Archivio rivista
Le Sezioni
Le Info
Compagni di Strada
M. Sabbatini, “Quel che si metteva in rima”: cultura e poesia underground a Leningrado [Collana di Europa orientalis 8], Europa Orientalis, Salerno 2008 (Massimo Maurizio), pp. 349-350
Negli ultimi anni in Italia hanno visto luce saggi, raccolte antologiche e monografie dedicate all’underground di Mosca (si vedano diversi contributi del numero monografico di Russica Romana, 2004, dedicato alla letteratura russa contemporanea; Mosca sul palmo di una mano: 5 classici della letteratura contemporanea, Pisa 2005; E. Gresta, Il poeta è la folla. Quattro autori moscoviti: Vsevolod Nekrasov, Lev Rubinštein, Michail Ajzenberg, Aleksej Cvetkov, Bologna 2007), laddove la parallela esperienza leningradese è rimasta piuttosto circoscritta al ruolo di termine di paragone delle specificità “moscovite”.
L’opera qui recensita ha il merito di occuparsi della poesia non ufficiale di Leningrado e di inserirsi in un filone di studi internazionali già consolidato dal quale sono sorte opere di diverso carattere: dall’imponente “censimento spirituale” U goluboj laguny – antologia curata da K. Kuz'minskij che, negli Usa, tra il 1980 e il 1986, ha dato voce a centocinquanta poeti di Leningrado – sino ai lavori Undegraund. Istorija i mify leningradskoj neoficial'noj literatury (Moskva 2002) di S. Savickij e Samizdat Leningrada 1950-e-1980-e. Literaturnaja Enciklopedija (Moskva 2003), curato da D. Severjuchin.
Le diverse anime di questi studi rivivono in “Quel che si metteva in rima” : ricostruzione storica, antologia poetica, testo critico. Sin dall’introduzione, l’autore evidenzia la peculiarità dell’underground di Leningrado legato allo spazio geografico e culturale che lo ha generato: con il suo retaggio letterario e mitologico, Pietroburgo rappresenta un territorio specifico rispetto alla realtà poetica moscovita coeva. Tale aspetto emerge soprattutto nelle poesie in originale e in traduzione, che esplicano, integrano o, semplicemente, accompagnano il testo.
Diviso in nove capitoli, il volume si apre (cap. I) con premesse storiche e culturali dalla rivoluzione agli anni del terrore, utili anche a definire il mito della città, che, nel passaggio da Pietrogrado a Leningrado, è sottoposto a una nuova elaborazione. Notevole è lo sforzo di fare emergere i prodromi letterari dell’underground, dalle voci dei simbolisti a quelle degli oberiuty e di evidenziare il raccordo con le avanguardie quale affiora sin dall’attività degli aref'evcy, uno dei primi gruppi non ufficiali. Ad esso si deve il recupero della fusione tra poesia e arti figurative – “filo conduttore” (p. 37) dell’underground stesso – e di un modus vivendi alternativo, ritmato da inedia, alcol e malattia, come rivela la parabola esistenziale in particolare di uno dei suoi esponenti, il poeta Roal'd Mandel'štam: stroncato giovanissimo dalla tubercolosi, egli diventa vittima e eroe della propria epoca e della città.
Dopo aver ricordato le “oasi” della letteratura non ufficiale (ad esempio il circolo letterario Derzanie), l’autore passa in rassegna il volto leningradese del disgelo (cap. II) – (non troppo dissimile da quello moscovita): letture pubbliche di versi, diffusione del magnitizdat, incontri nelle sale per fumatori delle biblioteche e, più tardi, nei caffè della città (ad esempio Sajgon). Al margine tra ufficialità e non ufficialità nascono una serie di almanacchi e riviste, ma con il crepuscolo dell’ambigua apertura delle autorità, alla fine degli anni Sessanta, si determina una spinta decisiva per l’elezione dell’underground a unico spazio di esistenza della poesia non convenzionale per schiere di scrittori non ufficiali, mossi da una ricerca artistica e etica, diretta da un lato verso nuove forme di sperimentalismo verbale (come per Verpa di A. Chvostenko e A. Volochonskij, promotori di una ricerca poetica e musicale vicina a quella dei futuristi e, più tardi, per i Chelenukty di Erl', che traghettano l’esperienza dell’avanguardia degli anni Venti sino a oggi), dall’altro attraverso l’abbandono all’alcol, all’alienazione o l’emigrazione a un distacco dal modo di essere dell’homo sovieticus. Emblematico il caso del “parassita” Iosif Brodskij, passato nel corso degli anni Sessanta dall’ospedale psichiatrico al lager, condannato al silenzio in patria e invitato infine dalle autorità a lasciare il paese. Accanto alla sua vicenda, l’invasione di Praga, l’arresto dei pochi manifestanti sulla piazza Rossa e il conseguente giro di vite che dalla capitale si diffonde sino a Leningrado, contribuiscono a tracciare una cesura fra l’epoca del disgelo e il ristagno. A Leningrado un ulteriore spartiacque specifico è rappresentato nel 1970 dal suicidio, a soli trentun anni, del poeta Aronzon, un avvenimento che segna la fine di un’epoca e apre una fase di ripiegamento in se stessi dei poeti non ufficiali (cap. III), determinando inoltre una nuova immagine della città, pronta a esibire metamorfosi ma anche metastasi del proprio mito: alle acque torbide fanno eco bassifondi e cortili di memoria raskol'nikoviana, svelati dall’autore soprattutto attraverso le istantanee verbali dei poeti non-ufficiali (cap. IV). L’analisi di questa fenomenologia poetica urbana getta un ponte verso la realtà moscovita coeva, con le baracche di Cholin, la sudicia quotidianità della lirica di Sapgir, il mondo alcolizzato di Venedikt Erofeev.
Sotto l’immobile palude della superficie pulsa tuttavia una vivace vita sotterranea caratterizzata, come nota l’autore, da un cronotopo alternativo a quello ufficiale: qui trovano spazio i poeti che di giorno, nella Leningrado ufficiale, nascondono il proprio volto dietro alle maschere di operai, guardiani, spazzini e fuochisti. Poeta rappresentativo di questo sottosuolo è Krivulin che riallaccia l’esperienza dell’underground alla vita clandestina dei primi cristiani nelle catacombe. L’interesse per la spiritualità, parallelismi tra i seguaci di una religione e i letterati (cap. VI), la scelta di motivi religiosi e l’introduzione di reminiscenze testuali alimentano la poesia di alcuni protagonisti dell’underground, che si sentono investiti di un “apostolato” della coscienza dissidente (p. 243).
Sporadiche e osteggiate restano le manifestazioni “in superficie”: nello stesso anno della Bul'dozernaja vystavka (1974) a Mosca – interrotta dalle autorità con l’invio dei bulldozer – l’esposizione alla Casa della cultura Gaz a Leningrado vede la partecipazione di più di 52 artisti non ufficiali. Questi spazi espositivi ‘rubati’ rappresentano un’occasione per confrontarsi e per percepire l’incontro-scontro generazionale interno alla stessa cultura non ufficiale. Episodi peraltro rari, perché la non scontata accondiscendenza delle autorità non include la parola, come dimostra il vetro alla presentazione di un’antologia (cap. V) di poeti non ufficiali nella cornice della stessa mostra di Leningrado. Appropriato dunque il titolo del capitolo, “L’apologia del samizdat”, che si dimostra essere luogo esclusivo della poesia underground: qui vivono parallele e speculari architetture sotterranee rispetto alla superficie con almanacchi, convegni, seminari, sino all’istituzione del premio letterario “Belyj”.
I frutti del samizdat riemergono negli anni Ottanta (cap. VII) grazie ai diversi tentativi di pubblicazioni ufficiali. Le controverse vicende dell’edizione dell’almanacco Krug mostrano il persistente ostracismo delle autorità rispetto a creazioni alternative: le incursioni censorie faranno slittare la pubblicazione dal 1981 al 1985.
In questi anni di implosione dell’epoca sovietica – ma anche della “seconda cultura” (cap. VIII) che da essa è germinata – la transizione trova una delle voci più significative nei Mit'ki, ideali custodi quindi della memoria dell’underground per il loro passato umano e artistico, che si rivelano il trait d’union con gli aref'evcy e i nuovi gruppi artistico-letterari (in particolar modo moscoviti), nonché i creatori di una nuova pagina del mito della città, destinata a mutare nuovamente nome – e quindi “segni” – con il referendum del 6 settembre 1991.
L’esaurimento dell’underground è trattato anche nell’ultimo capitolo che offre inoltre interessanti spunti di riflessione: dalla ricostruzione della coscienza che il “secolo di bronzo” – quello dell’underground leningradese – della poesia russa ha di sé, al rapporto tra le due capitali letterarie negli ultimi quindici anni e alle diverse anime del postmodernismo da esse prodotto. Pietroburgo offre infatti, dal punto di vista dell’autore, un postmodernismo “alla ‘leningradese’”, caratterizzato da una strategia “che avvicina i miti e i topoi di diverse poetiche su un piano dialogico” (p. 359).
In appendice sono riportati gli indici delle principali antologie e riviste non ufficiali. Vale spendere un’ultima parola sulle traduzioni delle poesie (che non è possibile per ragioni di spazio qui esaminare) che hanno il merito di aver presentato esempi di una tradizione letteraria ancora poco conosciuta se non per i suoi protagonisti più noti, di averla inserita in un contesto di ricostruzione storico-critico e di averne dato in molti casi un’interpretazione puntuale.
eSamizdat
Rivista di culture dei paesi slavi
Registrata presso la Sezione per la Stampa e l'Informazione del Tribunale civile di Roma. N° 286/2003 del 18/06/2003 ISSN 1723-4042
Direttore responsabile: Simona Ragusa
A cura di: Alessandro Catalano e Simone Guagnelli
Comitato scientifico: Giuseppe Dell'Agata, Nicoletta Marcialis, Paolo Nori, Jiří Pelán, Gian Piero Piretto, Stas Savickij
Comitato di redazione: Alessandro Ajres, Alessandro Amenta, Silvia Burini, Alessandro Catalano, Marco Dinelli, Eleonora Gallucci, Simone Guagnelli, Katia Margolis, Alessandro Niero, Laura Piccolo, Marco Sabbatini, Massimo Tria, Andrea Trovesi

© eSamizdat 2003-2011, Alessandro Catalano e Simone Guagnelli