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S. Zhadan, Depeche mode, traduzione di L. Pompeo, Castelvecchi, Roma 2009 (Sergio Mazzanti), pp. 315-317
L'attenzione dell'editoria italiana nei confronti del mondo postsovietico, peraltro alquanto limitata, si è concentrata quasi esclusivamente sulla Russia, dimenticando che il colosso sovietico è sempre stato una realtà eterogenea e multiforme. È dunque senz'altro positiva la pubblicazione da parte della casa editrice Castelvecchi di un romanzo ucraino, per giunta ambientato non nella capitale Kiev, bensì a Charkiv, seconda città del paese. Depeche Mode è uno degli esperimenti in prosa di un “poeta di professione”, Serhij Žadan, che non rappresenta più solo una “promessa” della letteratura ucraina, bensì la realtà di un autore ormai completo e maturo nonostante la giovane età (è nato nel 1974).
L'aspetto grafico-editoriale della versione italiana del libro risulta ben curato (peccato per l'errore di trascrizione del cognome dell'autore sulla copertina: “Žhadan”); probabilmente si poteva dedicare maggiore attenzione al paratesto, relegato alla copertina e limitato a due frasi sulla biografia dello scrittore e a poche righe di presentazione del romanzo, peraltro segnate da un'evidente impronta ideologica e poco in linea con la vena ironica che pervade tutta l'opera (“in questo scenario l'americanismo avanza, l'infiltrazione è in atto”; “Ancora non sanno che [...] bisogna difendersi, perchè non tutti riusciranno a sopravvivere”). Non sono chiare le motivazioni per cui non è stata inserita l'interessante postfazione al testo originale dello scrittore ucraino Pavlo Zagrebelny, già tradotta e presumibilmente destinata a entrare nella versione italiana (si veda ). La lettura è piacevole e divertente, in alcuni casi esilarante, come l'episodio della “libera traduzione” del discorso del predicatore americano (pp. 33-37); il testo italiano è nel complesso scorrevole, tranne alcune frasi non molto chiare, sulle quali il traduttore Lorenzo Pompeo scrive: “qualche resistenza l’hanno offerta le espressioni del gergo giovanile e i volgarismi colloquiali, e nel romanzo ricorrono in continuazione” (L. Pompeo, “La nota del traduttore”, in ).
Depeche Mode, pubblicato per la prima volta nel 2004 (sulla rivista Berezil'), offre uno spaccato molto penetrante dell'Ucraina dei primissimi anni dopo la caduta dell'Unione sovietica. L'autore scrive: “Secondo me esiste una Depeche Mode generation. Si tratta di quei ragazzi che come me si sono affacciati all’età adulta nei primi anni '90. In quel periodo i ventenni sono cresciuti ascoltando i Depeche Mode” (M. Di Pasquale, “Underground. La ‘Depeche Mode generation’ nel nuovo libro di Serhiy Zhadan, enfant terrible della letteratura ucraina”, Affaritialiani.it, ). In questo senso il gruppo electro-pop svolge una funzione analoga a quella della Pepsi-cola in Generation P, di Viktor Pelevin (1999), analogia ribadita anche dai titoli delle altre opere in prosa di Žadan, Big Mac e Anarchy in Ukr, ma soprattutto dalla sua raccolta di poesie Pepsi (uscita, è interessante notare, l'anno prima del romanzo russo). I Depeche Mode in effetti sono menzionati direttamente nel romanzo solo in un episodio (tranne un'altra breve menzione, si veda p. 80), in cui il conduttore di una trasmissione radiofonica li trasforma in un “gruppo popolare irlandese” (p. 145), mentre il musicista Martin Gore diventa una “simpatica bionda” (p. 152), amante del cantante Dave Gahan. Oltre a produrre un indubbio effetto comico-satirico, la metamorfosi del gruppo britannico dimostra come l'autore non sia interessato tanto ai Depeche Mode come tali, quanto al modo in cui essi sono stati recepiti nel contesto “altro” dell'Ucraina postsovietica. I Depeche Mode o la Pepsi non rappresentano in realtà l'occidente, ma il significato che la rappresentazione dell'occidente ha assunto attraverso il filtro della cortina di ferro. Può essere utile riportare un concetto elaborato dallo studioso russo A.N. Veselovskij, secondo cui “il prestito suppone nell’acquisente non un posto vuoto, ma correnti di incontro, una simile direzione del pensiero, analoghe immagini della fantasia” (Razyskanija v oblasti russkogo duchvnogo sticha, XI-XVII, 1889, p. 115). La gioventù sovietica e postsovietica ha trovato nel rock e nella cultura occidentale in generale una risposta alle proprie esigenze, rispetto a cui ha rielaborato e trasformato quegli stimoli esterni, rendendoli a mala pena riconoscibili. I Depeche Mode di Žadan sono dunque il prodotto della fusione di vari elementi interni ed esterni e diventano dunque parte integrante della cultura ucraina degli anni '90. In questo senso la copertina italiana, che raffigura la falce sovietica incrociata con una rosa simile a quella del disco Violator dei Depeche Mode (1990), sebbene assai lontana dalla copertina dell'originale e dallo spirito ironico del romanzo, ne coglie un aspetto importante.
La trama del romanzo è estremamente semplice: tre giovani intraprendono un faticoso viaggio intervallato da numerose digressioni, per lo più “alcooliche”, per comunicare a un loro amico della morte del patrigno e invitarlo ad andare al funerale (il parallelo con lo scrittore sovietico Venedikt Erofeev è corroborato dalla presenza significativa del trenino elettrico anche in Žadan; si veda il testo di A. Urickij, Znamja, 2006, 8). La storia appare tuttavia poco più di un pretesto per presentare i componenti di un eterogeneo gruppo di giovani, una vera galleria di tipici rappresentanti della “Depeche Mode generation”, di cui il narratore, che solo dopo la metà del libro viene chiamato esplicitamente con il nome dell'autore, è solo uno dei tanti esponenti: “Sobaka” Pavlov, ebreo-antisemita, mantenuto dalla nonna perchè incapace di lavorare per più di due giorni di fila; “Kakao”, pseudo-intellettuale mezzo-vagabondo, a cui nessuno dà retta e il cui vero nome (Andrjuša) viene ricordato quasi per miracolo dal narratore (p. 137); Vasja “Komunist”, che si distingue dagli altri per le proprie convinzioni politiche, ma non certo per il modo di vivere; Saša “Karburator”, meta finale dell'Odissea Charkiviana, che appare di persona solo alla fine dell'opera, ma è presentato già nella seconda introduzione del romanzo come un appassionato di tecnica (p. 45); Vova e Volodja, coppia funzionalmente inseparabile che cerca invano di trovare un lavoro per Sobaka; Marusja, ragazza di costumi assai libertini e figlia di un generale; Čapaj, che vive nell'officina statale dove lavorava prima che questa fallisse dopo la caduta dell'Urss; e ancora Jurik, “un ex funzionario comunista che oggi sbarca il lunario spacciando hashish e vodka” (M. Di Pasquale, “Depeche Mode, il romanzo dell'Ucraina post-sovietica”, Il riformista, 28 febbraio 2009), il “frocio numero uno” della città Goša (p. 134), il poliziotto dal volto umano Mykola Ivanovyč.
Nonostante la struttura di Depeche Mode sembri seguire la sconnessa vita dei suoi protagonisti, un'analisi più attenta del testo rivela un'accurata organizzazione narrativa. Dopo un primo capitoletto, che svolge la funzione di prefazione, troviamo ben quattro introduzioni, che occupano quasi un terzo del libro (pp. 10-70), una parte prima, una parte seconda e quattro epiloghi. Le quattro introduzioni, che seguono ciascuna un personaggio (Sobaka, Kakao, Vasja e gli altri amici, il narratore), creano un parallelo quasi perfetto con i quattro epiloghi, che descrivono nell'ordine la brutta fine di Sobaka, di Vasja e di Kakao e l'incontro di Žadan-personaggio con Karburator.
Il tempo della narrazione è limitato a soli tre giorni, a distanza di undici anni dalla stesura del romanzo (“17-20/06/93”), ed è scandito rigorosamente dai titoletti di ciascuna minisezione, che indicano in maniera quasi sempre sequenziale lo scorrere dei giorni, delle ore e addirittura dei minuti. Il tempo della stesura dell'opera, indicato alla fine del libro (“gennaio-maggio 2004”, p. 209), crea un rimando temporale alla prefazione, che reca come titolo la data “15/02/04 (domenica)” (p. 7); questo fornisce una specie di cornice cronologica esterna al tempo della narrazione, permettendo di stabilire quella distanza temporale necessaria a una riflessione a posteriori sul passato. Come scrive il critico Urickij nel testo citato, “Depeche Mode si legge come il sobrio ricordo da dopo sbornia sul giovanile stato di perenne ubriachezza”.
Altro elemento unificante del libro è Charkiv, attorno a cui si svolge tutta la narrazione, città con una notevole tradizione storica (sede di una delle primissime università dell'impero russo), presentata nella sua parte “meno nobile”, ma forse più autentica, quegli “scenari di periferia, funzionali all'economia narrativa di un testo crudo e mai disperato” (si veda il testo citato di Di Paquale). Eppure non è facile distinguere la seconda città dell'Ucraina da una qualsiasi altra metropoli dell'ex Unione sovietica. In questo concordiamo con un’altra osservazione di Urickij: “È la prosa di una grande città denazionalizzata, la prosa delle ferrovie, dei cantieri, delle scatole aziendali, la prosa del cemento, la prosa delle sporche periferie e delle vie rettilinee. Žadan descrive la sua nativa Char'kov, ma è facile rappresentarsi al posto di Char'kov Ekaterinburg o Novosibirsk”.
Uno solo tra i messaggeri, Žadan-personaggio, riesce ad arrivare all'obiettivo, ma non riporta la notizia all'amico, cioè non porta a termine la sua missione. Tutto il viaggio appare dunque senza senso, come la vita descritta dallo stesso scrittore nella prefazione (pp. 7-9), una vita senza pretese finalizzata solo alla sopravvivenza; la vita, come d'altronde l'intero romanzo, appare dunque simile al viaggio della lumaca descritta dal narratore alla fine dell'opera, una lumaca, come scrive Zagrebelny nel testo citato, che “è priva dell’aspirazione di sparire in occidente oppure da qualche altra parte, cerca piuttosto di organizzarsi al meglio. Cerca di resistere”.
Con questa lumaca si chiude, laconicamente, Depeche Mode:

io guardo l'asfalto e vedo che striscia verso il mio pane una lumaca stanca, afflitta dalla depressione, si trascina il suo incredulo muso verso il mio pane, poi lo ficca indietro delusa nella sua armatura e comincia a strisciare via verso occidente, verso il lato opposto della banchina. Penso che tutta quella strada le basterà per tutta la vita (p. 209).
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Rivista di culture dei paesi slavi
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