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A. Popovič, La scienza della traduzione. Aspetti metodologici. La comunicazione traduttiva, Hoepli, Milano 2006 (Dario Ravalli), pp. 380-383
Nell’ambito della testologia e della critica del testo uno dei nomi più significativi rimane ancora oggi, a ventiquattro anni dalla sua morte, quello di Anton Popovič il quale si conferma esponente di spicco della scuola slovacca, di cui, per quanto concerne l’ambito della letteratura e della traduzione, risulta essere il promotore della rifondazione delle basi di quest’ultima. È proprio con il testo del 1975, La scienza della traduzione, che Popovič scava – fino a trovare il seme – per riscrivere l’intera disciplina sotto vere e proprie regole scientifiche (grazie altresì all’accurata ricerca di una nuova terminologia): dimessi sono infatti i vecchi termini come “testo di partenza” e “testo d’arrivo”, per favorire l’entrata in vigore di un lessico decisamente più accurato e attento come “prototesto” e “metatesto”. Il teorico slovacco non è, nell’ambito della semiotica, un teorico a sé stante: i suoi studi, i suoi interessi si possono rintracciare propriamente nel filone di ricerca e d’innovazione voluto e ideato da Roman Jakobson il quale, con il suo Aspetti linguistici della traduzione (1959), apre un primo spiraglio per la possibilità di slegare la scienza della traduzione dal suo progenitore più prossimo, ovvero la teoria della letteratura e la critica letteraria. Jakobson, agli albori della nuova disciplina, parla già di “anisomorfismo delle lingue”, che rende addirittura inefficace la disperata ricerca degli equivalenti di una parola da parte del traduttore e pone le basi per un possibile studio scientifico della traduzione. Sarà Ljudskanov nel 1975 a spostare l’attenzione verso l’ambito della semiotica: “il suo posto è nella semiotica, non nella linguistica, letteratura, ecc.” (p. XII). Merito indiscusso di quest’ultimo sarà la volontà di far coesistere insieme quelle che, a un occhio meno attento, sembrano eterne rivali: la scienza e la creatività. La “scienza della traduzione” che, allo stesso tempo, diventa un’arte. Sarà lo stesso Popovič a ribadire e arricchire questo concetto: “il traduttore creativo […] accoglie [la teoria] perché se ne sente arricchito e aiutato in modo affidabile” (p. XIV). E aggiunge: “la preparazione teorica non ha mai fatto male a nessun traduttore” (p. XXVII). Sono la teoria e la scienza che rendono l’arte e la creatività personale eccellenti. La traduzione diventa allora un’arte, nasce da un testo artistico, ma lo diventa a sua volta. È ossimero a tutti gli effetti, in quanto ripetibile e in egual misura irripetibile. Aspetto fondamentale dell’opera di Popovič è quello di “traduzionalità” (da non confondere per nessun motivo con quello di “traducibilità”), che sta a indicare tutti quegli aspetti o tratti somatici che qualificano un testo come tradotto e, di conseguenza, la consapevolezza dell’esistenza di uno scritto originale da cui poi è nato il testo che il lettore sta fruendo. Da questo il teorico slovacco parte per la sua definizione di “prototesto”, il testo primario, e il “metatesto”, appunto il testo tradotto o secondario. Altro punto cardine dell’ideologia popoviciana è il credere nel luogo comune che vede il traduttore come elemento fondamentale e fondante del processo traduttivo da cui scaturiscono le categorie di relazione con il “prototesto” (sul quale il traduttore lavora), che possono risultare armoniose o conflittuali. Trattandosi di un mero approccio scientifico, Popovič non dimentica di approfondire analiticamente alcuni aspetti tecnici del lavoro del traduttore, come la relazione che si instaura tra quest’ultimo e i dizionari bilingue e il più vasto problema dei sinonimi. L’autore sminuisce il valore di questo genere di dizionari in quanto, essendo frutto di un lavoro d’interpretazione effettuato da parte del compilatore, scivolano fuori dalla stessa categoria di dizionario. Probabilmente, ancora più dura è la presa di posizione sui sinonimi che dichiara inesistenti, in quanto irreali sia nella sfera intralinguistica sia in quella interlinguistica. Il traduttore si trova così davanti a sinonimi fornitigli che possono risultare inappropriati o addirittura fuori luogo rispetto al tipo di operazione che sta svolgendo. Quest’ultimo argomento è di fondamentale importanza per mettere in risalto il punto di vista di Popovič, il quale forgia un connubio tra tecnica e arte, che, quando tratta di aspetti scientifici, non si limita a profetizzare teoremi astratti, bensì si cala nel quotidiano, nelle pratiche, nelle tecniche, nella risoluzione di problemi (di cui il lavoro del traduttore è pieno). Come si è voluto far notar in precedenza, Popovič non è uno scrittore a sé stante: conosce la tradizione critica passata o contemporanea, e la rielabora facendola propria. In altre parole, ritorna al concetto espresso da Jakobson riguardo alle “lingue anisomorfe”, per studiare la distinzione tra un possibile traduttore “fedele” e uno “libero”. Il teorico inoltre rifiuta entrambe le definizioni, poiché le considera da una parte inconciliabili con la “scienza della traduzione”, dall’altra lontane dalle autentiche circostanze in cui il traduttore si trova a operare. Egli non può essere né libero né fedele, in quanto deve sostenere una funzione di mediatore tra il contesto culturale emittente e i codici prestabiliti della cultura ricevente, cercando di combattere i limiti che questo passaggio comporta e di creare il frutto di questa riverbalizzazione del prototesto, rendendolo fruibile al lettore nel suo contesto culturale. Questo passaggio del testo tra culture può apparire, agli occhi del traduttore, come armonioso o conflittuale (ecco, appunto, la sostituzione da parte di Popovič dei vecchi termini “libero” o “fedele” con una più appropriata e moderna terminologia). Il traduttore ha un compito chiave, è colui che può “aiutare” o “danneggiare” l’opera. E su questo l’autore è ben chiaro: basta una semplice svista o infrazione delle proporzioni espressive per determinare un cambiamento di contenuto o, cosa ancor più grave, un suo capovolgimento. La relazione che intercorre tra due culture è un elemento vitale per chi lavora nell’ambito della traduzione: una relazione fragile, delicata, quasi come un composto chimico in cui bisogna sempre stare attenti a mantenere un equilibrio costante tra i suoi elementi. Ma, allo stesso tempo, la caratteristica principale di una traduzione è la presenza – al suo interno – di elementi varianti (in caso contrario, si tratterebbe di una copia) e di elementi invariati (altrimenti, si tratterebbe di un testo che non ha nulla a che vedere con il “prototesto”). Ogni traduttore assume un proprio atteggiamento “politico” davanti al testo d’origine, da cui scaturisce l’individuazione degli elementi dominanti e il riconoscimento di un lettore modello e della sua cultura (a cui far riferimento). Quello che Popovič reputa particolarmente difficile è l’individuazione dello stile del traduttore, pur essendo in certo senso una caratteristica personale, poiché viene spesso dato per scontato da parte del fruitore. Per stile si vuole intendere tutto ciò che sta al di fuori delle pratiche traduttive più evidenti, come le aggiunte, le omissioni le specificazioni, e così via. Ne consegue l’importanza di trovare e applicare categorie ben definite di stile e di cambiamento in riferimento alla traduzione. Popovič ne indica diverse: la “corrispondenza stilistica”, in cui tutti i tratti stilistici son ben conservati; la “sostituzione stilistica”, in cui il traduttore ricorre all’artificio della sostituzione collocando, al posto delle espressioni ricorrenti di una cultura, quelle della cultura ricevente; l’“inversione”, che si trova in antitesi con la traduzione “verso a verso”; il “rafforzamento stilistico”, in cui vengono consolidate alcune delle caratteristiche espressive della cultura ricevente; la “tipizzazione stilistica”, in cui vengono “rotte” le norme d’espressione e la descrizione avviene mediante slang o creolizzazione di un preciso contesto sociale; l’“individuazione stilistica”, in cui l’idioletto espressivo del traduttore funge da padrone; l’“indebolimento stilistico”, in cui a fungere da padrone è un maggior conformismo o l’accessibilità stilistica; il “livellamento stilistico”, in cui prevale il cambiamento nella valutazione dell’espressione; il “residuo stilistico”, in cui il crescendo stilistico del “prototesto” viene indebolito dal traduttore. A dimostrare quanto accurata sia l’analisi dello scrittore slovacco è la parte conclusiva della sua stessa opera maestra, in cui non si trascura la fase finale del processo traduttivo, ovvero il rapporto che si instaura con la cultura ricevente e i meccanismi tipici dell’industria editoriale (inteso come rapporto-scontro fra redattore e traduttore), la politica aziendale delle case editrici (che riflettono gli immutati problemi tra chi fa arte o si occupa di arte, e chi dell’arte ne fa invece un ideale economico). Inoltre, nel caso della traduzione, questo rapporto è forse ancor più delicato a causa di prese di posizioni pre-concettuali, in quanto il traduttore spesso si pone come rappresentante della cultura emittente del testo, mentre il redattore si fa portavoce-guardiano della cultura e della società che riceve l’opera tradotta. A trentaquattro anni dalla sua stesura, l’opera di Popovič risulta ancora oggi di una sconvolgente attualità, ponendosi come punto fermo per la “traduttologia”, con tutta la sua forza e la sua vitalità. Quella dello studioso slovacco è un’opera che si rivolge a chiunque: a chi si occupa di traduzione sia a livello pratico che teorico, e a chi è interessato a immergersi in una lettura che realmente affronta tutti gli aspetti di questa controversa disciplina. E anche quando è evidente che Popovič non vuole realizzare un’introduzione che miri alla sola pratica o alla scienza della traduzione è quasi impossibile non percepire quella linfa vitale che la sua opera racchiude in sé, e l’ampio respiro che lascia prefigurare a un concetto così ampio come quello della “traduzione”.
eSamizdat
Rivista di culture dei paesi slavi
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