Archivio rivista
Le Sezioni
Le Info
Compagni di Strada
C. Emerson, Vita di Musorgskij, traduzione dall’inglese di A. Cogolo, EDT, Torino 2006 (Ilaria Remonato), pp. 372-375
Questa biografia di Modest Petrovič Musorgskij (edizione originale The Life of Musorgskij, Cambridge 1999) si rivela sin dall’inizio insolita, diversa dalle opere canoniche del genere, sia nell’approccio critico, sia nell’articolazione dei contenuti. Come spiega l’autrice nella prefazione, infatti, la scarsità di eventi esteriori nell’esistenza del musicista e la mancanza di memorie o confessioni dettagliate contribuiscono ad aumentare gli ostacoli e le barriere per il biografo, acuendo l’impressione di una “impenetrabilità del soggetto”. Nel passato la psicologia elusiva del musicista e la sua innata ritrosia nel parlare di sé e della sua arte hanno favorito interpretazioni piuttosto monolitiche, in cui prevalevano gli orientamenti personali di amici e conoscenti. A differenza di molti protagonisti della scena culturale ottocentesca, Musorgskij non ebbe un indirizzo stabile né una casa propria, non viaggiò al di fuori della Russia, non si sposò mai e visse come uno scapolo sregolato, isolato rispetto alla società. I veri “eventi” su cui si intreccia il suo percorso biografico sono legati quindi alla sua immaginazione drammaturgica e musicale, alla ricostruzione di una spiritualità ambigua e visionaria, ricca di sfumature e capace di creare opere immortali.
Si può parlare di una vera e propria “biografia dell’anima”, in cui fatti e dati concreti vengono proiettati su uno sfondo storico-culturale più ampio senza forzarne la lettura. Le atmosfere rarefatte della campagna russa e la dimensione emotiva ovattata in cui crebbe Musorgskij vengono spesso messe in relazione con alcuni suoi punti di riferimento come Gogol' e l’Oblomov di Gončarov: le affinità profonde con queste figure chiave della letteratura russa tornano più volte nel testo, e rappresentano dei Leitmotiv che mettono in una luce diversa determinate scelte e comportamenti dell’artista. Il fascino ambivalente della passività e della rinuncia al mondo esterno evocano un’interiorità complessa e tormentata, una percezione radicale nella sua autenticità. Sulla scia di Gogol', il compositore sviluppò una brillante attività epistolare, in cui giocando con il suo innato talento per le finzioni indossava di volta in volta delle “maschere” del sé, dietro alle quali momenti di grande fervore ed entusiasmo creativo si alternavano a periodi di cieco sconforto e abbandono. Lo scrittore ucraino costituì una delle passioni costanti di Musorgskij: era talmente affascinato dai toni grotteschi e dal terrore ipnotico emanato dal folclore nei suoi testi da realizzarne trasposizioni musicali in varie occasioni (dal Matrimonio e dal racconto La fiera di Soročincy). Come osserva Emerson, la sensazione incombente del declino della vita di fronte all’avanzare inesorabile del tempo è un aspetto che accomuna la visione del mondo dei due autori. Particolarmente interessante appare anche la descrizione del contesto socio-politico ottocentesco e del clima culturale degli anni ’60, dagli effetti rilevanti sulla vita quotidiana del compositore; il decreto di abolizione della servitù della gleba (1861) influì pesantemente sul reddito dei piccoli proprietari terrieri, costretti come nel suo caso ad accettare umili impieghi nell’amministrazione zarista per sopravvivere.
I sei capitoli di cui si compone il testo seguono l’itinerario cronologico della breve vita di Musorgskij (1839-1881), dai primi anni nel villaggio di Karevo (regione di Pskov), sino al convulso periodo finale a Pietroburgo, in cui miseria e malattia ne determinarono il tragico declino. Allo stesso tempo, tuttavia, ogni sezione approfondisce una tematica principale legata al periodo biografico preso in considerazione, come i rapporti con la famiglia, gli intensi legami con la ristretta cerchia di amici e mentori, le idee di Musorgskij sulla tecnica e sulla teoria musicale, la centralità della storia e del folclore russo nelle sue composizioni, la presenza sinistra e ricorrente della morte. Il clima psicologico e culturale in cui nascono le opere è ricostruito con precisione, dalle prime raccolte liriche come La stanza dei bambini e Svetik Savišna, sino ai capolavori Boris Godunov e Chovanščina vengono rintracciate alcune costanti di tipo tecnico e soprattutto contenutistico. Pagina dopo pagina prende corpo l’elaborazione di un linguaggio musicale originale e inconsueto, in cui gli echi dei canti popolari tradizionali e la percezione delle tragiche condizioni di vita del popolo russo emergono con straordinaria forza e bellezza.
L’infanzia e la giovinezza dell’artista (1839-1856) trascorrono in una sonnolenta proprietà rurale della sconfinata provincia russa e risultano scarsamente documentate; gli aspetti più significativi sono legati al rapporto diretto con la natura e all’intenso amore per la musica: come racconterà più avanti in alcune lettere, per il piccolo Modest il pianoforte rappresentava il primo vero strumento di comunicazione, il trait d’union con il mondo esterno, tanto che la sua straordinaria abilità alla tastiera rimane un tratto caratteristico sino in età matura. La famiglia Musorgskij era di antiche origini nobili, ma poco abbiente, e contava una nonna serva (Irina Georgievna), poi sposata dal proprietario; secondo varie fonti questa presenza favorì un contatto insolitamente stretto dei bambini con il folclore locale contadino e con i suoi rituali. Il linguaggio altamente stilizzato delle canzoni e il repertorio dei lamenti popolari della regione avranno un’influenza rilevante sullo sviluppo delle teorie musicali del compositore, soprattutto rispetto alla sua decisione di “rispecchiare in musica la lingua parlata”. Come si è già osservato, la morte accompagna tristemente la sua esistenza sin dall’infanzia: solo due dei quattro figli della coppia Musorgskij sopravvivono, e il senso della perdita e del declino della vita segnano irreversibilmente l’immaginario di Modest.
Dal 1852 al 1856 vi è una prima svolta nella sua biografia, il periodo trascorso nella scuola dei cadetti della guardia imperiale a San Pietroburgo, a cui si fanno risalire l’abitudine al bere e alla dissoluzione; l’atmosfera cosmopolita del ginnasio tedesco accentua le tendenze aristocratiche e bohèmien del compositore, che tuttavia rinuncia ben presto a questa vita dando le dimissioni dal corpo degli ufficiali a soli diciannove anni. La musica e la presenza costante e premurosa della famiglia restano gli aspetti più significativi: l’attenta analisi dell’autrice sviscera le pieghe dei fatti, ne fa intravedere le continuità e le ambivalenze, smussando la rigidità delle valutazioni imposte per lungo tempo dalla critica sovietica. L’orientamento tendenzialmente realista dell’opera di Musorgskij e la sua parabola di “martire delle iniquità del regime zarista” vengono messi in discussione, lasciando il posto a una visione più complessa, ambigua e sfumata. Secondo gli studi più recenti, infatti, l’ombra onnipresente della famiglia sembra aver avuto un influsso negativo sullo sviluppo della personalità autonoma di Musorgskij, tanto da rappresentare uno dei fattori che intensificò la sua propensione all’alcolismo. La morte della madre (1865) costituì non a caso un momento terribile: restare orfano a venticinque anni fu devastante per l’artista, e segnò l’inizio di un cupo alternarsi di fasi creative e bui momenti di crisi.
Il principio guida del pregevole lavoro di Emerson è l’indagine del credo estetico del musicista, che si sentiva sostanzialmente estraneo a tutte le tendenze della sua epoca e vedeva nell’arte un mezzo per comunicare, per dialogare con le persone, come dimostra la sua predilezione per le composizioni vocali e i legami profondi con i canti del folclore popolare russo. Grazie a quest’opera è possibile andare oltre l’immagine stereotipa del musicista tramandata dal celebre dipinto di Il'ja Repin dell’ultimo periodo; accanto al genio sciatto e indomabile che secondo l’interpretazione tradizionale avrebbe “rispecchiato lo spirito autentico del popolo russo” emerge infatti il ritratto di un giovane aristocratico, raffinato nei gusti, nei modi e nel comportamento, dall’aspetto colto di un dandy:

Il quadro, realizzato pochissimi giorni prima della morte del compositore, mostra un uomo in uno stato di profonda decadenza: sorretto, coperto da una vestaglia da camera dell’ospedale, trasandato, gonfio, scarmigliato, con gli occhi spiritati. È fin troppo facile, guardando questo ritratto, immaginare un’intera vita vissuta con animo disperato. L’immagine di Musorgskij diventa così quella dell’“idiota sapiente”, perseguitato da critici ostili e costretto al bere; un uomo che, nonostante nei momenti di lucidità fosse capace di produrre capolavori, non avrebbe mai potuto sviluppare le sue doti attraverso una disciplinata e consapevole scelta fra le risorse musicali a disposizione. Tutto ciò a dispetto degli accurati manoscritti del compositore, della sua prodigiosa tecnica pianistica, della sua complessa intelligenza filosofica e (fino agli ultimi anni) del suo aspetto quasi da dandy (epilogo, p. 136).

In linea con altre letture recenti citate nel testo (Taruskin, Dobrovenskij), l’approccio critico si rivela particolarmente oggettivo ed equilibrato, l’analisi è pacata nei toni e sottile dal punto di vista dell’introspezione psicologica. Si preferisce sospendere il giudizio nel momento in cui si toccano questioni delicate e piuttosto dibattute come la natura delle frequentazioni intime di Musorgskij, l’alcolismo che lo portò a rovinarsi la salute o la colossale confusione prodotta dai rimaneggiamenti altrui nelle edizioni postume delle sue opere (si pensi ai ruoli di Stasov e Rimskij-Korsakov). A proposito del rapporto di Musorgskij con l’amore erotico, ad esempio, si osserva che Modest Petrovič affascinava le donne, ma era emozionalmente dipendente dagli amici uomini. Il compositore manifestò sempre un’estrema avversità per il matrimonio, e al sentimento passionale ricambiato da parte di una donna sembrava preferire un amore infantile e idillico, una chiusura a riccio dagli echi oblomoviani:

Musorgskij, naturalmente, non era Oblomov. Benché spesso si rimproverasse la sua “pigrizia russa” e il suo metabolismo apatico, non fu mai privo di energia creativa. Cresciuto da genitori amorosi e iperprotettivi, “mollemente” dedito ai sogni e alla lettura per tutta la vita, nondimeno Musorgskij era, a modo suo, ambizioso. Nel grande e penetrante romanzo di Gončarov, tuttavia, egli deve aver sentito una dinamica – o meglio, un’economia – di mezzi e finalità a sé congeniali. L’amore stile Oblomov è pensato per proteggere il proprio potenziale creativo dall’assoluto del mondo. Viene in aiuto a coloro che sono incapaci nelle faccende materiali, non richiede passione sessuale (che è dirompente, invasiva e genera sempre nuovi obblighi) ma un costante provvedere ai bisogni materiali (cap. II, p. 44).

La validità scientifica dell’approccio dell’autrice è evidenziata anche dalla fitta presenza di informazioni dettagliate su figure di rilievo dell’epoca, da una precisa documentazione sulle tendenze musicali e sulle correnti artistico-culturali con cui si confrontava il pensiero e l’orizzonte creativo di Musorgskij. Dal punto di vista strettamente musicale, il testo è corredato da un postludio finale a cura del musicologo David Geppert, in cui si esprimono delle valutazioni tecniche aggiornate sulla produzione artistica del compositore; il testo è arricchito oltretutto da numerose illustrazioni d’epoca e da accurate indicazioni bibliografiche.
Come si è già osservato, questa biografia sui generis ha il pregio di non schierarsi e non giudicare in modo netto, lasciando il lettore libero di inferire e di riflettere; le molteplici interpretazioni dell’opera e della figura del compositore proposte nelle diverse epoche vengono analizzate con minuziosa oggettività nell’epilogo, facendone vedere in alcuni casi l’unilateralità e le componenti ideologiche contingenti (si pensi alla celebrazione del “martirologio” del genio incompreso di Musorgksji da parte della critica sovietica, ma anche alla lettura del finale corale di Chovanščina come profezia degli orrori staliniani in anni più recenti). La potenza dell’immaginario e della musica di Musorgskij oltrepassa le cornici delle singole opere, che ancor oggi sembrano offrirci un affresco cupo e visionario del dramma e del destino ricorrente del popolo russo, sospeso fra l’intensità del suo passato e una corsa sfrenata verso un futuro ignoto. La revisione dell’immagine leggendaria e “maledetta” sbandierata per anni dalla storiografia antizarista non sminuisce in alcun modo la grandezza del genio del compositore; ne fa emergere invece un ritratto più attuale, meno mitizzato ma molto più vicino a noi proprio nelle sue incertezze e contraddizioni. È come se a tratti la penna della biografa indugiasse, e fra le righe si cogliesse una comprensione che oltrepassa secoli e culture, frutto di un profondo rispetto per le debolezze umane e la vulnerabilità di un uomo di immenso talento.
eSamizdat
Rivista di culture dei paesi slavi
Registrata presso la Sezione per la Stampa e l'Informazione del Tribunale civile di Roma. N° 286/2003 del 18/06/2003 ISSN 1723-4042
Direttore responsabile: Simona Ragusa
A cura di: Alessandro Catalano e Simone Guagnelli
Comitato scientifico: Giuseppe Dell'Agata, Nicoletta Marcialis, Paolo Nori, Jiří Pelán, Gian Piero Piretto, Stas Savickij
Comitato di redazione: Alessandro Ajres, Alessandro Amenta, Silvia Burini, Alessandro Catalano, Marco Dinelli, Eleonora Gallucci, Simone Guagnelli, Katia Margolis, Alessandro Niero, Laura Piccolo, Marco Sabbatini, Massimo Tria, Andrea Trovesi

© eSamizdat 2003-2011, Alessandro Catalano e Simone Guagnelli