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A. Niero, L'arte del possibile. Iosif Brodskij poeta-traduttore di Quasimodo, Bassani, Govoni, Fortini, De Libero e Saba, Cafoscarina, Venezia 2008 (Marco Sabbatini), pp. 355-357
Non solo poeta, ma poeta-traduttore. Un aspetto spesso trascurato, e per certi autori forse trascurabile, ma che è esperienza letteraria fondamentale in Iosif Brodskij, anche se diversa nella sostanza nelle due fasi della sua biografia, ovvero prima e dopo l'emigrazione dall'Unione sovietica. Il pregio originario del lavoro di Alessandro Niero è insito proprio in questa riaffermazione. Con acume e certosina precisione l'autore ci offre uno spaccato emblematico di versioni poetiche italiane del Brodskij “sovietico”, ovvero prodotte prima del 1972. Si tratta di quello scorcio biografico in cui il poeta “non ufficiale” sopravvive in patria come traduttore letterario, soprattutto dall'inglese, lingua che frequenta sin da giovanissimo, ma anche dal polacco che apprende da autodidatta, e dall'italiano, di cui è all'epoca pressoché digiuno. La “riproduzione” russa dei poeti italiani in questione, da Quasimodo a Saba, è resa possibile per Brodskij dal podstročnik [la traduzione interlineare], una versione intermedia “di servizio” affiancata all'originale. È una pratica del tradurre poesia che trova particolare diffusione in epoca sovietica, soprattutto in un momento storico-culturale come quello del dopo Stalin. Nella sua introduzione, A. Niero opportunamente ribadisce l'attenzione rivolta in Urss alle letterature straniere e alle traduzioni letterarie negli anni Cinquanta-Sessanta, periodo in cui è interesse diretto della dirigenza di partito incentivare una condivisione multiculturale e sovranazionale dell'ideologia. In tal senso, Iosif Brodskij pressoché reietto come poeta, alla fine degli anni Sessanta si inserisce in veste di traduttore in un canale privilegiato dell'editoria sovietica. Il primo poeta italiano che incontra Brodskij è Salvatore Quasimodo, di cui Niero analizza nel primo capitolo le versioni della Lettera e di Ai quindici di Piazzale Loreto. Come sottolinea l'autore, la presenza di Quasimodo in Unione sovietica è importante sin dalla seconda metà degli anni Cinquanta, grazie anche a poeti-traduttori quali L. Martynov e B. Sluckij, ma la sua affermazione è piena alla fine degli anni Sessanta, quando nel 1968 E. Solonovič gli dedica ampio spazio nella sua raccolta antologica Ital'janskaja lirika. XX vek [Lirica italiana. XX secolo]. Quasimodo risulta essere uno dei poeti italiani preferiti da Brodskij, tanto che Niero a conclusione delle analisi dei due testi tradotti indugia con ulteriori considerazioni sui momenti di contatto tra Brodskij e il poeta di Ed è subito sera. Sin da questo primo capitolo è chiaro lo schema con cui Niero struttura il discorso anche nei successivi dedicati agli altri cinque poeti: l'attenzione sull'analisi filologica delle traduzioni è ravvivata dalla premessa sulla ricezione degli autori italiani in questione in Urss, per essere poi seguita dalla ricerca di spunti di riflessione sulle eventuali interferenze e influenze di poeti e traduzioni nella lirica brodskiana. Ad esempio, nel primo capitolo, è quanto mai significativo il recupero che Niero fa del ruolo di Boris Sluckij (anch'egli traduce Quasimodo) nell'attività giovanile di Brodskij poeta e traduttore.
Nei tre capitoli successivi, che costituiscono idealmente la prima e più variegata parte del libro, l'autore sofferma la sua attenzione ancora sulle vicissitudini storico-editoriali e sulle motivazioni ideologiche che in Urss hanno condotto alla ribalta la poesia italiana figlia della Resistenza partigiana. Se ne deduce che Brodskij spesso traduce in questo periodo su commissione, per lavoro, e anche per questo motivo le versioni da Giorgio Bassani (I giocatori), Corrado Govoni (“Ho bisogno di piangere, ma non posso....”), Franco Fortini (Coro di deportati ed Europa), nonché da Libero De Libero (Per gli uccisi alle Fosse Ardeatine... ), sono da considerarsi occasionali. Si tratta di poeti “minori” con cui Brodskij non ha confidenza, né molta affinità, ma è proprio qui che la sua vena di traduttore dimostra un grande eclettismo e tende a cristallizzarsi come virtù linguistica in lotta con la spontanea inclinazione poetica. Quelle di Brodskij non sono versioni scontate e aderenti all'originale. Lasciano è vero perplessi certe scelte traduttive tutt'altro che sobrie; le deviazioni (a volte svarioni) sono semanticamente rilevanti, come con Bassani, in altri casi palesi dal punto di vista formale (metrico, strofico, fono-lessicale), come ad esempio in Chor izgnannikov [Coro degli esiliati] di Fortini, tanto da portarci a pensare che la brodskiana traduction-recréation [traduzione-rifacimento], secondo la definizione di E. Etkind, somigli più a una “ambigua” esperienza letteraria, che sfuma pericolosamente i contorni “artigianali” del tradurre. Non può tuttavia che restare sospeso qualsiasi giudizio definitivo su Brodskij traduttore dall'italiano; quello del testo intermedio da rielaborare è oggettivamente una variabile tutt'altro che trascurabile. Emblematico è il caso di Pamjati ubitych v Adreatičeskich katakombach [Alla memoria degli uccisi alle Fosse Adreatine] versione da Libero De Libero, che Niero restituisce a Brodskij e che non va quindi attribuita come in passato a Evgenij Solonovič (quest'ultimo ne ha dato conferma); in questa lirica, di non facile interpretazione e traduzione, esce ridimensionato il valore civile e storico dell'evento narrato e come ci fa notare Niero, spicca non solo lo svarione delle Fosse Adreatine (che evoca un “Adreatiche”), ma anche la serie di discordanze con l'originale sul piano della resa semantica, tanto da far dubitare dell'adeguatezza del podstročnik.
La seconda ideale parte del libro si concentra interamente su Umberto Saba, ultimo poeta preso in analisi nel libro e tradotto in modo più sostanzioso da Brodskij. La ricezione in Urss di Saba è significativa e ben documentata da Niero: già nel 1958 appare una versione per mano di N. Zabolockij, mentre del 1974 esce la raccolta di 130 liriche tradotte Kniga pesen [Il canzoniere], dove Brodskij, già in esilio e “persona non grata” in patria, non compare tra i traduttori, ma è celato dietro N. Kotrelev, che funge da suo prestanome. Niero si sofferma anche sul primo “incontro” di Brodskij con il poeta triestino, che risale al 1968 quando E. Solonovič contattò il poeta leningradese per alcune traduzioni di Saba.
Da Autobiografia a Lettera sino alle cosiddette versioni “ritrovate” (ufficialmente attribuite a Kotrelev), come Più soli o Mezzogiorno d'inverno, sono molti i passaggi interessanti di Brodskij traduttore di Saba, un confronto che passa anche attraverso le forme del sonetto e che Niero rende più completo chiamando in causa le versioni di altri traduttori. A impreziosire il discorso su Saba, è l'ultimo sottocapitolo dedicato a una versione inedita di Ritratto della mia bambina (in Brodskij Portret moej devočki); una ritrovamento significativo, oltre che curioso, con cui Niero porta a quattordici il numero totale delle versioni di Brodskij da Saba.
Nonostante l'attenzione particolare rivolta al poeta triestino, e pur considerando le scelte formali ricorrenti nelle altre versioni brodskiane (l'uso o meno di rime, strofe corrispondenti, o l'uso del metro – spesso giambico), non ci sono sufficienti elementi sistematizzanti per determinare una strategia traduttiva univoca di Brodskij dall'italiano. Resta l'invito alla lettura paziente dell'analisi circostanziata di ogni singola versione, per calarsi di volta in volta nella pratica del tradurre. Un pensiero finale va speso per la lunga prefazione, in cui Niero oltre a dare una visione completa di Brodskij traduttore ci offre, soprattutto per bocca del poeta, una serie di profonde osservazioni di assoluta attualità e utilità sulla traduzione, quell'atto di civiltà che è “comune denominatore spirituale” capace di animare tra loro differenti culture.
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Rivista di culture dei paesi slavi
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