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E. Rejn, “Balcone” e altre poesie, prefazione di I. Brodskij, a cura di A. Niero, Diabasis, Reggio Emilia 2008 (Massimo Maurizio), pp. 330-332
E. Rejn, “Balcone” e altre poesie, prefazione di I. Brodskij, a cura di A. Niero, Diabasis, Reggio Emilia 2008
Questo volume di più di 350 pagine è il primo libro in italiano di Evgenij Rejn, che anche in patria ebbe da attendere a lungo una raccolta di versi, pubblicata soltanto nel 1984, quando il poeta aveva ormai 49 anni. Rejn è noto come uno degli Achmatovskie siroty [orfani della Achmatova], insieme a D. Bobyšev, A. Najman e I. Brodskij. Proprio la presenza del futuro premio Nobel fece sì che gli incontri di questi ragazzi con l’ultimo testimone oculare del Secolo d’argento divenisse un fatto della storia della letteratura russa recente.
Nella prefazione al volume di liriche di Rejn Protiv časovoj strelki [In senso antiorario], ritradotta per questo volume, Brodskij definisce l’autore di “Balcone” e altre poesie “elegiaco urbano” (p. 11) e davvero, al di là della definizione, le poesie contenute in questo volume hanno un tono elegiaco, spesso determinato dal ritmo lento, ternario di molte poesie (caratteristico anche di molte liriche di Brodskij stesso) che si accompagna a descrizioni molto concrete; l’afflato lirico spesso nasce da un'associazione mentale o da un fatto biografico apparentemente banali, che però si ammantano per il poeta della sontuosità di ricordi personali, in cui una passeggiata, il rumore appena percettibile delle navi al largo, le bevute giovanili acquistano un senso profondo, soprattutto quelle estranee al contesto cittadino in cui Rejn si forma. L’urbanismo proprio del modo di sentire del poeta gli permette di stupirsi e rilevare quegli aspetti del mondo naturale (soprattutto marino) che appaiono insoliti alla sua sensibilità di cittadino. Sono proprio gli elementi della quotidianità che nella poesia di Rejn suscitano emozione e quella commozione potente che è in grado di portare a comporre, a mettere a nudo i propri sentimenti e ad affidarli alla carta. Non a caso la sua poesia, come anche quella degli altri “orfani” subì il fascino dell’acmeismo, anche grazie alle fitte e frequenti conversazioni con la grande poetessa; non a caso la poesia di Rejn e Brodskij è nota anche come postacmeismo. Nel manifesto dell’acmeismo Utro akmeizma [Il mattino dell’acmeismo, 1912] O. Mandel'štam scriveva, in maniera forse un po’ provocatoria: “A = A: che meraviglioso tema poetico” (O. Mandel’štam, “Utro akmeizma”, Idem, Sočinenija v dvuch tomach, Moskva 1990, II, p. 144); l’anno successivo gli fece eco S. Gorodeckij con una staffilata all’indirizzo della poesia di stampo simbolista di poco precedente: “per gli acmeisti la rosa è diventata degna in quanto tale, per i suoi petali, per il suo profumo e il suo colore e non per la sua somiglianza con l’amore mistico o altro ancora” (S. Gorodeckij, “Nekotorye tečenija v sovremennoj russkoj poezii” [Alcune tendenze nella poesia russa contemporanea], Apollon, 1913, 1, p. 48). Questi assunti a distanza di mezzo secolo risultarono attuali anche per i giovani leningradesi che avevano avuto la fortuna di frequentare A. Achmatova. Il ritorno a tropi modernisti era una caratteristica di molte correnti letterarie della seconda metà del secolo scorso, ma soltanto per Brodskij, Rejn e gli altri l’eredità acmeista fu così determinante.
Da questo discende la tendenza della poesia di Rejn alla “cosità” o “oggettismo” (veščizm) (entrambe le traduzioni, che si trovano nel libro, sono proposte da A. Niero, la prima nella traduzione della prefazione di Brodskij, a p. 15, la seconda nella postfazione “Sulla poesia di Evgenij Rejn”, a p. 348); fu proprio lui a consigliare al giovane Brodskij di comporre liriche concrete, ricche di sostantivi, una poesia “scritta in modo tale che, se ci posi una tovaglia magica in grado di togliere aggettivi e verbi e poi la sollevi, la carta deve rimanere comunque nera, vi devono restare i sostantivi: tavolo, sedia, cane, carne, carta da parati, sofà…” (p. 346). Questa tendenza all’oggetto, a descrivere gli avvenimenti attraverso le manifestazioni concrete e tangibili del quotidiano che muovono impressioni e ricordi diventa distintivo di quella poesia, tipica di una parte della cultura leningradese della seconda metà del XX secolo, alla quale Rejn appartiene senz’altro. Questa peculiarità, mi pare, descrive una delle tendenze più evidenti della poesia della Palmira del Nord del tempo, di cui gli “orfani della Achmatova” furono probabilmente i rappresentanti più celebri.
I versi di Rejn sono rappresentativi di un’epoca, di una parte della poesia della “capitale del nord”, ma anche e soprattutto del modo di sentire che le era proprio. Le riflessioni, costanti e sempre diverse attorno a Leningrado-Pietroburgo, ai suoi abitanti e ai colleghi-poeti in Rejn si affiancano spesso a note di viaggio, a versi e suggestioni suscitate dai viaggi a New York, nei Balcani, a Roma e Milano, ma soprattutto a Venezia, nella Venezia di Brodskij che per l’autore di “Balcone” e altre poesie assume connotati simili a quelli che informano molte liriche del premio Nobel. L’urbanesimo presente nelle prime liriche si amplia, acquista un respiro più ampio, si fa espressione del mondo urbano nel suo complesso.
Un discorso a parte merita l’ottima traduzione di queste liriche; ho avuto occasione di recensire un’antologia di poesia russa curata e tradotta da A. Niero, e di rilevare la sua grande perizia traduttoria (si veda la recensione a Otto poeti russi, In forma di parole, 2005/2, eSamizdat, 2006, pp. 69-72). Mi pare però che in questa raccolta la sensibilità poetica della traduzione sia addirittura superiore a quella notata altrove. Niero traduce spesso mantenendo una forma metrica e uno schema rimico che richiama le peculiarità del verso rejniano, adottando approcci differenti a seconda delle liriche che volge in italiano, ma conservando sempre una fedeltà di senso all’originale che esula dal semplice rispetto della morfologia e della semantica delle parole (che comunque, in un contesto di traduzione poetica, è estremamente facile violare); il traduttore restituisce un tessuto ritmico incredibilmente ricco, che spesso fa dimenticare al lettore di avere a che fare con una traduzione. Questa cosa mi pare sia indice di una confidenza ben rara, tanto con la lingua di arrivo quanto soprattutto con la lingua di partenza.
La specificità di queste traduzioni mi pare risolvano, almeno in parte, la diatriba sulla necessità di restituire in italiano la metrica e la rima, da molti sentite come arcaiche e inadatte alla poesia contemporanea, e per lo più da un punto di vista eminentemente pratico. Personalmente non mi trovo d’accordo con simili conclusioni, ma in questa sede voglio soltanto rilevare come Niero sia riuscito in quasi tutte le liriche tradotte in questa maniera a mantenere la vivacità del tessuto ritmico, i richiami sonori e le assonanze presenti nell’originale, sacrificando spesso la rima perfetta o la regolarità metrica in nome di una versione italiana priva di quell’artificiosità che spesso affligge le traduzioni poetiche.
Alla rima perfetta di Rejn il traduttore sostituisce spesso la corrispondenza di suoni vocalici, arricchita da rimandi di consonanti, tramite quelle “unità minime di assonanza”, quelle “soluzione di tipo anagrammatico o paranomastico” di cui lui stesso parla nella Nota del traduttore (p. 29). Nonostante la differenza tra la versione italiana e quella russa, il testo di cui il lettore fruisce ha una freschezza e una naturalezza assolutamente notevoli.
Personalmente non mi turba affatto l’aspetto più “sperimentale” della traduzione, anche perché perfettamente rispondente allo spirito della poesia del tempo, sebbene la lirica di Rejn sia più “tradizionalista” rispetto a quella di autori coevi, come, per esempio, V. Krivulin, E. Švarc o di poeti di poco precedenti, come L. Aronzon. La traduzione si pone quindi in un contesto più ampio del volume che viene offerto al pubblico, rispecchiando in qualche modo lo stile scrittorio dell’epoca, cui Rejn non poteva non fare riferimento. La traduzione riflette però prima di tutto il verso rejniano, esplicitato quindi, restituito in una forma che racconta molto più di ciò che parrebbe esprimere a prima vista. In questa prospettiva va notata l’introduzione del tridecasillabo, raro per la tradizione italiana, ma estremamente d’effetto, e ideale per la traduzione in una lingua “lunga” come l’italiano di una lingua naturalmente più sintetica come il russo.
Mi pare quindi che “Balcone” e altre poesie possa ragionevolmente essere visto come un doppio traguardo: da un lato è il primo libro che presenta una scelta esaustiva della lirica di Rejn, e che quindi contribuisce ad arricchire la percezione in lingua italiana di quel fenomeno incredibilmente sfaccettato e multiforme che fu la poesia non allineata sovietica della seconda metà del secolo scorso. D’altronde questo volume può anche essere studiato come proposta traduttoria inedita, interessante e scevra di sviluppi anche per tutti coloro che si vogliano cimentare con la traduzione poetica, con la sfida di “dire la stessa cosa”, spostando il “quasi” di U. Eco al modo in cui lo si dice.
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Rivista di culture dei paesi slavi
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