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Compagni di Strada
J. Topol, Anděl. L’incrocio dell’angelo, traduzione di L. Angeloni, Azimut, Roma 2008 (Massimo Tria), pp. 296-299
La letteratura ceca post-comunista sta fortunatamente facendo breccia con insistenza sempre più sorprendente nel mercato librario italiano, per merito di case editrici specializzate, di studiosi di rango, ma anche grazie alle preziose figure di singoli traduttori, che (com’è naturale che sia) si trovano un proprio autore d’elezione e lo presentano con meritevole pervicacia a un pubblico capace di farsi intrigare da proposte moderne e attuali. È questo il caso di Laura Angeloni che ha “adottato” per il mercato italiano la figura di un narratore non scontato e direi di sicura presa come Jáchym Topol, e non si può certo dire che il suo lavoro di traduzione sia dei più semplici e feriali, in quanto Topol è autore dalla costruzione narrativa quasi cubista, e dall’espressione sfaccettata e “sporca”. La resa del suo linguaggio metropolitano e sempre fervido richiede certamente una buona padronanza del mondo linguistico ceco contemporaneo con i suoi slang e le sue stratificazioni sociali, oltre che la conoscenza fisica dei luoghi di cui parla; ciò per dire che se oltre a quella turistica si vuole conoscere anche un’altra Praga, realmente esistente ma meno scontata, quella del sottobosco delinquenziale degli outcast, si farà bene a prendere in mano questo “angelo” caduto in volo da un cielo di sangue, e si potrà finalmente scoprire una capitale meno da cartolina e forse un po’ più vicina a territori da sottosuolo dostojevskiano o da bassifondi gor'kiani. Per non ripetersi e non rubare spazio inutilmente, rimandiamo comunque alla recensione della prima traduzione italiana di Topol (eSamizdat, 2006, pp. 16-18), dove si può trovare un ulteriore inquadramento dell’autore e dei suoi esordi in qualità di poeta (alcune sue liriche sono tradotte anche in italiano) e dissidente figlio di dissidenti. Anděl. L’incrocio dell’angelo è il titolo di questo secondo romanzo tradotto dalla Angeloni (nomen omen?) per la intraprendente casa editrice Azimut, e l’intestazione fa riferimento a un complesso urbanistico piuttosto ricco e movimentato della capitale boema, il grosso incrocio di Anděl nel quartiere di Smíchov, toponimi etimologicamente entrambi interessanti che l’autore non manca di semantizzare ironicamente durante la sua lisergica e caracollante narrazione. Per la cronaca, questo è il suo secondo romanzo e l’originale è uscito in Repubblica ceca nel 1995.
I personaggi tutti fanno parte, senza quasi eccezione alcuna, di quel mondo parallelo e semi-invisibile di reietti, scemi del quartiere, membri di pseudo-sette idiote, avanzi di manicomio, picchiatori di bambine o criminali di mezza tacca che animano ovviamente qualsiasi metropoli dove ci sia qualcosa da rubare, un affare sporco da inventare, minoranze etniche mal digerite o una manciata di esistenze umane da mandare al diavolo con l’uso di stupefacenti. Nel giovane Jatek si può senza grossi sforzi individuare l’antieroe principale, il protagonista suo malgrado, che si nasconderebbe volentieri ai suoi concittadini e ai lettori stessi, ma il cui “dono stupefacente” lo costringe a diventare fulcro dell’azione. Anche se poi Topol non concede troppo ai topoi e ai modi della narrazione tradizionale: pur senza sviare in un mal compreso postmodernismo o in un approccio metanarrativo spudorato, egli spezza infatti la linea espositiva in una sorta di puzzle che può all’inizio disorientare il lettore pigro, ma che invece corrisponde di certo a una delle più fruttuose ipotesi romanzesche della nuova letteratura ceca, e in fondo al testo ricompensa il lettore attento con uno scioglimento a sorpresa e con un finale “col botto”. In altre parole Topol rimane leggibilissimo ma non si adagia su percorsi lineari; pur non facendosi avanguardista e non abbandonandosi a esperimenti autoreferenziali, indaga con questo e altri suoi libri una via narrativa che si faccia specchio del mondo frazionato e scisso a cavallo fra XX e XXI secolo: verrebbe da paragonarlo all’Antonioni dell’Eclisse e di Zabriskie Point con i suoi luoghi non-luoghi doloranti e le sue esplosioni psichiche da fine del mondo moderno. Come in un “exploded drawing” infatti, come in un resoconto clinico non eccessivamente razionale, l’autore smonta l’unità della vicenda ed eleva qui il disequilibrio del suo personaggio, tossicodipendente con disturbi visionari e psicosomatici, a metodo diegetico. Come Jatek caracolla fra le vie di Praga e poi in trasferta fra i vicoletti della comunità di tossici parigini, venendo travolto da occasionali e incontrollabili visioni di cieli insanguinati, così noi siamo condotti senza eccessive regolarità strutturali in un’alternanza di piani ravvicinati e sguardi in prospettiva, che si inseguono in modi a tratti enigmatici nei venti capitoletti di questa epopea cittadina intrisa di sangue e umori fetidi.
Il dono maledetto di Jatek è l’abilità o la sfortunata ventura che gli permette di creare una droga speciale che moltiplica come nessun’altra prima esperimentata la “beatitudine”, una delle parole chiave del romanzo (“Era una beatitudine infinita. Un’avventura straordinaria, un volo senza cadute”, p. 57); ciò è però ottenuto al caro prezzo della perdita del suo equilibrio esistenziale, ridotto com’è a dover evitare lo sguardo al cielo e a fuggire in certo modo la luce e la chiarezza della visione: “il sangue colava giù dal cielo, gli cadeva dentro gli occhi… Ricordava abbastanza di preciso la prima volta che era comparsa la visione. Era all’incrocio, ad aspettare il tram forse, e il cielo coagulò” (p. 13). La lotta visiva che si dipana nel romanzo è quella accanita fra le cataratte di occhi opachi iniettati di sangue e il “limpido sguardo”, difficilissimo da recuperare in un microcosmo che ha perso la sua unità prospettica.
Dove mai fuggire se il cielo ti cade addosso sciogliendosi in fiotti di plasma rossastro? Se il firmamento si sbriciola nei nostri occhi perdiamo, kantianamente, il cielo stellato sopra di noi e la legge morale che è in noi. Questa visione apocalittica di un orizzonte di sangue fissa così il limite scopico e le coordinate etiche di un essere umano perseguitato dal male del sottosuolo, dall’avidità dei suoi simili e dalla colpa di aver buttato e sprecato il proprio sangue in centinaia di colpi di siringa, o qui piuttosto in sniffate compulsive.
Il sangue, è questo il tessuto connettivo, il tema portante del romanzo; il sangue marcio della dipendenza tossica, il rosso che riempie gli occhi di un esangue eroe vagabondo, e infine il motivo scatenante della soluzione finale, sorta di Armageddon in formato locale in cui (non riveleremo certo i dettagli) i nodi verranno al pettine in grumi cruenti che condensano i vari rivoli di fluidi corporei che i capitoli rappresentano nella loro apparente incoerenza strutturale. Il romanzo sembrerebbe dunque scentrato: è in effetti lo è, costruito com’è per serie di flash consecutivi. La narrazione è come filtrata dalle visioni improvvise di Jatek, che pur nella loro miseria umana aprono inaspettati squarci di sublime: “Vedeva il cielo rosso e guardava… Sapeva che doveva tornare dentro di sé… qualcosa, laggiù sul fondo, nelle profondità abissali che si spalancavano in lui come il baratro di quella fossa…” (p. 65). O ancora vediamo questa messa in prospettiva monumentale in merito alle sostanze stupefacenti che sono motore, croce e delizia dell’agire formicolante e ottuso di questi personaggi: “Sapeva bene che chi prende droga diventa droga lui stesso. È al quel punto che o smette o è morto. Sapeva che la droga uccide fin dalle origini dell’umanità…La droga circola attraverso i corpi, e sono i corpi dei tossicomani morti che lo tengono in vita” (p. 48).
Per concludere si può dire in modo figurato (e più generale) che uno dei movimenti culturali che hanno segnato la letteratura ceca dopo la caduta del regime è stata la “riemersione”. La ripresentazione del sommerso, la risalita dei temi e delle figure che popolano i bassifondi e che il regime sopprimeva come argomento sgradito. Con termine anglosassone che coglie qui perfettamente un “luogo” della cultura oltre che un meta-genere nella sua interezza, non ci si offre parola migliore che underground per definire quello che dalle cantine e dalle casematte della società si è potuto finalmente riproporre nelle pagine dei romanzi e della poesia del dopo-1989. Il discorso è valido soprattutto per i grigi anni Settanta e Ottanta della letteratura ufficiale, ma a parte Egon Bondy e alcuni autori di nicchia di minor fama sono pochi i cechi che pescano nel sottobosco metropolitano con tale aderenza antropologica come fa Topol. Se è vero ad esempio che anche Bohumil Hrabal raccoglieva a piene mani nel fango del sottobosco sociale e nelle fasce delle cosiddette “classi sconfitte” dalla rivoluzione, il suo era un approccio fondamentalmente stilizzante e giocoso (anche se il “gioco” di Hrabal può essere a sua volta sanguinoso e fatale). Topol in alcuni dei suoi testi ricorda invece la maledizione urbana del cinema americano dei “belli e dannati”: i suoi sono drogati costretti a un moto perpetuo, i suoi piccoli gangster post-balcanici rivelano l’esplosione delle mafie nella capitale boema con la tristezza impotente con la quale si accetta l’insorgere di un cancro. Si veda soprattutto il suo racconto breve del 1994 Výlet k nádražní hale [Viaggio alla stazione dei treni] in cui egli fra i primi fotografava il tessuto sociale praghese che si piegava (e si piagava) sotto le spinte e le esigenze della mafizzazione e della globalizzazione mondiale. Le sue puttane e i suoi pazzi non urlano con forza che vogliono “viiiivere” come quelli di Hrabal (si veda Inserzione per una casa in cui non voglio più abitare), ma sono corpi piagati e nevrotici simili alla Christian F. dell’ormai famoso Zoo di Berlino, che non ci pacificano con uno slancio umano o con una perla nascosta nel letame delle loro vite. Essi non hanno a volte nulla da invidiare neanche ai film del new horror Usa sugli stati allucinatori (Allucinazione perversa di Adrian Lyne o Ascensore per l’inferno di Alan Parker i titoli che ci vengono in mente). E bene ha fatto uno dei più capaci registi cechi degli ultimi decenni, Vladimír Michálek a filmarne una versione schizofrenica eppur fedele nel suo Anděl Exit (2000), che nel mondo cinematografico ceco può essere accostata per la sua vivace atipicità a pochi altri film, come per esempio il coraggiosissimo e sgradevole A bude huř… [E andrà sempre peggio…, 2007] di Petr Nikolaev.
Allargando con queste ultime considerazioni la rete dei riferimenti vogliamo solo invitare a una lettura non prettamente sociologica né espiatoria di questo romanzo senza false velleità catartiche, ma con forte impatto esistenziale. Siamo invece forse molto più vicini all’horror, ovvero all’“orrore” kurtziano del Cuore di tenebra di Conrad, in cui il fiume di sangue che scorre sotto Praga e nelle vene di Jatek (ricordiamo che “jatky” in ceco indica il mattatoio ovvero una strage sanguinolenta) si sostituisce al fiume Congo per portarci nelle profondità svuotate dell’esistenza ormai ben poco rivoluzionaria del mondo occidentale.
eSamizdat
Rivista di culture dei paesi slavi
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