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V. Kaverin, Il Grande gioco: romanzo fantastico, a cura di C. Scandura, La Mongolfiera, Doria di Cassano Jonio (CS) 2008 (Valentina Silvestri), pp. 322-324
Frutto di un “primo amore” tra Claudia Scandura, allora allieva di Angelo Maria Ripellino, e la letteratura russa del Novecento e omaggio all'amico e scrittore Veniamin Kaverin, la traduzione italiana di Bol'šaja igra [Il Grande gioco, 1925] viene data nuovamente alle stampe quest'anno in una versione rielaborata e introdotta da un lungo saggio critico. Pubblicata nell'aprile del 2008 da una casa editrice minore della provincia di Cosenza, l'editrice alternativa La Mongolfiera, l'opera si inserisce al secondo posto della collana Culture e intrecci, precedentemente inaugurata dalla traduzione di Paola Ferretti dell'opera Rango e denaro di Evdokija Rostopčina, e si presenta come esito finale di un iter piuttosto lungo. Tradotto già negli anni '80 insieme a un altro racconto dello scrittore russo, La botte, il romanzo era in procinto di essere pubblicato dagli Editori riuniti nella collana Giallo d'autore, ma la vendita della casa editrice ne bloccò l'uscita. Ripreso in seguito, il dattiloscritto viene pubblicato con un introduzione della stessa Scandura sulla rivista Slavia del 2003, ma non rispecchia ancora il risultato auspicato dalla curatrice. Ultimo risultato editoriale quindi, in senso strettamente cronologico, di un interesse oramai quasi trentennale per la produzione letteraria di Kaverin, il volumetto si distribuisce equamente tra il saggio Veniamin Kaverin ovvero il gioco della scrittura e la traduzione Il Grande gioco: romanzo fantastico.
Il testo critico si apre con l'esordio letterario di Veniamin Kaverin sulla scena russa degli anni '20 e con la sua “fratellanza” con quei serapionidi che, al grido di Na zapad! [A occidente!], motto lanciato in un articolo del 1922 da Lev Lunc, guardavano a occidente nella scelta dei loro modelli letterari, alla vitalità delle fabule del romanzo d'avventura e del romanzo giallo d'ispirazione anglosassone. Kaverin stesso era convinto “che la letteratura dovesse rinnovarsi secondo strade nuove, dovesse diventare più attraente, vivace, fantasiosa secondo i modelli della letteratura occidentale che si rifaceva soprattutto a Hoffmann e a Stevenson” (p. 11). Ed è su questa convinzione che si basa la matrice della prima prosa kaveriniana, che diventa espressione della capacità ludica della scrittura. Anche l'influenza delle teorie di Viktor Šklovskij e lo stretto rapporto che lo legava ai formalisti, in particolar modo a Jurij Tynjanov, si fanno sentire nella sperimentazione letteraria, Kaverin costruisce storie estremamente complesse dove l'intreccio si dipana in molteplici linee narrative che fanno sembrare la risoluzione del caso costantemente a portata di mano. Questi artifici servono invece a trascinare il lettore all'interno delle intricate vicende in cui è “la gioia del raccontare” ad alimentare la trama: l'autore gioca con i suoi personaggi, li muove nel tempo e nello spazio, li fa apparire e scomparire dalle scene, riprendendo ciò che avviene nel cinema russo dell'epoca. Flash-back e dissolvenze legano le scene in cui i personaggi agiscono indipendentemente l'uno dall'altro, senza essere funzionali alla sequenza dei fatti. La prima parte del volume si presenta quindi come ricostruzione critica dei momenti salienti della vita e della fortuna dello scrittore, dove, tra riferimenti biografici e bibliografici di approfondimento, ci vengono fornite le chiavi di lettura del romanzo fantastico e di spionaggio Il Grande gioco.
Circa la metà del saggio introduttivo è dedicata alla ricostruzione della genesi del romanzo e a una sua lettura critica. Dopo una prima stesura che risale all'estate del 1923, intitolata Šuler Dieu [Il baro Dieu] modificata in seguito in Edwin Wood e poi in Bol'šaja igra [Il Grande gioco], il breve romanzo viene pubblicato nel 1925 sull’almanacco Literaturnaja Mysl', e l’anno successivo in volume insieme a Konec chazy [Fine di una banda, 1926], con cui ha in comune il motivo della malavita nei bassifondi: “ho lavorato al racconto Šuler Dieu, di cui ti avevo già scritto…, ora ho messo tutto bene in terra, ho mandato al diavolo l'elemento fantastico e l'ho ribattezzato Edwin Wood… mi sono trasferito in Russia, ho scritto delle taverne di Piter e, scusami amico mio, ma nell'ultimo capitolo ti ho messo al tavolo da gioco nel club fra Fedin, Tichonov, Viktor ed Edwin Wood” (p. 20). Così Kaverin scrive nel 1924 a Lev Lunc, rivelandoci già quali saranno i giocatori che siederanno al tavolo da gioco, tra i Fratelli di Serapione ci sarà posto anche per Sterne, Conan Doyle, Kipling. Infatti il successo ottenuto dai romanzi gialli e polizieschi nella Russia degli anni Venti, e in particolare, l'influenza di scrittori inglesi e americani si respira anche nelle pagine di questo racconto, che, partendo da un'ambientazione esotica, arriva allo scioglimento della trama da spy-story nelle fumose bische di Leningrado. L'atmosfera teatrale e spettrale allo stesso tempo dei vicoli squallidi e dei quartieri malfamati dell'isola Vasilij ci conduce nelle bettole, nei covi dove il protagonista affronterà il Gran Gioco, termine ripreso dal romanzo Kim di Kipling, inteso sia come gioco spionistico che vedrà Wood/agente battersi per recuperare un importante documento, sia come gioco d'azzardo che vedrà Wood/baro affrontare il destino e la morte al gioco delle carte. Motivo costante di tutta la produzione kaveriniana e vero e proprio tema della letteratura russa dell'Ottocento, che ci rievoca inevitabilmente la Dama di picche di Puškin e Il giocatore di Dostoevskij, il gioco per Kaverin è soprattutto gioco con la scrittura, con la trama che mescola alla realtà la finzione artistica, l'elemento fantastico, la follia.
Oggetto del romanzo è infatti una trama piuttosto intricata che, sullo sfondo di un fatto storicamente vero, la storia dell'intervento russo in Etiopia, ruota intorno al recupero di un documento realmente esistito riguardo alla successione al trono del negus Menelik. Tutto inizia con l'antefatto della storia, l'incontro in Etiopia tra l'orientalista professor Panaev e il negus che redige il documento per la successione. Dal secondo capitolo in poi la storia si trasferisce a Leningrado, ed è qui che inizia la missione dell'agente Stephen Wood, incaricato dall'ispettore dei servizi segreti inglesi Hugh Fosset-Watson di recuperare l'importante pergamena. Dalle stesse parole del protagonista, attraverso una lettera indirizzata a Scotland Yard, scopriamo subito che Stephen Wood non è solo un abile agente, ma racchiude in sé la genialità del baro e la folle immaginazione del visionario. A momenti di lucidità si alternano fasi in cui il protagonista è in preda alla follia, arriva a credersi Dio, da qui il titolo della stesura precedente, e a voler sottomettere l'umanità, “ha trovato finalmente un sistema che tra qualche anno sarà in grado di restituirgli il potere e al mondo l'ubbidienza. Non c'è niente di più semplice, bisogna organizzare il mondo secondo un sistema carcerario” (p. 80). Alle allucinazioni e agli incubi che lo tormentano si unisce l'atmosfera misteriosa e dannata di covi e fumerie d'oppio pietroburghesi, che l'agente Wood perlustra in lungo e largo per risolvere la missione. In un'ambientazione di “gogoliana memoria” le ossessioni che perseguitano Stephen Wood si risolveranno nel fatale destino che lo attende. Dopo aver recuperato l'atto originale, servendosi di un gioco di prestigio con il professor Panaev in cui Wood arriva a vestire i panni di un abile giocoliere circense, la storia sembra volgere a lieto fine per il protagonista, ma, nell'epilogo, i due antagonisti si scontrano a duello. L'agente Wood, oramai colpito dalla pazzia, vuole dimostrare la propria superiorità anche al tavolo da gioco sfidando il professor Panaev a una partita a chemin de fer. In preda alle allucinazioni, il tavolo verde si trasforma in un campo di battaglia: gli avversari si schierano l’uno di fronte l'altro pronti ad aprire il fuoco e a turno lanciano le carte come fossero colpi di fucile, mentre Wood si prepara al tiro, ma la mossa viene scoperta.
In un solo attimo svaniscono trucchi e visioni, la scrittura non è più fantasia ma ritorna a essere pura realtà. Anche noi lettori, desiderosi di scoprire il finale e catturati da una piacevole lettura che corre tra verità e finzione, ci vediamo lì – sulla scena, come se fossimo seduti al tavolo avvolti dall'aria densa di fumo con Stephen Wood che giace a terra. Tutto è finito, il baro è stato smascherato, l'artificio svelato.
eSamizdat
Rivista di culture dei paesi slavi
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