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Compagni di Strada
Drago D. Jančar, L’allievo di Joyce, traduzione di Veronika V. Brecelj, Ibiskos editrice Risolo, Empoli 2007 (Lorenzo Pompeo), pp. 310-311
Uscita un anno prima della traduzione del suo romanzo Aurora boreale, edito da Bompiani, questa raccolta di racconti ha avuto l’indubbio merito di far conoscere in Italia questo scrittore sloveno, allora assolutamente sconosciuto, che è balzato agli onori della cronaca dopo la prefazione di Claudio Magris al citato romanzo e qualche articolo comparso su importanti quotidiani nazionali. Forse proprio per questo è interessante leggere questi racconti, per cercare di capire la cifra stilistica della scrittura di un autore sloveno che sta cominciando ad affermarsi anche in Italia (può vantare ben tre titoli in tre anni).
Nato a Maribor nel 1948, Drago Jančar, nei primi anni ’70 firmò alcuni articoli critici verso il regime comunista jugoslavo su una rivista studentesca, che per questo fu costretto ad abbandonare. Nel 1974 venne arrestato perché trovato in possesso di un libro nel quale si raccontavano il massacro dei domobranci (ovvero l’esercito collaborazionista sloveno che alla fine della guerra fu consegnato dall’Esercito britannico all’Esercito di Tito, il quale organizzò il suo massacro in una marcia della morte), argomento allora tabù in Jugoslavia. Per questo Jančar venne condannato a un anno di reclusione, ma venne rilasciato dopo tre mesi e, subito dopo, richiamato alle armi, dove dovette subire continue vessazioni per la sua fama di anticomunista (tutti questi elementi autobiografici sono importanti soprattutto nella misura in cui ritornano, anche se rielaborati, nella sua opera letteraria).
Dopo il servizio militare, tornò prima a Maribor, e successivamente, verso la fine degli anni ’70, si trasferì a Lubiana, dove lavorò come sceneggiatore e aiuto regista in alcune produzioni cinematografiche. Qui entrò in contatto con l’ambiente degli intellettuali dissidenti. Nel corso degli anni ’80, specialmente dopo la morte di Tito, il clima si fece più liberale e così anche Jančar poté pubblicare; alcuni suoi lavori vennero rappresentati a teatro. Tra il 1987 e il 1991 fu presidente dell’Associazione degli scrittori sloveni e nel 1990 appoggiò apertamente l’indipendenza della Slovenia.
L’esperienza del totalitarismo segna in modo indelebile e fondamentale le pagine di questo scrittore sloveno. L’io narrante nelle sue opere è quasi sempre un individuo oppresso e perseguitato, che si difende disperatamente da una minaccia esterna (solitamente è perseguitato per motivi politici, anche se talvolta non è nemmeno chiaro cosa e perché lo minacci).
Ciò che un lettore straniero, e quindi estraneo al contesto sloveno, coglie meglio è l’abilità dell’autore di servirsi di motivi letterari raccolti qui e là nelle letterature dell’Europa orientale (gli echi delle letterature russa e tedesca sono quelli che si riescono a individuare più facilmente). I primo racconto, Morte a Santa Maria delle Nevi si apre con una citazione della Guardia bianca di Bulgakov. Con un montaggio serrato (non ci dimentichiamo che Jančar fu anche sceneggiatore e aiuto regista) l’autore ci presenta la scena in cui Aleksej Turbin, il personaggio del romanzo di Bulgakov, fugge ferito per sottrarsi ai suoi anonimi inseguitori per poi presentarci i personaggi Vladimir Semenov, un profugo russo rifugiatosi in Slovenia che, con l’arrivo dell’Armata rossa, si troverà di nuovo di fronte ai suoi persecutori.
I racconti successivi seguono, per molti versi, lo schema di questo primo: una citazione letteraria offre lo spunto per la narrazione; è il caso delle Etiopiche di Eliodoro nel successivo racconto Le Etiopiche, ripetizione, nel quale la scena di un anonimo massacro nel corso della Seconda guerra mondiale, scoperto da un drappello di partigiani, viene paragonato a quello descritto nell’apertura delle Etiopiche, mentre protagonista di Dipinto castigliano è Ulrik II, padre di Federico II di Celje, che fu l’amante della celebre Veronika di Desenice (personaggio a cui i poeti romantici dedicarono fiumi d’inchiostro).
In buona sostanza Jančar, in questi racconti, lavora con la tecnica del palinsesto, prendendo frammenti di testi già noti e successivamente rielaborandoli in modo personale. Ma ciò non deve suonare affatto come una critica verso un autore che, al contrario, dimostra di avere una sua precisa impronta stilistica. Jančar è uno degli scrittori dell’Europa centro-orientale, cioè un autore che, nel bene e nel male, è segnato dalla storia e dal destino del suo paese, sostanzialmente analogo a quello dei paesi vicini (cioè segnato dalle stigmate del comunismo e dalle ferite del socialismo reale), che neanche il primo ventennio del post-comunismo sembra in grado di cancellare. Ciò appare evidente soprattutto nei suoi riferimenti culturali e nel modo in cui costruisce i suoi personaggi e la narrazione. Sotto questo punto di vista la scrittura di Jančar a tratti ricorda Gustaw Herling Grudziński (specialmente in questi racconti); analoga, nei due scrittori, è l’abilità nel ricamare le narrazioni usando fili ricavati dalle trame dei classici e, nello stesso tempo, la volontà di lasciare una testimonianza del proprio tempo attraverso personaggi di altre epoche.
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Rivista di culture dei paesi slavi
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