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V. Grossman, Vita e destino, traduzione di C. Zonghetti, Adelphi, Milano 2008 (Pietro Tosco), pp. 299-301
La nuova, sobria ed elegante edizione italiana nelle vesti della Biblioteca Adelphi di quel capolavoro del Novecento che è Žizn' i sud'ba [Vita e destino] di Vasilij Grossman va salutata come si conviene ai grandi eventi. La riedizione del romanzo, basata su una redazione definitiva e presentata in una nuova, fondamentale traduzione a cura di Claudia Zonghetti, arriva a distanza di ventiquattro anni dalla prima, uscita sotto il marchio di Jaca Book nella collana Slavica, e va così a unirsi sul fronte editoriale alla contemporanea – e non meno “esplosiva” – povest' grossmaniana Vse tečet [Tutto scorre], pubblicata da Adelphi nel 1987. A sigillare l’uscita come un evento basterebbe la semplice valutazione dei dati di vendita, che hanno portato la casa editrice milanese a realizzare quattro ristampe in quattro mesi. Com’è noto, infatti, questa nuova pubblicazione si presenta come il compimento di una vicenda editoriale incredibile e romanzesca che si è protratta nell’arco di quasi cinquant’anni.
L’odissea ha inizio il 14 febbraio 1961 in un appartamento di Mosca. Grossman ha da pochi mesi ultimato la stesura di Vita e destino, la seconda parte di quella grande opera cui stava lavorando sin dagli anni della guerra, una dilogia sulla battaglia di Stalingrado, imponente epopea russo-sovietica simbolica nel suo significato storico e sostanziale per l’esperienza biografica che lo aveva segnato. La prima parte Za pravoe delo [Per una giusta causa] – la cui assenza in traduzione italiana si fa sempre più sentire – era stata pubblicata sul Novyj mir della prima direzione Tvardovskij nel 1952, dopo tre anni di revisioni e alterchi con gli apparati censori (ci è rimasta una sua lettera indirizzata direttamente al grande tiranno: “Caro Iosif Vissarionovič”), e pur tra le polemiche aveva trovato un posto d’onore nella prosa bellica approvata dall’Unione degli scrittori. Ma questa seconda parte – dall’eloquente titolo di calco tolstojano formato sull’opposizione semantica dei due sostantivi – si distanziava talmente dalla precedente (e con essa dal resto della letteratura contemporanea) da rivelare una trasfigurazione tanto precoce quanto stupefacente. In essa Grossman aveva portato a compimento una radicale emancipazione intellettuale e la sua Stalingrado era diventata il simbolo della vittoria della libertà sull’ideologia, dell’uomo sul disumano. Nazisti e comunisti, al di là dei ruoli storici, apparivano gli uni specchio degli altri, lo stato partitico emblema del male dell’epoca, e su essi trionfava il mistero eterno dell’uomo in quanto tale, senza la gabbia degli aggettivi (sovieticus, ebreo, buono, cattivo, e così via). Quel giorno di febbraio, dunque, fu lo stesso stato sovietico che ne decretò l’inamissibilità storica: il Kgb perquisì l’alloggio dello scrittore e ne sequestrò tutti i materiali. Di Vita e destino non rimase niente e ancora oggi su quel materiale si stende l’ombra del silenzio. A suggello di questa prima fase vale la pena ricordare la sentenza marmorea di Michail Suslov, ideologo del Presidium, che nelle sale del Cremlino ricevette Grossman per conto del bicefalo dio del disgelo, Nikita Chruščev: “È impossibile pubblicare il Vostro libro e, infatti, esso non sarà pubblicato. […] Per quale motivo dovremmo aggiungere il Vostro libro alle bombe atomiche che i nostri nemici si apprestano a lanciare contro di noi?”.
La seconda fase inizia con la prematura morte dello scrittore nel 1964 e si protrae nell’arco di vent’anni. Del romanzo, infatti, non tutto è perduto: prima della perquisizione Grossman ne aveva inaspettatamente affidata una copia clandestina – dattiloscritta ma non revisionata – all’amico poeta Semen Lipkin. Così, negli anni in cui le rivelazioni del gulag, gli scritti di Solženicyn e i “dissidenti” cominciano a risuonare in occidente, con quel dattiloscritto si tenta la via della pubblicazione all’estero: viene più volte ridotto a microfilm (Sacharov e sua moglie ne fanno una copia nel bagno-laboratorio di casa loro) ma anche a ovest fa fatica a trovare la sua strada. Sarà solo nel 1980 che il coraggio di un editore quale il serbo Vladimir Dimitrievič (che dal 1966 aveva fondato in Svizzera la casa editrice L’Age d’Homme “per non ridurre la letteratura russa ai soli nomi di Dostoevskij, Tolstoj e Gor'kij”) consentirà la prima pubblicazione mondiale in russo del romanzo, in una versione memorabile pur nella sua incompletezza, esito di un oneroso lavoro filologico cui furono incaricati Efim Etkind e Simon Markiš. Da quella seguirono le traduzioni e Jaca Book ha il merito di essere stata fra le prime a scommettere sul romanzo e a far conoscere Grossman in Europa. Come spesso in questi casi, la ruvidezza dell’edizione è ampiamente compensata dal suo valore storico e l’allora giovanissima Cristina Bongiorno riuscì onorevolmente nell’impresa di portare a compimento la traduzione di un’opera tanto voluminosa quanto frutto di un autore ancora totalmente sconosciuto. Vita e destino viene così accolto come un capolavoro. Tra i molti, Adelphi lo presenta nella seconda di copertina con le parole di George Steiner secondo il quale libri come questo “eclissano quasi tutti i romanzi che oggi, in occidente, vengono presi sul serio”. Ma si potrebbe osare di più, ad esempio con Tzvetan Todorov, che alla luce di questo romanzo ha definito tutto il XX secolo come “il secolo di Vasilij Grossman” (Memoria del male, tentazione del bene. Inchiesta su un secolo tragico, Milano 2004).
L’odissea, tuttavia, è ancora lungi dalla meta. L’atto finale dovrà aspettare la perestrojka gorbačeviana. Nel 1988 la versione svizzera compare per la prima volta in patria, sulla rivista Oktjabr', seguendo quell’ondata di pubblicazioni letterarie che costituisce il volto culturale della glasnost'. È lo stesso anno del Doktor Živago e di My [Noi] di Zamjatin. Il ritorno ufficiale del romanzo in Russia svela l’ultima sorpresa: al figlio dello scrittore si presenta la vedova di un vecchio amico del padre (dei tempi dell’università, completamente estraneo ai circoli letterari) con in mano un’altra copia del manoscritto, affidata al marito dallo stesso Grossman nel 1960. Si tratta di una redazione completa – dattiloscritta e con correzioni autografe – in cui compare la dedica alla madre. Dal 1989, dunque, in Russia viene pubblicata la nuova versione, confermata dall’uscita delle Sobranie Sočinenij v 4-ch tomach [Opere scelte in 4 volumi] avvenuta a Mosca nel 1998.
Era dunque molto che in occidente si attendeva l’uscita di questa nuova versione. L’iniziativa di Adelphi segue di poco quella francese di Robert Laffont (Parigi 2006) ed è contemporanea a quella spagnola di Galaxia Gutenberg (Barcellona 2008). Oltre a una lunga serie di correzioni di termini e trasformazioni di perifrasi, la nuova variante completa i monconi della vecchia, vale a dire le pagine risultate illeggibili per la bassa qualità dei microfilm (ma in tutto non sono che una decina, ben poche nell’economia del romanzo). Cambiano le numerazioni dei paragrafi, che Grossman risistemò più volte per scegliere infine una suddivisone più marcata. Ma la novità che si fa sentire con più forza è la dedica alla madre Ekaterina Savel'evna, uccisa dai nazisti nel 1941 nella città natale Berdičev in Ucraina, la cui morte rappresenta per Grossman la scoperta dell’identità ebraica (come accade nel romanzo a Štrum: “Lui era ebreo ed ebrea era sua madre: prima della guerra non ci aveva mai riflettuto”, p. 85) e il legame fortissimo che egli sempre sentì con lei costituisce l’apertura al destino tragico di tutta l’umanità: “Per me tu sei l’umanità e il tuo terribile destino è il destino dell’umanità in questi tempi inumani”.
La nuova traduzione ha il grande pregio di restituire al lettore italiano la ricchezza del testo russo. Claudia Zonghetti, che aveva già affrontato lo scrittore negli anni del suo apprendistato con la traduzione “collettiva” (insieme agli allievi della Setl) di alcuni racconti, rende la scrittura di Grossman in un bellissimo italiano, così che la prosa di Vita e destino, asciutta e chiara, ma mai semplice e sempre molto ricca lessicalmente, può essere largamente apprezzata dal lettore italiano. In particolare, la resa appare molto buona in quella cifra costante di Grossman che è l’accumulazione di termini e vocaboli, a espressione della grandiosità della realtà e del sentimento che essa suscita nell’essere umano, e nella “parola viva” – opposta al formalismo della lingua ideologica – di cui si nutrono tutti i dialoghi del romanzo. Più discutibili, invece, le scelte di cambiare sovente la costruzione della frase russa, anche là dove l’italiano consentiva una maggiore fedeltà al testo russo. Certamente, tuttavia, il grande merito della traduttrice è di essere riuscita a tenere cifre costanti per tutta l’ampiezza del testo, per cui in sostanza l’intera resa appare solida, omogenea e coerente.
Grazie a questa traduzione si può finalmente conoscere Grossman dal punto di vista che gli è più proprio, quello letterario, quale nucleo sorgivo di tutte le considerazioni storiche che, da quando lo si è conosciuto, lo hanno visto come un testimone privilegiato del tragico XX secolo. La sua creazione letteraria lo inserisce tra i classici, così che la letteratura ancora una volta appare un atto umano sorprendente per capacità sintetica e potenzialità espressiva. Per questo vale la pena accogliere l’evento della sua nuova uscita affrontandone nuovamente la lettura, perché “grande è la forza di una parola intelligente e libera” (p. 113).
eSamizdat
Rivista di culture dei paesi slavi
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