarcoide Jaroslav Hašek che a sbeffeggiare simili circoli salutistici ha dedicato qualche sua sapida pagina.
Davvero dunque, anche in quest’ottica di beffa nazionale e di battaglia allegramente persa in partenza, queste quaranta paginette di Richard Weiner vi stupiranno per il loro vuoto pregnante, per il loro silenzio urlante, per la pienezza semantica di una vicenda vuota, per un’inebriante e ubriacante ondata di sobrietà analcolica.
Il secondo autore rappresentato da questo prezioso librettino è un sacerdote cattolico sui generis. In continua polemica con il mondo ecclesiastico (che lo perseguitò per i suoi atteggiamenti antitradizionali), e con la comunità letteraria (con la quale ebbe liti furibonde e polemiche accesissime), Jakub Deml fu costretto ad abbandonare la pratica sacerdotale; ma ancora una volta meglio di mille mie considerazioni dotte è il suo incipit (scelto in questo editing niente di meno che da Hrabal) a dare perfettamente il tono del suo sacerdozio non proprio da catechismo e del mondo interiore combattuto in cui si dibatté per quasi tutta la vita: “Rimpiango di non essere stato almeno donna. Se io fossi donna, mi innamorerei di Jakub Deml” (p. 69). E proprio dell’amore per una semplice contadinotta moribonda che “narra” questa Luce dimenticata, formidabile citazione para-evangelica che in un solo sintagma rapprende il martirio mentale dell’essere umano, che teme di essere stato lasciato “sotto il moggio” o di veder sprecato il proprio talento, similmente a una lucerna lasciata accesa in luogo abbandonato. Il rischio in entrambi i casi è di aver buttato un’esistenza, di non avere “illuminato” il mondo circostante, e tanto meno i meandri del proprio io tormentato. Le neanche trenta pagine di questo testo sono un montaggio che dobbiamo proprio a Bohumil Hrabal, che nel 1967 fu uno dei primi a recuperare un autore sempre in direzione ostinata e contraria. Come poteva del resto la letteratura un po’ bigotta della neonata Cecoslovacchia accettare nel suo Pantheon un prete accusato a più riprese di antisemitismo e di adulterio, di vilipendio dello stato e di collaborazionismo nazista, che in questo suo sofferto testo fatto di autobiografismo, meditazioni e lamentele contro i suoi nemici, ma anche di umiltà francescana estremista, si sofferma in considerazioni escatologiche non proprio ortodosse, come la seguente:

tutte le cosce risorgeranno dalla tomba e tra loro anche due cosce che desideravo baciare, e Dio me le assegnerà, perché è giusto e la mia eterna beatitudine consisterà nel fatto che mi sarà consentito per i secoli baciare queste due cosce, proprio in alto, proprio alle radici, perché sono poeta e prete cattolico e uomo maledetto (p. 80).

Fa bene ricordare dunque che la prima edizione del 1934 fu confiscata e in buona parte censurata.
La luce dimenticata è uno sberleffo nato per ripicca, una confessione esacerbata contro tutti e tutto, scritta da un poeta escluso dalla comunità religiosa e letteraria (mentre Weiner si era autoescluso), che ci racconta con tristissima ironia l’agonia di una delle sue passioni, una misera donnetta di campagna cui non riesce a procurare una “dolce morte”. Quella di Deml è una luce buia, arrabbiata, intimamente “luciferina” (la versione cinematografica del 1996 di Vladimír Michálek è invece solo una riduzione psicologica in chiaroscuro). È del resto naturale: Deml è un rinnegato (dai suoi vescovi, dai critici letterari, dal popolo ceco), dunque la sua rabbia di pretonzolo disobbediente e sensualista non può che nascondere un che di diabolico. La luce dimenticata è la testimonianza straziante di una vita inutile, quella di un “demone meschino” di sologubiana memoria, ovvero di un grande peccatore che scriveva a volte in “stato di grazia”.
Entrambi scomodi e scabrosi dunque, entrambi battitori liberi all’interno di un modernismo del monologo interiore e della coscienza agitata, di un esistenzialismo ante-litteram (soprattutto Deml) e di un surrealismo strisciante che si traveste da normalità ossessiva (soprattutto Weiner). Outsider che hanno dovuto faticare non poco per entrare nelle storie della letteratura a volte un po’ bacchettone del loro paese post-asburgico incastonato nel centro Europa. È bene che ora li facciamo entrare come si meritano nelle biblioteche italiane.
eSamizdat
Rivista di culture dei paesi slavi
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