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M. Sabbatini, “Quel che si metteva in rima”: cultura e poesia underground a Leningrado [Collana di Europa orientalis 8], Europa Orientalis, Salerno 2008 (Massimo Maurizio), pp. 347-348
Il libro di Marco Sabbatini è il risultato di un lungo lavoro scrupoloso condotto sull’underground leningradese, un argomento che soltanto qualche anno fa ha trovato una propria, tardiva sistematizzazione e la diffusione che merita in ambito russo con la pubblicazione di antologie e lavori specifici. Parlo, ovviamente, della formazione di un filone di ricerca dedicato a questo argomento; fin dalla fine dell’Urss pochi ricercatori entusiasti hanno incominciato immediatamente le proprie ricerche e pubblicazioni, per lo più però in ambiti molto ristretti che non godevano del necessario appoggio. Voglio ricordare in questa sede prima di tutto le antologie U goluboj laguny [Alla laguna azzurra] di K. Kuz'minskij e Samizdat veka [Il samizdat di un secolo], come anche i lavori di pionieri dello studio della cultura del sottosuolo come I. Achmet'ev, V. Erl' e altri.
Il titolo del volume di Sabbatini testimonia dell’ampio raggio di azione in cui si muove; le parole virgolettate sono quelle del titolo di una poesia di V. Krivulin, eletto come trait d’union ideale per molti dei fenomeni tipici della cultura del sottosuolo. Sabbatini tesse una ragnatela, ogni filo della quale mostra una delle diverse manifestazioni della vivacissima scena non ufficiale della Leningrado della seconda metà del XX secolo, fornendone al lettore italiano, per la prima volta, uno spaccato fedele e esauriente. La volontà di offrire un quadro il più dettagliato possibile porta l’autore a includere nella propria analisi, oltre a scrittori e artisti anche pensatori e musicisti.
Il libro è costituito da nove capitoli (Dal terrore al disgelo, La bohéme e l’assurdo ai margini del sessantotto, L’aura esistenzialista, Mito e byt del sottosuolo, L’apologia del samizdat, Eresie e pathos religioso, Tempo di antologie, Il crepuscolo della “seconda cultura”, Quel che si metteva in rima), da una ricchissima bibliografia di circa 40 pagine comprendente lavori russi, americani e europei che, oltre a testimoniare la minuziosità del lavoro ha anche un valore intrinseco, come strumento di lavoro per lo studioso italiano. In conclusione al volume vengono presentati gli indici di alcune delle riviste più importanti della cultura non ufficiale, delle quali si è fatta menzione nel corso del lavoro, come Lepta, Ostrova, Severnaja počta e Obvodnyj kanal.
Il lavoro di Sabbatini appare indubbiamente pionieristico, quanto meno nell’ambito della slavistica italiana, che fino a oggi e fatta eccezione per pochi casi isolati, non ha dedicato la dovuta attenzione alla cultura alternativa sovietica, alcuni esiti della quale rivestono, per lo sviluppo dell’arte e delle lettere in Urss, un’importanza talvolta maggiore di quella ufficiale e riconosciuta. L’autore di “Quel che si metteva in rima” indaga in maniera estremamente approfondita tutte le correnti letterarie e artistiche dell’epoca, presentando in chiosa a ognuna di esse una scelta di liriche o testi, particolarmente pregnanti per il contesto preso in esame e che fungono da illustrazione. Uno sguardo complessivo a “Quel che si metteva in rima” non può quindi trascurare l’importanza di questo libro “anche” come crestomazia dell’underground leningradese, che presenta al lettore italiano molti poeti che fino a oggi non hanno trovato posto nelle traduzioni che pure compaiono di tanto in tanto nel nostro paese. Sabbatini propone liriche di R. Mandel'štam, del gruppo degli Aref'evcy, di G. Semenov, L. Vinogradov, V. Ufljand, D. Bobyšev, M. Eremin, G. Gorbovskij, B. Tajgin, L. Vasil'ev, dei poeti del gruppo Verpa (A. Chvostenko e A. Volochonskij prima di tutti), del gruppo Chelenugty (V. Erl' e A. Mironov e altri), T. Bukovskaja, K. Kuz'minkij, L. Aronzon, V. Širali, S. Vol'f, V. Krivulin, E. Švarc, S. Stratanovskij, A. Morev, O. Grigor'ev, O. Ochapkin, S. Zav'jalov, A. Dragomoščenko, V. Filippov, del gruppo del Mit'ki, di D. Grigor'ev, di S. Magid, O. Jur'ev e A. Skidan. Il primo poeta di questa lista è nato nel 1932, l’ultimo nel 1965 e l’inizio della loro attività si colloca rispettivamente negli anni ’50 e nell’ultimo decennio del sistema sovietico; anche soltanto questi semplici dati mostrano come l’analisi di Sabbatini abbracci una quantità di fenomeni molto ampia. Questo è uno dei meriti maggiori di questo lavoro. Tutte le liriche proposte sono riportate in originale e in traduzione italiana, di modo da permettere anche a coloro che non abbiano una conoscenza sufficiente della lingua russa di penetrare il significato dei testi, spesso accompagnati da un commento filologico molto puntuale e approfondito.
Di fatto Sabbatini propone al lettore di compiere un pellegrinaggio attraverso la cultura non ufficiale della Leningrado del periodo 1950-1990. L’esposizione estremamente minuziosa dell’autore di queste pagine riesce a trasmettere l’atmosfera culturale del tempo, prendendo in esame tanto i luoghi di incontro (i caffè Malaja Sadovaja e Sajgon, per esempio), quanto anche i diversi circoli (il seminario di O. Ochapkin e altri seminari di tendenza mistico-religiosa, il Šimpozium di E. Švarc, il Seminario di teoria generale dei sistemi di S. Maslov, il seminario filosofico-religioso di T. Goričeva o quello filologico di V. Krivulin).
Particolare attenzione è riservata ai concorsi letterari della cultura samizdat, come il premio A. Belyj, e alle antologie, come la succitata U goluboj laguny di K. Kuz'minskij, ma soprattutto alle riviste, completamente o in parte afferenti al circuito non ufficiale, da Lepta o 37 fino ai periodici degli anni ’80, i redattori dei quali cercavano di renderli accessibili a un pubblico più numeroso e composito, rispetto a quanto avveniva nel decennio precedente, anche attraverso l’inserzione di queste pubblicazioni nel circuito ufficiale.
La frenetica successione delle manifestazioni culturali prese in esame permette al lettore di cogliere i diversi aspetti di quel periodo, in cui coesistevano l’una a fianco all’altra politicizzazione e completa indifferenza per tutto ciò che esulava dal contesto artistico-letterario, coraggio civile e paura delle conseguenze della propria attività clandestina. L’insieme di questi tratti costituisce l’affascinante mosaico di un’epoca culturalmente vivacissima che Sabbatini confronta addirittura con il secolo d’Argento (la grande stagione culturale cha va dall’inizio del Novecento ai primi anni dopo la rivoluzione d’ottobre), in particolare l’autore pone l’accento sulla “rivoluzione del linguaggio poetico” (termine di V. Krivulin, p. 355) portata avanti dal Secolo di bronzo (denominazione comunemente accettata per il periodo che è oggetto d’analisi in questo libro), ma anche la novità delle tendenze “che per lungo tempo costituirono il subconscio della cultura russa contemporanea [di allora]” (Ibidem).
“Quel che si metteva in rima” è una lettura affascinante e coinvolgente, grazie a uno stile molto originale che combina con sapiente perizia osservazioni di carattere filologico e scientifico con una leggerezza espressiva di stampo quasi romanzesco.
L’importanza di questo lavoro per la comunità scientifica italiana mi pare fuori discussione, ma questo libro è destinato a un pubblico ben più ampio, permettendo anche a colui che non è addentro le tematiche analizzate, non soltanto di penetrare l’ambiente letterario e artistico del tempo, ma di farsi un’idea piuttosto completa e precisa tanto delle manifestazioni culturali nel loro complesso, quanto anche delle loro interazioni reciproche che contribuivano a formare una subcultura autonoma, alternativa e parallela a quella ufficiale. Di questo ambiente culturale, incredibilmente ricco di suggestioni e chiavi di lettura della cultura russa contemporanea in Italia, a differenza di quanto avviene in molti altri paesi dell’Europa occidentale, ancora oggi viene sminuita l’importanza. Spero vivamente che “Quel che si metteva in rima”, insieme ai pochi libri su temi simili usciti in precedenza (si vedano, ad esempio, i lavori di G. Piretto 1961. Il sessantotto a Mosca, Bergamo 1998, e Il radioso avvenire. Mitologie culturali sovietiche, Torino 2001, ma anche L’utopia spodestata. Le trasformazioni culturali della Russia dopo il crollo dell’Urss di M. Martini, Torino 2005), possa rendere giustizia agli eroi della cultura indipendente non allineata, nonché al tentativo di proporre un modello culturale autonomo e alternativo che per quasi quattro decenni ha coinvolto alcuni delle menti più brillanti della Russia.
eSamizdat
Rivista di culture dei paesi slavi
Registrata presso la Sezione per la Stampa e l'Informazione del Tribunale civile di Roma. N° 286/2003 del 18/06/2003 ISSN 1723-4042
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