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C. Kosmač, Sulle orme di un vagabondo. Due racconti, a cura di M. Bidovec, Mladika, Trieste 2007 (Lorenzo Pompeo), pp. 325-326
Singolare il volume curato da Maria Bidovec, sia perché la mole del saggio introduttivo è di parecchio maggiore rispetto ai due racconti presentati, sia perché il testo a fronte è relegato alle ultime pagine in un’appendice, cosa che rende difficoltosa la consultazione dell’originale. Ciò premesso, il libro in questione possiede l’indubbio merito di presentare uno scrittore sloveno in Italia pressoché sconosciuto (nel 1981 era uscito Stostolla, a cura di Patrizia Raveggi per i tipi della Editoriale stampa triestina, in una edizione da veri bibliofili), che ha già ricevuto, in patria e all’estero, numerosi riconoscimenti.
Ciril Kosmač nasce nel 1910 a Slap sul fiume Idrijca, un paesino non molto lontano dall’attuale confine con l’Italia, ma che tra le due guerre mondiali fu territorio italiano. Lo scrittore frequentò la scuola superiore a Gorizia, un liceo italiano (in seguito tradusse anche qualcosa di Machiavelli e di Pirandello). All’età di 19 anni fu arrestato e condannato a un anno di carcere per il suo coinvolgimento in un attentato alla sede di un giornale fascista di Trieste. Successivamente decise di stabilirsi a Lubiana, allora Regno dei serbi, dei croati e degli sloveni, che sarebbe diventato Jugoslavia. Quando Lubiana venne occupata dalle truppe nazi-fasciste, lo scrittore lasciò il suo paese, a cui farà ritorno solo 15 anni dopo. La sua opera si divide quindi fondamentalmente in due periodi: il primo, fino alla partenza dalla Slovenia, e il secondo, successivo al suo ritorno in patria. Le ultime opere scritte da Kosmač risalgono al 1959. Morì a Portorož, dove si era trasferito dopo il suo ritorno in Slovenia, nel 1980.
Kosmač fu autore solo di racconti. Sotto questo punto di vista le due novelle, La fortuna e Il bruco, tradotte dalla Bidovec, sono un esempio della misura di questo autore. L’elemento autobiografico, il microcosmo del paesino natale, sono il punto di partenza e il punto di arrivo della sua opera. Anche per questo motivo la misura del racconto è l’unica in cui Kosmač ha dimostrato di trovarsi a proprio agio. Esistono autori, basti citare Isaak Babel' oppure Bruno Schulz, ma anche Danilo Kiš, che attraverso la narrazione breve hanno saputo imprimere alla propria scrittura una forza e un peso specifico molto superiore rispetto a tanti altri scrittori che al racconto hanno prediletto il romanzo. In particolare Kosmač ha in comune con Bruno Schulz la sua fedeltà al microcosmo provinciale, la sua natale Drohobycz, che a sua volta ci ricorda Subotica, la città al confine tra Serbia e Ungheria dove nacque Danilo Kiš. In tutti i casi citati il microcosmo provinciale venne travolto, sfregiato, talvolta distrutto o semplicemente reso irriconoscibile, dai tragici eventi storici del secolo passato. Per questo il “borgo natio” rappresenta per questi autori il rifugio, e nello stesso tempo il proprio laboratorio dove traggono la linfa della loro narrazione. La rievocazione dell’infanzia costituisce spesso il punto di partenza per la rievocazione di un mondo sepolto nella memoria, del quale i ricordi sono le uniche tracce.
Nella Fortuna, il primo dei due racconti del volume, si avverte sullo sfondo la presenza di quel genere di narrazione orale tipica del mondo contadino, di quel passaggio delle notizie di bocca in bocca e di generazione in generazione, processo che rappresenta, a ben vedere, la radice del mito. Il titolo stesso del racconto, che annuncia il tema e, nello stesso tempo, la parola-chiave, è in tal senso assolutamente emblematico: alla radice del mito c’è proprio una riflessione sui destini umani che parte proprio da questi elementi della narrazione orale, rielaborati nella tragedia, momento in cui la collettività allontana la malasorte nella catarsi del rito collettivo. Nel menzionato racconto di Kosmač la storia viene raccontata, ma è come se fosse già nota alla comunità, così come la storia di Edipo era già nota ai primi spettatori della tragedia di Sofocle. Per questo l’autore può facilmente saltare, nella progressione cronologica del racconto, da una unità cronologia a un’altra, attraverso quella “struttura a regressione analettica” che la Bidovec, nella sua puntuale analisi mette bene in luce.
Nel Bruco la dimensione autobiografica è ancora più pronunciata. In questo racconto il protagonista si sovrappone all’io narrante (mentre nel racconto precedente l’io narrante è il testimone e, nello stesso tempo, personaggio secondario). Sullo sfondo sono chiaramente visibili le tracce dell’esperienza dell’autore, ovvero la breve detenzione nelle carceri italiane, dove il racconto è ambientato. Il tema centrale del Bruco è il rapporto tra l’uomo e la natura, concepito però in chiave esistenziale. Questa volta è il singolo individuo (e non la comunità, come nel racconto precedente) che si trova a fronteggiare il dramma della vita, ovvero la ricerca del senso dell’esistenza all’interno di uno spazio, come la cella della prigione, che delimita in modo netto la vita dell’individuo. Eppure la natura, sotto forma di un bruco, riesce a penetrare anche dentro le mura della cella. Così, alla fine del racconto, è il senso biologico della vita, il suo rinnovarsi naturale, libero e spontaneo, a trionfare su ogni forma di coercizione e repressione.
La cura della lingua rende queste traduzioni particolarmente pregevoli. La scelta di una linguaggio qui e là leggermente aulico, e comunque sempre molto curato e controllato, appare quanto mai adeguata a questo narratore che è semplice e ingenuo, ma solo in apparenza, come dimostra la Maria Bidovec nel saggio introduttivo. Speriamo in un futuro non troppo remoto di avere la possibilità di leggere qualche altra traduzione di questo scrittore sloveno.
eSamizdat
Rivista di culture dei paesi slavi
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