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M. Shishkin, La presa di Izmail, a cura di E. Bonacorsi, Voland, Roma 2007 (Sergio Mazzanti), pp. 301-303
Se è possibile parlare di “classici” della letteratura contemporanea, definizione che appare quasi un ossimoro se non altro per la mancanza di una prospettiva storica che permetta di darne una valutazione obiettiva, questo è sicuramente il caso di Mikhail Shishkin (ci atteniamo qui alla traslitterazione scelta dallo stesso autore). Nonostante, ma forse anche grazie a un debutto letterario abbastanza tardivo (1993, all'eta di trentadue anni) e a una produzione letteraria relativamente limitata (tre romanzi e alcuni racconti in oltre quindici anni), l'opera di questo scrittore sembra destinata a lasciare un segno importante nella storia della letteratura russa.
Dopo aver coraggiosamente pubblicato la traduzione italiana di un testo estremamente complesso come il romanzo del 2005 Venerin Volos [Capelvenere, Roma 2006], spinta anche dal crescente successo internazionale dell'autore, la casa editrice romana Voland offre al lettore anche il primo importante romanzo di Shishkin, Vziatie Izmaila [La presa di Izmail], uscito per la prima volta in Russia nel 1999. In una recente intervista lo stesso Shishkin presenta così Capelvenere:

La presa di Ismail [sic!] rispecchiava un modo di prendere la vita d’assalto, come una fortezza, ma poi ti accorgi che le cose non stanno così, che la vita non è un nemico, che il nemico è il tempo. E così è arrivato il momento di scrivere Capelvenere, in cui ho cercato di parlare del superamento del tempo e della morte [M.T. Carbone, “Di storia in storia, per sconfiggere il tempo”, Il Manifesto, 1 novembre 2006].

Anche per il lettore italiano è dunque oggi possibile ricostruire questa prima, importante tappa del percorso letterario di Mikhail Shishkin.
Il volume è pubblicato dalla Voland con la solita attenzione all'aspetto grafico e lo sforzo di evitare refusi ed errori di stampa. La traduzione e le note sono affidate a Emanuela Bonacorsi, già curatrice di Capelvenere, che riesce a ottenere un sapiente equilibrio tra l'esigenza di rendere fruibile il testo e quella di non appesantirlo con un eccessivo apparato paratestuale:

per quelle parti dove occorreva il sostegno di una spiegazione, non ho potuto abolire le note ma, per non rendere invalicabile il testo e strabico il lettore, ho cercato di limitarle e sono state riportate alla fine del libro [Y. Bernasconi, “Intervista con Emanuela Bonacorsi”, ].

In realtà si sente forse la mancanza di una prefazione o postfazione che fornisca al lettore un minimo di “istruzioni per l'uso” di un'opera estremamente complessa (al contrario di Capelvenere, la cui versione italiana era accompagnata da una postfazione della stessa Bonacorsi).
La presa di Izmail è costituita da una serie di fili narrativi, legati eterogeneamente e fusi tra loro senza che alcuna suddivisione in paragrafi possa aiutare il lettore a districarsi nell'intricata matassa (l'unica sezione interna al testo è l'epilogo). Anche la suddivisione in tre parti, dovuta alla pubblicazione “a puntate” sulla rivista Znamja, si perde già nella prima pubblicazione integrale del romanzo (e nella versione italiana). Come scrive il poeta e critico Yari Bernasconi nel testo citato,

tutte le connessioni sequenziali e i trapassi del racconto saltano perché saltano tempo e spazio, tocca al lettore ripescare le minuscole tracce disseminate, stabilire le connessioni fra storie e personaggi, un modo di costruire il romanzo che si pone lungo la scia che nel '900 va da Proust a Joyce a Svevo, e aggancia saldamente Shishkin alla modernità.

Il romanzo si presenta complesso fin dal titolo, che appare quasi di sfuggita solo verso la fine del libro (p. 346), confuso tra i mille intrecci da cui è formato il testo. Il ricordo della vittoria russa nella guerra contro i turchi del 1790 si trasforma nel nome dato da un ragazzino a un numero da circo da lui inventato:

– Il numero 'La presa di Izmail'! – gridò imitando la voce del presentatore di circo. I topi ammaestrati dovevano attraversare fossati, scavalcare muri e, giunti sulla torre, tirare una cordicella che avrebbe fatto calare la bandiera turca e issare quella russa.
Domandai:
– Ma come farai a farti ubbidire dai topi?
Kostja scoppiò in una risata sonora mostrando un buco tra i denti: i suoi compagni di classe gli avevano rotto un dente:
– Ma c'è il formaggio!
Non capii:
– Che formaggio?
– Dappertutto ci saranno pezzetti di formaggio! Perchè lei cosa pensava? Il trucco sta tutto nel formaggio!


Sebbene l'autore precisi in un'altra intervista che La presa di Izmail ha un titolo ironico (Marion Graf, “Michaïl Chichkine tra Mosca e Zurigo”, ), questo breve brano offre una chiave di lettura molto seria delle mille storie, quasi tutte tragiche, di cui il romanzo è intessuto: la storia della Russia, ma in generale la storia di ogni essere umano, appare come un tragico gioco in cui le sofferenze della vita hanno come reale obiettivo nient'altro che un pezzetto di formaggio.
Fin dall'inizio dell'opera si distingue chiaramente un personaggio, che tuttavia non può essere considerato un vero “protagonista” poiché, nonostante gli sforzi del lettore, alcuni fili narrativi non sono neanche indirettamente riconducibili a lui. Il nome stesso del personaggio, l'avvocato Aleksandr Vasil'evič Urusov, si può ricostruire nel testo con una certa fatica; il cognome appare solo nella prima pagina, tanto da lasciare qualche dubbio sulla sua effettiva attribuzione al personaggio, presentato prima solo come Saša (p. 18) e solo da pagina 31 come Aleksandr Vasil'evič. Questa presentazione “dilazionata” dei personaggi è una costante del libro, un artificio retorico che aumenta per il lettore la difficoltà (voluta) nel distinguerli; i vari attori del dramma si confondono non solo tra di loro, ma anche con figure storiche, personaggi mitologici e della fantasia; anche qui l'esempio più lampante è l'avvocato Aleksandr Vasil'evič, che all'inizio dell'opera si trasforma in poche pagine prima nel dio anticoslavo Perun, poi nell'oratore greco Iperide, viene quindi proiettato in un ricordo d'infanzia, per ritornare infine nel presente della narrazione. Il lettore viene ulteriormente disorientato dal quasi costante utilizzo della prima persona, anche quando il punto di vista passa ad altri personaggi; a volte bisogna aspettare alcune pagine per capire chi è la voce narrante (si vedano ad esempio pp. 83 e seguenti) e in alcuni casi il punto di vista può trapassare gradualmente e impercettibilmente da quello di un'affascinante signora malata di cancro a quello di un volgare ubriacone a caccia di avventure (pp. 93-95).
Nell'epilogo (per la precisione nella seconda parte) l'autore sembra alla fine regalare un filo conduttore dell'opera, con un eloquente: “a proposito, sai come è iniziata questa storia?” (p. 411). Da piccolo lo scrittore aveva mandato alla redazione di una rivista per giovani sovietici un “romanzo” di tre pagine, che la madre non aveva apprezzato.

Qualcuno – avevano risposto dalla redazione – colleziona francobolli, qualcuno involucri di caramelle. E tu, caro Mikhail, prova a fare una collezione particolare [...]. Appena noti intorno a te qualcosa di interessante o semplicemente di curioso, scrivilo subito. Può darsi che sia un tramonto o un albero. Magari accanto a te accadrà qualcosa di buono, o di cattivo [...]. Così la tua meravigliosa e unica collezione si arricchirà ogni giorno: la raccolta delle sensazioni, il museo di tutto. Vedrai che una collezione simile ti aiuterà a capire quanto è stupendo il mondo (p. 413).

L'autore stesso, in un'altra intervista (C. Cecchini, “Un cappuccino con Mikhail Shishkin. Intervista-conversazione con uno dei più interessanti scrittori della Russia di oggi”, 14 novembre 2006 ), attribuisce a quest’episodio un valore dichiaratamente autobiografico, confermando ulteriormente i numerosi ed evidenti riferimenti alla vita reale dello scrittore. La presa di Izmail risulterebbe dunque la collezione di queste piccole storie di vita osservata, raccolte dallo stesso Shishkin per “scoprire quanto è stupendo il mondo”. Anche qui è impossibile non cogliere l'amara ironia del museo raccolto da Shishkin, in cui di “stupendo” c'è davvero ben poco.
Questo autobiografismo risulta comunque prima di tutto un artificio letterario, come fa notare L. Danilkin commentando l'attribuzione a Shishkin di un importante premio letterario russo. Il critico ritiene che i numerosi frammenti autobiografici non rendano comunque La presa di Izmail un romanzo autobiografico e si spinge fino ad affermare che “il romanzo non ha alcun rapporto con la vita reale” (“Na ‘Vzjatie Izmaila’. Premiju ‘Smirnoff – Buker’ polučil dejstvitel'no lučšij russkij roman”, Vedomosti, 7 dicembre 2000). La “chiave di lettura” fornita dall'autore nell'epilogo si confonde infatti nel tessuto narrativo dell'opera, apparendo in ultima analisi come uno dei tanti tasselli della collezione. L'autore dissemina il testo di segnali ambigui, in un gioco con il lettore tipicamente postmoderno. Scrive Galina Denissova: “Le opere di Mikhail Šiškin rappresentano una realizzazione estrema della premessa postmoderna sulla ‘morte dell'autore’ che di fatto suggerisce la scomparsa della distinzione tra i diversi autori” (eSamizdat, 2007, 1-2, p. 494).
La presa di Izmail si colloca senza dubbio nel contesto del postmoderno, di cui utilizza l'impostazione e gli strumenti retorici, ma l'autore fa intravedere un nuovo modo di fare letteratura, in cui la disgregazione dell'autore e dell'unità strutturale dell'opera lascia il posto a una nuova concezione dell'autore e a una nuova architettura del testo. I veri “classici” sono figure di passaggio, consapevoli e partecipi del passato, ma che preannunciano e gettano le basi per nuovi sviluppi. In questo senso Shishkin potrebbe essere considerato un “classico della letteratura contemporanea”, quanto meno nella misura in cui dal suo ramo de “l'unico testo-albero” della letteratura (si veda la citata intervista con C. Cecchini) nasceranno nuovi rami.
eSamizdat
Rivista di culture dei paesi slavi
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