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M.A. Berman-Cikinovskij, Il tempo in prestito. Biografia di un medico scrittore tra Char'kov e Chicago, a cura di M.P. Pagani, L’Harmattan Italia, Torino 2008 (Ilaria Remonato), pp. 326-329
Come suggerisce il sottotitolo proposto nella versione italiana, quest’opera è un romanzo autobiografico sui generis, in cui il flusso della memoria gioca a ricostruire le esperienze di una vita in maniera a tratti insolita e accattivante per l’eterogeneità delle scelte formali. L’autore, nato a Char'kov nel 1937, ripercorre gli episodi salienti della propria esistenza creando un polittico virtuale; la narrazione infatti è articolata in sei parti, nell’ambito delle quali il racconto in prosa è spesso inframmezzato da inserti poetici e da una miriade di echi e riferimenti culturali. Nell’Introduzione a cura della traduttrice Maria Pia Pagani vengono fornite le “coordinate” biografico-letterarie dell’autore, un medico, poeta e scrittore di origine ebraica emigrato a Chicago nel 1978, che negli anni ’90 ha iniziato anche un’apprezzata attività di drammaturgo. Sulla scia di alcune importanti figure di medici-scrittori che hanno segnato a fondo la storia della letteratura russa, la densità della scrittura di Berman-Cikinovskij traccia in questo volume (edizione originale U vremeni vzajmy. Roman, Moskva 2004) un percorso a ritroso nel tempo e nello spazio, in cui immagini, fatti e oggetti concreti si intrecciano continuamente con l’evocazione di emozioni e stati d’animo. Nella prima parte del testo, infatti, attraverso il filtro dei ricordi affiorano gli anni dal 1946 al 1954, viene narrata l’infanzia dell’autore sullo sfondo della guerra e dell’evacuazione nel “piccolo universo immobile” di Termez, in Asia centrale (oggi parte dell’Uzbekistan). Dal caldo torrido del territorio di confine alla visione apocalittica di Char'kov in rovina, dalla funzione significativa della radio alle poche proiezioni cinematografiche all’aperto, dal circo al calcio, sino ai tornei di scacchi, la concretezza dei dettagli che riemergono dal flusso della memoria dà spessore alla narrazione, porta in primo piano gli odori e i sapori della vita quotidiana accanto alle difficoltà e alla tragicità di quel momento storico. Attraverso l’amarcord minuzioso dell’io narrante l’esperienza individuale si sovrappone alle vicende collettive del paese: la storia degli antenati e dell’incontro fra i genitori rimanda alla ricerca della proprie radici, a riannodare i fili di una trama familiare complessa in cui si possono intravedere i destini di un’intera generazione. Dall’atmosfera terribile della guerra ai successi scolastici, dalle festività sovietiche alla precoce vocazione letteraria – che rappresenta uno dei fili conduttori dell’opera – a tratti lo sguardo dell’adolescente sembra estraniarsi dalla realtà del racconto, proponendo le acute riflessioni a posteriori dello scrittore adulto sui suoi rapporti con la madre e il padre, con il fratello, gli insegnanti e il mondo circostante:

Eravamo nati in un grande paese con una grande storia e una grande cultura. E, cosa ancor più importante, eravamo nati in un paese con una grande lingua. Molto più tardi, e non una sola volta, mi posi una domanda: se mi fosse concessa la possibilità di scegliermi un qualsiasi paese natale, su quale concentrerei l’attenzione tra Inghilterra, Francia, America, Italia, Germania? E ogni volta la risposta era univoca: avrei voluto nascere di nuovo in Russia, e questo perché il russo era la mia lingua madre. […] La mia reiterata e consapevole scelta della Russia come luogo in cui avrei voluto nascere, è determinata da tutta la scuola di vita che ho avuto in questo paese, e dalle persone che là mi hanno formato (p. 25).

Lo stile appare rapido e incisivo, la narrazione procede per brevi tocchi, con frasi concise che esprimono l’istantaneità del singolo ricordo; in molti casi i capitoli stessi ruotano attorno a una tematica ben precisa, all’incontro e ai rapporti con persone fondamentali nel percorso individuale o a un periodo specifico che riemerge nitidamente dai recessi della memoria. In una sorta di manipolazione meta-letteraria del tempo narrativo, si ha l’impressione di un valore quasi terapeutico della scrittura, che permette di dare un senso di fondo ai frammenti, di modellare l’orizzonte e il fluire dei ricordi nella ricomposizione del mosaico ideale della propria identità. Su questo piano, il rapporto vitale con i libri e la letteratura costituisce uno dei motivi ricorrenti nell’opera: la passione per il personaggio di Anna Karenina, gli echi dei versi dell’amato Blok, di Mandel'štam, Pasternak e Brodskij vengono visti come punti di riferimento imprescindibili nella formazione dell’io narrante, delle “oasi luminose” in grado di sovrastare e scandire il rumore del quotidiano. La vocazione e l’attività poetica si rivelano quindi un esito quasi naturale per il protagonista, il ricorso spontaneo al linguaggio più vicino alla sua percezione del mondo, che gli dà l’opportunità di intrecciare un dialogo metaforico con se stesso e con gli scrittori prediletti:

La scoperta dell’anima non dipende necessariamente dalla quantità delle conversazioni. La chiave che schiude un’anima è la poesia, è lo strumento che permette di aprire i cassetti più nascosti. Perché? Perché la poesia esprime ciò che viene prima della nostra coscienza, la poesia viene dall’inconscio come i sogni. La poesia aiuta a forgiare il silenzio, che è più importante delle parole, perché quando l’uomo tace – l’anima parla (p. 174).

Un altro Leitmotiv significativo che pervade le pagine e ritorna anche in altre opere dello scrittore – dalla commedia La macchina del tempo alla raccolta di poesie Il tempo che non esiste – è rappresentato dalla riflessione sulla temporalità umana; come dimostra la suggestiva immagine nel titolo, la dialettica fra il valore del passato e l’ineluttabilità del presente sottende la dinamica esistenziale di ogni uomo, che appare sospeso fra un anelito illusorio all’eterno e la consapevolezza della caducità. Fra le righe sono disseminati svariati dettagli legati alla misurazione e allo scorrere del tempo: dall’orologio nuovo in una vecchia foto alla durata rarefatta dei turni in ospedale, dal ricordo preciso della morte di Stalin ai tratti grotteschi e drammatici che caratterizzano la spietata società sovietica è tutto un susseguirsi di anni e stagioni, di rintocchi e istanti fra cui si dipana la vita. Il tempo del singolo si rivela così una dimensione “in prestito” che prima o poi si dovrà restituire, un denso, unico intervallo che sembra sciogliersi sullo sfondo del divenire universale:

Ho letto di recente la prosa di Brodskij, dove pure si affronta il tema del tempo. Noi tutti lo sentiamo o non lo sentiamo; il tempo è in noi e noi siamo nel tempo; il tempo c’è e non c’è. La vita è diversa dal romanzo. Il romanzo resta, la vita scorre con ciascuno di noi. Noi tutti abbiamo del tempo in prestito. All’usura del tempo sopravvivono gli avvenimenti. Di noi non resta nulla. Menzogna! Ci hanno amato i genitori, i nostri insegnanti, e noi abbiamo amato loro. Ci siamo vicendevolmente amati con purezza. E questo amore puro, questo innamoramento etereo è sempre con noi (p. 33).

Nella seconda parte del testo la rievocazione dei ricordi per singoli frammenti appare ordinata dal filo conduttore della riflessione a posteriori: il punto di vista dell’uomo adulto, separato ormai dagli eventi da una notevole distanza spazio-temporale, conferisce un effetto “meta-temporale” e metanarrativo al racconto. Gli stati d’animo personali rimandano a quelli collettivi (si pensi al periodo della destalinizzazione), e il confronto continuo con i meccanismi selettivi della memoria offre l’opportunità di mettere a fuoco gli elementi più significativi del passato e le continuità di fondo con il presente. Nella seconda sezione dell’opera la narrazione in prima persona lascia il posto al colloquio a due voci con il fratello maggiore Saša, un dialogo attraverso il quale si ripercorrono nuovamente fatti ed eventi dell’infanzia e alcuni episodi circondati da una sorta di “alone mitologico” nella storia familiare. Il dialogo a tratti appare serrato e ricorda la vivacità degli scambi nei copioni teatrali; questo espediente formale dà ritmo e incisività alle vicende narrate, che si concentrano in particolare sulle figure dei genitori, sui loro rispettivi lavori – lei era medico, lui militare – e sul loro intenso rapporto. Lo sguardo dei figli appare intriso di un profondo affetto ma allo stesso tempo di una rara lucidità nell’analisi dell’esistenza quotidiana nel periodo sovietico e dell’estrema dedizione al regime dei genitori; la madre rivela sin dall’inizio il suo carisma e il ruolo centrale in tutte le fasi della vita emotiva del protagonista.
La terza parte del racconto autobiografico è contraddistinta dalla narrazione in terza persona, con la comparsa nel dispensario oncologico del medico Musja Beločkin, alter ego letterario dello scrittore. Con questo personaggio che riecheggia sin dal nome il Belkin puškiniano, l’autore sembra volersi nascondere dietro un gioco di specchi, estraniandosi simbolicamente dalla rievocazione del periodo sovietico, dalle contraddizioni, dalle ingiustizie e dalla mancanza di prospettive che lo soffocano a poco a poco. Vengono descritti l’incontro e il lungo rapporto con la moglie Luiza, la nascita dei due figli seguita dalla crescente inquietudine e dall’insofferenza del protagonista nei confronti dell’atmosfera monocorde dell’epoca brežneviana. Sentendo di aver toccato definitivamente il fondo, comincia a riflettere sulla decisione di emigrare e per quattro anni resta nel limbo dell’indecisione, seguito da un lungo periodo di attesa dell’autorizzazione e dei documenti per l’espatrio. La tematica dell’emigrazione diventa uno spartiacque simbolico nel testo, il punto di non ritorno fra un prima e un dopo, una scelta radicale legata alla necessità di ritrovare se stesso e allo stesso tempo di aggrapparsi alla speranza di una vita migliore. Riuscirà infine a ottenere i permessi necessari soltanto grazie all’intercessione della madre, iscritta da sempre al partito. Chiudono questa sezione del romanzo i viaggi a Vienna e in Italia, fra cui spicca quello che lo scrittore definisce il suo rapporto sensuale con la città di Roma, legato alle profonde impressioni di silenzio e libertà rispetto alla routine d’ogni giorno:

Di Roma lo attiravano molto i posti che gli davano una sensazione di libertà da tutto ciò che è effimero e quotidiano, dallo spazio e dal tempo. Guardava le maestose colonne che si ergevano dal basso, che affioravano dalla profondità dei secoli. Osservava le lastre e le pietre che, nella loro austerità, non esprimevano sentimenti ma presentimenti: erano la personificazione di qualcosa di sopravvissuto, rimandavano a un’assenza di parole e di gesti. Erano un’allusione silenziosa, un sospiro appena accennato, una domanda sussurrata a fior di labbra. E, su tutto, dominava un silenzio sepolcrale (p. 141).

Nonostante la presenza di numerosi refusi grafici, la traduzione italiana appare fluida, piuttosto curata e rispettosa, vivace e raffinata nella scelta degli equivalenti lessicali più precisi e delle note esplicative collocate a fine testo. Si nota inoltre un alto grado di sensibilità nella riproduzione delle iterazioni e degli effetti ritmici del testo, soprattutto nella sezione poetica, in cui le parole condensano su di sé tutta una serie di connotazioni e riescono nel difficile compito di rendere anche in italiano il senso delle immagini dell’originale.
Nella quarta parte del testo la dislocazione spazio-temporale porta il lettore a Chicago, ed è occupata quasi totalmente da una “storia-nella-storia”, ovvero dal racconto riportato da Musja della vita di Elizaveta Vassil'evna, un’anziana ex insegnante di geografia russa emigrata in America. La registrazione che tende a riportare fedelmente il flusso narrativo, senza maiuscole né segni di interpunzione, costituisce una sorta di variazione sul tema, inserisce nel romanzo un’apertura a una narrazione altra, in cui si possono rintracciare tuttavia una serie di spunti e motivi affini al filone narrativo principale. Questa curiosa digressione rappresenta uno degli scarti rispetto alla struttura canonica del romanzo autobiografico, e infatti lo differenzia e lo arricchisce dall’interno di ulteriori sfumature.
Infine, dopo l’intensa parentesi dedicata alla storia d’amore con Julja – vero e proprio “raggio di sole” nell’esistenza scialba del protagonista – l’epilogo dell’opera sembra chiudere il cerchio dei ricordi, riportando l’attenzione sul dialogo metaletterario con il fratello, primo lettore di Musja, e sul cronotopo di Char'kov, mai dimenticato “luogo dell’anima”. Ripercorrendo le tappe della storia della città, Musja e Saša rintracciano le origini comuni che sostanziano le loro parabole esistenziali; per il fratello, infatti, le stradine di Char'kov rappresentano il ritorno concreto al tempo della sua infanzia, ai genitori e a un passato che porta dentro. Nonostante i cambiamenti nel paesaggio urbano, infatti, dalle sue parole traspare un profondo senso di appartenenza, una compenetrazione fra il sé e il luogo al di là di ogni limite cronologico o generazionale:

Quando una persona se ne va, la sua partenza non conta per la città ma per la gente della sua generazione. Te ne vai, e arriva una nuova generazione che guarda tutto in modo differente. Quella generazione ha un altro punto di vista, che non è più il tuo. La nuova generazione non conosce quelle piccole strade che amavi tu, e ne cerca di nuove. Non sente la nostalgia; è aperta, libera e pronta a seguire altri sogni. Per quelli che verranno, quelle piccole strade diventeranno altro e resteranno nello stesso tempo le stesse. Con una generazione va via un mondo. Quando una generazione se ne va, la gente che parte porta con sé il proprio mondo (p.197).

Attraverso il filo rosso della ricerca dell’identità e del recupero memoriale, con quest’opera dalle intense risonanze autobiografiche l’autore torna alle proprie radici, e lungo il cammino fra storia e poesia fa rivivere il passato, quel tempo mai veramente perduto in cui sembrano celarsi le chiavi per la decifrazione delle contraddizioni del presente.
eSamizdat
Rivista di culture dei paesi slavi
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