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Compagni di Strada
A. Ulinich, Petropolis, traduzione dall’inglese di I. Vaj, Garzanti, Milano 2007 (Ilaria Remonato), pp. 312-314
L’incipit del romanzo trasporta il lettore ad Asbestos 2, un’immaginaria cittadina della Siberia su cui si proiettano i tratti verosimili di tanti insediamenti urbani sorti dal nulla in epoca sovietica. Nata nel 1937 come centro amministrativo del gulag locale, nell’autunno del 1992 la città fantasma conserva le vestigia inequivocabili dell’era comunista, con lo squallore dei cadenti edifici degli anni chruščeviani, le discariche trasformate in abitazioni precarie e la miniera di amianto da cui trae il nome e l’identità materiale. In questo nonluogo “ai confini dell’impero”, immagine emblematica dell’atmosfera monotona e grigiastra della provincia post-sovietica, si svolgono le vicende della quattordicenne Saša, un’adolescente goffa e sgraziata, che si sente costantemente fuori posto negli spazi claustrofobici della kommunal'ka in cui abita: “Saša si svegliò e fissò la macchia di umidità sul soffitto. Per qualche attimo i suoi occhi rimasero vuoti. Lasciò che lo spavento che la vita le incuteva filtrasse a poco a poco, sostituendo le tracce di sogni dimenticati” (p. 11).
Simile a un “grosso fagotto ingombrante”, la ragazza porta su di sé i segni esteriori di una doppia differenza legata alle sue origini: i tratti somatici e la carnagione mulatta ereditati dal padre rimandano ai neri, mentre il cognome Goldberg la identifica come ebrea. Nel contesto periferico e remoto della cittadina siberiana questi aspetti distintivi sembrano condannarla alla derisione e all’emarginazione generali; le sensazioni negative che la isolano dal resto del mondo vengono accentuate dal rapporto fortemente conflittuale con la madre, l’orgogliosa esponente dell’intelligencija Lubov Goldberg. Saša si sente inadeguata rispetto ai suoi progetti ambiziosi, vive con ansia e spirito di ribellione il peso delle aspettative materne, e interpreta la sua frustrazione come disprezzo.
La narrazione si articola in quattro parti, caratterizzate dalle dislocazioni spazio-temporali che scandiscono le avventure della protagonista dalla Siberia dei terribili anni ’90 sino agli Stati uniti, in cui approda come immigrata. La prima sezione, densa di avvenimenti, riflessioni e flashback sull’esistenza dei genitori, offre un vero e proprio spaccato di vita sovietica che sopravvive a se stessa, con l’evocazione di un luogo sospeso in mezzo al nulla e progressivamente abbandonato a un inesorabile sfacelo:

Secondo Osip Mandel'štam, Asbestos 2 sarebbe stato un luogo postapocalittico. Era nato dalla morte della civiltà, lamentava nelle sue poesie. Il regime che aveva ucciso il poeta e altri milioni di persone e che aveva quasi ucciso Baba Ženia portò a termine la costruzione di questa piccola città orribile con un nome miserabile (p. 79).

Su questo sfondo si collocano le vicissitudini agrodolci di Saša, la sua malcelata e fragile ricerca di affetto, il desiderio di un’accettazione che la ponga al riparo dai pesanti veti materni; i maldestri tentativi di evasione la portano tuttavia a scelte radicali, dettate dalla solitudine e dalla disperazione.
Uno dei fili conduttori del testo, infatti, è costituito dalla serie di traumi emotivi che segnano in profondità il cammino della ragazza, costringendola a crescere più in fretta: dall’abbandono improvviso del padre al cupo risentimento nei confronti della madre, dal brusco distacco dal primo amore Aleksej sino alla perdita della figlioletta Nadia, che le viene sottratta dopo pochi mesi per impedirle “di annegare nel brodo proletario di Asbestos 2” (p. 81). L’intenso dolore causato da una separazione tanto traumatica e innaturale accompagna come un triste refrain le fughe angosciose di Saša, trasformandosi a poco a poco in un ricordo dolente sepolto nei recessi del suo mondo interiore. Con un estremo atto di ribellione nei confronti dei diktat materni, in un primo momento la protagonista decide di lasciare Mosca e la Russia per gli Stati uniti; l’allontanamento improvviso dalla bimba ha sradicato brutalmente Saša dagli affetti e dalla cittadina natale, ovvero dall’unica realtà che le era familiare. Giunta in America come sposa per corrispondenza, dopo circa un anno riesce a scappare dal calore atroce dell’Arizona e dalla ossessiva metodicità del fidanzato Neal Miller. Le sue vicende successive mettono in primo piano il confronto fra il passato nel contesto sovietico e la vita da emigrata, con uno sguardo ironico e disincantato su quanto la circonda che riecheggia i toni di molte opere dell’emigrazione letteraria. La necessità di evadere da un’altra situazione senza uscita la porta a un’ennesima fuga: da Chicago a New York, dalla lugubre casa-museo dei Tarakan alla nuova famiglia del padre nella giungla urbana di Brooklyn. Gli ultimi capitoli del testo raccontano il ricongiungimento mancato con la debole figura paterna, la solida amicizia con la matrigna Heidi e il faticoso raggiungimento dello status di immigrata legale; la giovane donna ora è pronta a tornare ad Asbestos 2 per aiutare la madre e la figlia ridotte in miseria e confrontarsi una volta per tutte con le ombre del proprio passato. Dopo alcuni anni la malattia inguaribile della madre pone concretamente la protagonista di fronte all’enigma angoscioso del rapporto con Nadia, la sua bambina che la crede una sorella lontana e sostanzialmente estranea. Grazie anche all’amore e al sostegno di Jake Tarakan, Saša trova la forza di superare la paura che la attanaglia e di affrontare giorno per giorno il difficile ruolo di genitore:

Socchiudendo gli occhi per proteggersi dal biancore accecante della neve ghiacciata, Saša vede le labbra della vecchia muoversi, ma non ascolta le sue parole. Pensa che con ogni probabilità questa è la sua ultima visita. È possibile che Nadia torni qui quando sarà grande e Asbestos 2 sarà solo una curiosa nota a piè di pagina nella sua vita americana. Saša, Asbestos 2 se lo porta dentro. Non avrà nessun motivo per ritornarci (p. 376).

Fra i Leitmotiv che compaiono a più riprese nel romanzo spicca la tenace ricerca della propria identità di Saša, costantemente in bilico fra il vecchio e il nuovo, fra il valore ambivalente dei ricordi e la cancellazione delle sofferenze in un presente di mera sopravvivenza. Come si è già osservato, negli sviluppi della storia le sfumature autobiografiche si associano ad alcune tematiche che accomunano molta letteratura dell’emigrazione (si pensi fra gli altri al primo Limonov del Diario di un fallito): dall’impatto con una cultura del tutto diversa scaturisce uno sguardo al contempo lucido e ironico, che permette di cogliere le idiosincrasie e i pregiudizi, le paure recondite e le contraddizioni di fondo nei rapporti fra il sé e la realtà circostante. Ciò che colpisce nella scrittura e che si rivela uno dei punti di forza della narrazione è la capacità di soffermarsi sui dettagli, di cogliere con sensibilità pittorica i chiaroscuri dietro gli stereotipi, in un sottile intreccio di infelicità familiari, memoria e nostalgia. I personaggi che ruotano in vari modi attorno a Saša non vengono giudicati o racchiusi in cornici schematiche, ma semplicemente percepiti nel pieno del loro vissuto esistenziale; ognuno sembra “scontare” un passato tragico, pesante e privo d’amore, da cui affiorano faticosamente sogni e speranze per il futuro. Le riflessioni della ragazza sugli immigrati dall’ex-Unione sovietica riflettono in particolare il denso groviglio di nostalgia e commiserazione, di affetto e spaesante distacco che caratterizza la sua visione del mondo:

Nessuna sorpresa quindi se quei poveri palloni gonfiati venivano scippati, con le loro pellicce e il loro trucco accurato, i colletti inamidati e gli anelli di oro sovietico a bassa caratura. Prigionieri di appartamenti popolari alle soglie della morte, poveri in canna, sradicati dal loro passato, erano liberi di dar fuori di testa nell’isolamento di una stazione balneare (p. 280).

In quest’ottica ambivalente si può cogliere appieno il potere evocativo degli oggetti, l’intenso effetto visivo ed emotivo dei relitti del passato, che nel testo si mutano allo stesso tempo in reliquie dell’epoca sovietica. Dai “colori terrosi tipicamente sovietici” dei vestiti del padre alla vecchia giacca di Moisej Lipman, dai lugubri caseggiati malridotti al vistoso kitsch di gioielli e acconciature fuori moda gli oggetti riemersi dal passato appaiono intrisi di intense venature nostalgiche, come se in essi si condensassero le emozioni e i ricordi familiari d’un tempo irrimediabilmente perduto. Andando a ritroso verso le radici della propria identità, attraverso il rapporto concreto con le cose che hanno scandito la sua infanzia Saša ritrova le tracce di se stessa, fino a riannodare i fili bruscamente spezzati della sua storia individuale sullo sfondo tragico della storia del paese.
Fra le righe dell’opera torna più volte il filo conduttore della pittura, che rappresenta uno dei parallelismi più significativi fra il percorso autobiografico dell’autrice e quello finzionale della protagonista; il linguaggio visivo dell’arte rappresenta una valvola di sfogo per Saša, l’unico contatto di natura creativa e spirituale con l’esterno. Come si evince dall’intervista alla fine del testo e dai numerosi materiali presenti sul sito internet , l’autrice è una pittrice che si cimenta per la prima volta con una prova narrativa per dare un respiro più ampio alla ridda di echi e risonanze che ne hanno costellato il cammino (edizione originale Petropolis, New York 2007). In modo molto postmoderno, la scrittrice parla dei suoi punti di riferimento letterari e della necessità che ha sentito di “combattere le influenze” mentre lavorava al romanzo. Nonostante le origini russe di Anya Ulinich, nella versione originale il testo è stato composto direttamente in inglese, anche se questo non sembra sufficiente a spiegare le numerose incongruenze nella traduzione e nella traslitterazione dei vari termini russi mantenuti nella traduzione italiana. Grazie agli effetti visivi e alla plasticità dello stile a tratti si ha l’impressione di una narrazione che procede per immagini, quasi a voler fissare in quadri le tappe dell’itinerario esistenziale della ragazza. Se alcune “coincidenze” a livello della fabula fanno apparire i meccanismi letterari un po’ artefatti e scontati – tutti i personaggi di un certo rilievo tornano e ricompaiono miracolosamente nella storia, quasi a tendere a un’immaginaria “quadratura del cerchio” – l’intensità e la forza della visione della protagonista rendono la lettura intensa e avvincente. L’autenticità delle sue sofferenze e il prezzo delle sue scelte delineano il ritratto di un essere umano appassionato e coraggioso, capace di sprofondare e rialzarsi, di vivere sino in fondo le dure prove della vita nella consapevolezza che “le parole hanno una loro consistenza” (p. 153). L’accidentato percorso di formazione emotiva del personaggio rappresenta il trait d’union dei vari episodi del testo, che trovano idealmente il culmine nella fine della madre, immortalata in una foto di giornale fra il ghiaccio della biblioteca abbandonata di Asbestos 2. In mezzo a tanta desolazione la morte annunciata di Lubov si ammanta di molteplici connotazioni e coincide metaforicamente con la chiusura della parabola narrativa; la poesia di Mandel'stam appoggiata sul tavolo di fronte a lei cala infatti il sipario definitivo sulla sua vita e su un’intera generazione, ma anche sul “regno del fango e della vodka” della lugubre cittadina. Sulla scia di un’intensa e tragica rievocazione del destino di Pietroburgo, la Petropolis che dà il titolo al testo e che ha accompagnato le scelte esistenziali della donna sembra condensare mestamente fra le righe il declino simbolico di tutto un mondo.
eSamizdat
Rivista di culture dei paesi slavi
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