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T. Kibirov, Latrine, a cura di C. Scandura, Le Lettere, Firenze 2008 (Massimo Maurizio), pp. 337-339
La casa editrice Le lettere ha pubblicato in questo agile volumetto il poema di Timur Kibirov Latrine (in originale Sortiry), in edizione bilingue con un ampio commento introduttivo della traduttrice Claudia Scandura, che risulterà assai utile al lettore poco addentro al contesto culturale in cui l’opera di Kibirov si colloca.
La pentapodia trocaica delle 106 ottave rimanda a un componimento dal tono classicheggiante, cosa peraltro non rara nella produzione di Kibirov; si veda ad esempio l’esapodia giambica con cesura al mezzo (l’alessandrino russo) nel poema Letnie razmyšlenija o sud´bach izjaščnoj slovesnosti [Riflessioni estive sui destini delle raffinate lettere], che già nel titolo strizza l’occhio alla tradizione alta (nella sua recensione al poema, A. Levin nota che le ottave che compongono il poema kibiroviano rimandano ironicamente al poema di Puškin Domik v Kolomne [La casetta a Kolomna], ), tanto nel senso della ricercatezza della forma utilizzata, quanto, ad esempio, nel rimando, contenuto nel titolo, al Dostoevskij di Zimnie zametki o letnich vpečatlenijach [Note invernali su impressioni estive]. L’accenno alla tradizione alta e alle “raffinate lettere” contrasta grandemente con il tono e il contenuto del poema; a proposito di questo contrasto, come anche dell’apparente inconciliabilità del metro alessandrino con il contenuto del poema A. Nemzer nota: “[…] le riflessioni estive sui destini delle raffinate lettere sono scritte con il nobile, trionfale ‘alessandrino russo’ […] Con un ‘verso ricercato’ si narra di materie basse: della mancanza di mezzi finanziari” (A. Nemzer, “Timur iz puškinskoj komandy”, T. Kibirov, Kto kuda – a ja v Rossiju…, Moskva 2001, p. 21), e non solo; il poema si apre infatti con l'immagine di un cane pastore che espleta i suoi bisogni nell’erba.
L’abbassamento del registro ha quindi un senso precipuo per la poesia di Kibirov, come per quella del concettualismo in toto, alla fase tarda del quale l’autore di Latrine sicuramente appartiene. A. Hansen-Löve rileva che “le categorie di ‘elevato’, ‘grandioso’ nella cultura ufficiale (staliniana) si trasformano nell’idillio della vita quotidiana, mentre le manifestazioni della quotidianità sovietica, della banalità acquistano un carattere eloquente o vengono recepite come accenni a strutture culturologiche ed etnografiche” (A. Chansen-Leve, “Estetica ničtožnogo i pošlogo v moskovskom konceptualizme”, Novoe Literaturnoe Obozrenie, 1997, 25, p. 215), anche se la predilezione per una scrittura di questo tipo non è, ovviamente, appannaggio del concettualismo:

Loro [i formalisti] per la prima volta nella critica letteraria mondiale dimostrano interesse per i fenomeni del basso, del triviale, per ciò che era esteticamente imperfetto (prove di scrittura giovanili, opere epigoniche, e così via) e che ha ricevuto una giustificazione teorica in quanto fenomeno del contesto comunicativo, “sfondo della ricezione”, campo semiotico del “mercato”, in cui la supremazia dei letterari “generali/classici” e delle opere “epocali” riceve ulteriore affermazione e nuovi indici di distinzione”, Ibidem.

Ma proprio a partire dagli anni Sessanta, da correnti letterarie, quindi, che precorsero il postmodernismo vero e proprio, queste categorizzazioni incominciano a giocare un ruolo di primo piano non tanto come fenomeno letterario, ma come sostituto delle “raffinate lettere”, come momento provocatorio, polemicamente contrapposto a ciò che era il modello di scrittura imposto dall’alto, e quindi agli stessi concetti di “alto” e “bello”. Nel contesto della letteratura dell’ultimo trentennio, Kibirov è uno di coloro che sfrutta maggiormente questo tropo, accanto, ovviamente, a scrittori come V. Sorokin, che ha però delle finalità estetiche e compositive completamente diverse da quelle dell’autore di Latrine. Kibirov stesso nell’intervista a Filipp Nikolaev afferma: “Da adolescente e in gioventù mi facevano incredibilmente arrabbiare quando in poesia c'erano indicazioni di posti e del momento dell’azione”, ma

oggi ritengo la cosa più preziosa in poesia quella famigerata porcheria, dalla quale nascono i versi […]. Oggi vedo il mio compito nel tentativo di salvare, di conservare tutto il possibile […] per questa ragione nei miei versi l’abbondanza di realija della vita sovietica, della politica sovietica, della zoologia sovietica in realtà è dettata non tanto da afflizione del senso civile o da indignazione, quanto invece dal tentativo di proteggere dall’oblio quello che in effetti era immondizia. Qualunque cosa sia stata, essa è stata la nostra vita e deve essere rappresentata in maniera esteticamente definita e sensata, .

Non vorrei però in questa sede entrare nel dettaglio di discussioni che mi porterebbero lontano dall’oggetto di questa recensione.
Kibirov è un poeta lirico o, come ammette lui stesso in un’intervista, epico, ma fautore di un nuovo epos, dell’epos decadente degli ultimi anni dell’Urss, di un epos intrinsecamente antiutopico, in cui i valori tradizionali sono sconvolti, rovesciati. Questo procedimento ha come scopo la creazione di un tipo di poesia che, pur discendendo in linea diretta dal lirismo tradizionale, prima di tutto di Puškin e Blok, risenta dei cambiamenti sociali e di mentalità del periodo di cui è figlia. Il romanticismo di Kibirov è proprio quello che emerge da Latrine, un romanticismo che deve necessariamente fare i conti con la realtà in cui vive il poeta. Partendo da questi assunti, Latrine si pone nel filone della tradizione dotta, laddove essa si sposta verso temi “bassi”. Tanto C. Scandura, quanto A. Nemzer citano tra i precursori di Kibirov Deržavin, Puškin, Lomonosov e i poeti Oberiu, in particolare Zabolockij, ma accanto a essi lo stesso Kibirov pone altri riferimenti culturali, che spaziano da Marziale, Cincinnato, Artistofane e Menandro a Rabelais e Swift, fino a Gor´kij e Oleša.
La trama del poema Latrine potrebbe essere sinteticamente riassunta come la descrizione della vita del protagonista, il poeta stesso, le varie tappe della quale sono rievocate attraverso le latrine dei posti che l’hanno visto crescere. Quindi il bagno in cortile delle case nelle province di Mosca e Ufa e quello in casa in Čita, i bagni della casa dello studente e della caserma, e così via. In realtà il lirismo di Kibirov associa a ognuna di queste tappe della vita eventi particolari, storielle e aneddoti ironici e divertenti, ma che nel contesto dell’opera acquistano la valenza di un’epopea profondamente umana e personale, del racconto di un’epoca, vista attraverso il luogo in cui la persona godeva di maggior libertà in Urss. Non a caso il poeta dedica uno spazio assai ampio alle scritte che di volta in volta gli è capitato di leggere sui muri dei bagni pubblici, luogo in cui il controllo sul cittadino era sensibilmente inferiore rispetto alla norma, in cui ci si poteva esprimere liberamente e dare sfogo ai propri pensieri. Quella che descrive Kibirov è una visione parossistica e personale dell’Unione sovietica attraverso il buco della serratura (o un’apertura praticata nelle pareti della cabina-bagno in cortile), è il racconto della scoperta della propria sessualità in un paese in cui il tema del sesso era tabù. La trama della narrazione è frammentaria, fatta di interruzioni e riprese, di esclamazioni dirette agli amici, primi uditori immaginari del poema in fieri che danno l’idea di un divertissement, di una composizione per sé e coloro con i quali ci si incontrava a bere e declamare versi nelle cucine, ma quest’impressione non è che l’ennesimo tentativo di Kibirov di sviare il lettore.
Come nota Claudia Scandura nell’introduzione a Latrine, questo poema si snoda lungo tre direttive tematiche: quella amorosa-sessuale, quella della vita militare e quella del viaggio, e ognuna di queste linee ha delle peculiarità proprie, viste appunto attraverso la prospettiva inconsueta dei servizi caratteristici di ognuna di esse.
In realtà vedere Latrine come poema di formazione, come racconto della crescita dell’autore-protagonista mi sembra riduttivo; Latrine è un racconto metaletterario, che parla della tradizione classica e di quella sovietica, è un dialogo ininterrotto, seppur parodistico e beffardo, con Puškin prima di tutto, ma anche con l’amato Blok e con i poeti-simbolo di intere generazioni di lettori sovietici, poeti come Mežirov, Evtušenko e Voznesenskij, i bardy (i cantautori degli anni '60 e '70, a partire dagli estradniki Bejbutov e Vizbor a Okudžava e Vysockij fino a Galič). Il citazionismo spesso cede il posto alla parodia proprio per giungere a desacralizzare il testo poetico e quindi a plasmare la parola poetica perché si adatti a un contesto di decadenza morale e sociale, come quello in cui si nasce questo poema.
Latrine, quindi, è un’opera che può essere vista anche come specchio delle tendenze letterarie dei tardi anni ’80, come espressione della produzione della generazione concettualista più giovane; Kibirov accantona gli stilemi tipici della letteratura degli anni ’70 per rivolgersi a una descrizione sineddotica della società del tempo, che avrebbe avuto e ha ancora oggi una portata estetica ben più ampia di quanto, forse, pensava lo stesso Kibirov all’inizio degli anni ’90.
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Rivista di culture dei paesi slavi
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