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Onegin e Puškin (Paolo Nori), pp. 332-334
Il capitolo settimo dell’Evgenij Onegin è la completa caduta del talento di Puškin (Faddej Bulgarin).

L’Evgenij Onegin è un romanzo sul nulla (Abram Terc).

L’Evgenij Onegin è un’opera difficile (Jurij Lotman).

La grande impresa di Puškin sta nel fatto che egli, per primo, nel proprio romanzo, ha riprodotto la società russa di quel tempo, e, nei personaggi di Onegin e Lenskij, ne ha mostrato il lato principale, vale a dire quello maschile (Vissarion Belinskij).

Tat'jana è più profonda di Onegin, e, sicuramente, più intelligente di lui. Forse Puškin avrebbe fatto meglio, perfino, a chiamare il suo poema Tat'jana, e non Onegin, dal momento che è lei, senza alcun dubbio, la protagonista del poema (Fedor Dostoevskij).

Da noi non capiscono e non vogliono capire che cos’è la donna, non sentono in lei nessuna possibilità, non la desiderano e non la cercano, in una parola, da noi di donne non ce n’è (Vissarion Belinskij).

Del resto, è una bella domanda, se sia stato scritto seriamente, l’Evgenij Onegin. Detto volgarmente: piangeva, Puškin, per Tat'jana, o scherzava? (Viktor Šklovskij).

Così, Onegin mangia, beve, critica i balletti, balla tutte le notti, in una parola: fa una bella vita. In questa felice vita, il prevalente interesse di Onegin è per La scienza della tenera passione, della quale Evgenij si occupa con grande zelo e con brillante successo. Ma era felice il mio Evgenij? Si chiede Puškin. Evgenij non era felice, e da quest’ultima circostanza Puškin trae la conclusione che egli era molto al di sopra della folla spregevole e contenta di sé. Con questa conclusione è d’accordo, come s’è visto, Belinskij (Dmitrij Pisarev).

Evgenij Onegin è il fratello gemello di Puškin, il ritratto di Puškin (Maksim Gor'kij).

E, in effetti, aprite per esempio l’Onegin, Un eroe dei nostri tempi, Di chi è la colpa?, Rudin, o Un uomo superfluo, o Un Amleto del distretto di Ščigrov, in ciascuno di essi troverete dei tratti quasi letteralmente identici ai tratti di Oblomov (Nikolaj Dobroljubov).

Ma io, con mio grande dispiacere, sono costretto a contraddire sia il nostro grande poeta, sia il nostro più grande critico. La noia di Onegin non ha niente in comune con la scontentezza della vita; in questa noia non si può nemmeno notare la protesta istintiva contro le forme e i rapporti sconvenienti, cui si conforma e in cui si adagia per abitudine e inerzia la moltitudine passiva. Questa noia non è altro che la semplice conseguenza fisiologica di una vita molto disordinata: è un aspetto di quel sentimento che i tedeschi chiamano Katzenjammer e che di solito visita qualsiasi bisbocciane il giorno successivo a quello di una buona bevuta. L’uomo è fatto dalla natura in modo che non può continuamente ingozzarsi, bere e studiare continuamente la scienza della tenera passione (Dmitri Pisarev).

Se si escludono gli antichi, dei quali non posso giudicare, di veri geni se ne trovano solo cinque, e due sono russi. Ecco questi cinque geni-poeti: Dante, Shakespeare, Goethe, Puškin e Gogol' (Daniil Charms).

Ma, signore e signori, quale grande poeta viene letto, tra quelli che abbiamo nominato, dal basso popolo? Il basso popolo tedesco non legge Goethe, il francese non legge Molière, nemmeno l’inglese legge Shakespeare. Li legge la loro nazione. E tuttavia, Goethe, Molière e Shakespeare sono poeti popolari nel vero senso della parola, vale a dire che sono nazionali (Ivan Turgenev).

Se l’uomo, sfiancato dal piacere, non sa neppure mettersi alla scuola della ragione e della lotta vitale, possiamo dire chiaramente che questo embrione non diventerà mai un essere pensante e quindi non potrà mai avere il diritto di osservare con disprezzo la massa passiva. A questi eterni embrioni senza speranza appartiene anche Onegin (Dmitrij Pisarev).

C’è una pittura nazionale: Raffello, Rembrandt; di pitture popolari non ce n’è. Notiamo, del resto, che espongono l’insegna della nazionalità nell’arte, nella poesia, nella letteratura, solo le nazioni che hanno la caratteristica di essere deboli, che ancora non sono complete, o che sono asservite, la cui sostanza è oppressa. La loro poesia deve servire ad altri, certo più importanti, scopi, all’ottenimento della loro stessa sopravvivenza. Grazie a Dio, la Russia non si trova in tali condizioni: non è debole, e non è oppressa da un’altra nazione. Non ha nessun motivo di tremare per il proprio destino e di proteggere gelosamente la propria indipendenza; nella coscienza della propria forza, ella ama, perfino, coloro che le indicano i suoi difetti (Ivan Turgenev).

Puškin nell’Onegin volle rappresentare l’uomo moderno, e risolvere qualche problema attuale, e non ci riuscì (Nikolaj Gogol').

Ma torniamo a Puškin. La domanda se possa essere considerato un poeta nazionale, al pari di Shakespeare, Goethe ecc., la lasciamo per il momento senza risposta. Ma non c’è dubbio che egli abbia creato la nostra lingua poetica, letteraria, e che a noi, e ai nostri discendenti, resti soltanto di seguire la strada tracciata dal suo genio (Ivan Turgenev).

E così io, appena ho un po’ bevuto subito gli faccio: E chi è che baderà ai bimbi per te, Puškin forse? E lui, digrignando i denti: Cosa c’entrano adesso i bimbi? Non ce n’è, qui, di bimbi. E cosa c’entra Puškin? E io: Quando ci saranno, i bimbi, sarà tardi per ricordarsi di Puškin (Venedikt Erofeev).

Dalle parole che abbiamo appena detto, vi sarete già convinti che non siamo nella condizione di condividere il parere di coloro che sostengono che una vera lingua letteraria russa non esiste affatto: che ce la darà solo il basso popolo insieme ad altre salvifiche istituzioni. Noi, al contrario, troviamo nella lingua creata da Puškin tutte le condizioni della vitalità: la creatività russa e la ricettività russa si sono unite con coerenza in questa splendida lingua, e lo stesso Puškin è stato uno splendido artista russo (Ivan Turgenev).

E così, tutte le volte, bastava solo che bevessi un goccio, Chi è che baderà ai bimbi, per te, gli dicevo, Puškin forse? E lui, andava subito in bestia. Vai via, Dar'ja, gridava, Vai via (Venedikt Erofeev).

Puškin non poteva fare tutto. Non bisogna dimenticare che, da solo, ha dovuto fare due lavori che, in altri paesi, sono stati fatti a distanza di interi secoli, e anche di più, vale a dire: organizzare una lingua, e creare una letteratura (Ivan Turgenev).

E dopo poi una volta io ero proprio ubriaca fradicia. Corro da lui e gli dico: Chi è che ti tirerà su i bimbi, Puškin, forse? Eh? Puškin? Lui, come sente Puškin, diventa tutto nero, e tremando dice: Bevi, ubriacati, ma Puškin non toccarlo (Venedikt Erofeev).

Benvenuto, sole! vattene, tenebra! proclamò Puškin. In queste parole, c’è tutto il suo essere. In esse c’è la chiave che svela il contenuto di tutti i suoi canti e della sua stessa vita (Aleksandr Bezymsenkij).

Nessuno dei nostri poeti è stato così parco di parole ed espressioni come Puškin (Nikolaj Gogol').

Puškin morì. Non fu affatto la pallottola di D’Antès, a ucciderlo, l’ha ucciso la mancanza d’aria (Aleksandr Blok).

Quali sono i soggetti della sua poesia? Tutto e niente in particolare. Il pensiero ammutolisce davanti all’infinità dei suoi soggetti (Nikolaj Gogol').

E perciò, un significato particolarmente importante aveva, sulle labbra di Puškin, la sentita esclamazione. Benvenuta Musa! Benvenuto intelletto! (N. Tichonravov).


Benvenuto, sole! Vattene, tenebra! Quando risuonano queste parole, si alza la nebbia dei decenni e davanti a noi sta, vivo, Puškin (Aleksandr Bezymenskij).

Oh, puškinaggine di un mezzogiorno illanguidito (Velimir Chlebnikov)

Puškin ha vanificato tutte le possibile domande mai finora rivolte ai nostri poeti, in cui si manifesta lo spirito di un’epoca che si risveglia. A che è servita la sua poesia? Che nuovo indirizzo ha dato al mondo del pensiero? Che cosa ha detto di utile al suo secolo? Ha esercitato su esso un’azione, salutare o distruttiva? Ha influenzato qualcuno, se non altro con la sua personalità e il suo carattere, come Byron e perfino come molti poeti minori, inferiori a lui? Perché è stato donato al mondo e che cosa ha dimostrato con la sua esistenza?

Puškin era un poeta, e tutto il tempo scriveva qualcosa (Daniil Charms).

L’Evgenij Onegin non è stato, per noi, una casuale e passeggera impressione letteraria; è stato un avvenimento della nostra giovinezza, un nostro tratto biografico, una frattura nella nostra crescita, come l’uscita dalla scuola, o il primo amore (Vasilij Ključevskij).
eSamizdat
Rivista di culture dei paesi slavi
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