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M. Flores, 1917. La rivoluzione, Einaudi, Torino 2007 (Dario Ravalli), pp. 361-362
Perché la rivoluzione russa ha avuto tanto successo? Perché ancora oggi, a novant’anni di distanza, è considerata la rivoluzione per eccellenza? Sembrano queste le domande a cui Marcello Flores cerca di dare una risposta all’interno del suo bellissimo libro, 1917. La rivoluzione. Flores, insegnante di Storia contemporanea e Storia comparata all’Università di Siena, sceglie per il suo ultimo lavoro un titolo solenne, il quale evoca tutta l’importanza e la potenza dell’argomento trattato. Un piccolo libro – quello dello studioso – poco più di 130 pagine, nel quale vengono esaminate con arguzia e intelligenza le premesse, gli eventi e le conseguenze dell’ottobre russo, e in cui si può oltretutto apprezzare una particolare attenzione verso lo stile: malgrado la “pesantezza” dell’argomento Flores riesce sempre a mantenere viva nel lettore l’attenzione e l’interesse grazie a una scrittura scorrevole e vivace, quasi di “calviniana memoria”. Al di là di qualsiasi orientamento politico che il lettore possa avere e delle conseguenze positive o negative della rivoluzione russa – soprattutto se si considerano le varie analisi storiche e sociologiche postume – lo studioso scava con acume negli avvenimenti di quegli anni ripercorrendo e tracciando le dinamiche cruciali e il senso logico degli stessi. Ciò nonostante, non dimentica mai le conseguenze che quella stagione storica ha inevitabilmente lasciato e che la società contemporanea sente oggi più attuali che mai, e non rimane incurante neppure dinnanzi alle impressioni che, a novant’anni di distanza, si possono avere guardando indietro. Le circostanze che portarono alla rivoluzione non vengono mai decontestualizzate, così il contesto storico e sociale assume nel testo un forte valore denotativo: Flores non dimentica di sottolineare la situazione di forte crisi vissuta dalla società russa all’indomani dell’ingresso in guerra o l’indebolimento economico già in atto da alcuni anni, e soprattutto quella voglia di cambiamento che già aleggiava all’interno del popolo russo, indicando in questi elementi il seme che avrebbe poi dato origine a uno degli eventi più importanti del Novecento. Infatti, nota con vigore l’autore: “la mobilitazione del più grande esercito […] non riusciva a nascondere un’instabilità della compattezza sociale e una fragilità delle istituzioni” (pag. 120). E aggiunge inoltre come il contesto della guerra andrà a naturalizzare i mesi (e gli anni) di violenza fisica (e non solo) che accompagneranno i fatti del febbraio. Flores – è importante notare – sebbene impasti le mani nella storia non sposta l’attenzione verso sterili giudizi morali, non è questo il fine del suo libro; piuttosto, cerca di individuare i motivi fondamentali delle ragioni che portarono i bolscevichi al potere. A dispetto di quanto appena detto, lo studioso non può far a meno di osservare quanto sia stata realmente importante la componente ideologica e la visione di se stessi come “avanguardia cosciente, incarnazione della Storia e del Destino del mondo” (pag. 125). Tuttavia, questa visione comporta l’identificazione del proprio potere con la storia da cui il mantenimento del riconosciuto potere viene legittimato oltre ogni limite “democratico”. La capacità tattica dei bolscevichi, mostra Flores, è indiscutibile, sia per quella storiografia che ha sempre avuto gesti d’apprezzamento verso la rivoluzione, sia per quella che considera la vittoria dell’ottobre tragica per la democrazia. Il passaggio (in pochi mesi) dall’essere una presenza minoritaria nella società e nelle istituzioni alla conquista del potere denota assolutamente una capacità e un’abilità non indifferenti. A queste capacità dei bolscevichi fanno da cornice gli errori commessi da coloro che osannavano la caduta dello zarismo e ritenevano i bolscevichi inadatti a gestire il potere. Altro argomento nodale del testo, correlato alle capacità politiche del partito, è quello del delicato tema delle “masse”: in “Lenin. L’uomo, il leader, il mito” Robert Service disegna un ritratto di Lenin dalle mille sfaccettature dalle quali emerge, però, un minimo comune denominatore, ovvero la capacità tattica e dialettica con cui il capo del partito intende “sfruttare” le passioni delle masse. È da questo testo che Flores parte per un attenta analisi delle dinamiche partito/massa: Lenin desiderava che i bolscevichi apparissero come un partito la cui missione fosse quella di realizzare una rivoluzione del popolo e per il popolo. Correlato al tema della dialettica usata da Lenin, Flores non può non soffermarsi sui simboli della rivoluzione: “si potrebbe parlare del trionfo del rosso in generale, non solo nelle bandiere” (pag. 43). Ma lo storico tende a precisare come la bandiera rossa diventi il “simbolo del bolscevismo solamente nel corso della guerra civile” (pag. 45). L’attenzione dedicata da Flores al tema del rapporto tra rivoluzione e i suoi simboli è sicuramente tra le parti più interessanti e avvincenti del testo, soprattutto se lo si vuol intendere da un punto di vista sociologico, e come ricorda lo stesso autore furono soprattutto i mesi successivi al febbraio a costituire il periodo di penetrazione più profonda, arrivando a considerarla quasi una “moda”. L’ultimo capitolo, intitolato “Il mondo e l’ottobre”, è l’occasione per Flores di rispondere a quelle domande iniziali che sembrano aleggiare su tutto il testo: è l’opportunità per scavare nelle radici del mito (e di come questa pagina di storia abbia potuto affascinare e ammaliare per decenni l’occidente e intere generazioni, a tal punto da vedere nella rivoluzione russa un modello, una fonte di ispirazione o una fonte di riflessione sul quotidiano e sul futuro). Per Flores, “la forza della narrazione bolscevica della rivoluzione” (pag. 131) risiede proprio nel costringere non solo le altre forze politiche, ma la stessa popolazione a schierarsi inevitabilmente dalla loro parte. Questo schema e questo tipo di comportamento, riflette l’autore, verrà applicato non solo in Russia, ma anche all’estero, e sarà proprio questo atteggiamento a spingere buona parte del movimento operaio a inserirsi attivamente all’interno dell’Internazionale comunista. Nonostante quest’ultima valutazione fatta dallo storico padovano, il testo di Flores rimane uno scritto di ampio respiro, che trasuda la vivacità dell’ottimismo che inizialmente impregnava l’idea del cambiamento. Un testo che è un invito alla conoscenza e alla riflessione, per tutti coloro (studiosi e non) che vogliano imbattersi e approfondire una delle pagine di storia che inevitabilmente ha cambiato, e tuttora influenza, il nostro modo di vivere, di pensare e le nostre ideologie.
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Rivista di culture dei paesi slavi
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