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S. Samsonov, Un fuoriclasse vero. Distopia calcistica, traduzione di E. Buvina, Isbn Edizioni, Milano 2009 (Massimo Maurizio), pp. 295-296
Un fuoriclasse vero, in russo Nogi [piedi, ma anche gambe], è il romanzo d’esordio di Sergej Samsonov (1980) e ha come sottotitolo Distopia calcistica; nell’ambito della letteratura russa la prima parola richiama una serie di associazioni, che vanno da Bulgakov e Zamjatin, per passare a Ven. Erofeev e infine giungere a opere dell’ultimo decennio. Sebbene l’aggettivo paia creare qualche esitazione in più, Samsonov riesce a scrivere una vera distopia calcistica; questo romanzo descrive in un certo senso il fallimento dell’utopia contemporanea, della fede nel fatto che il binomio soldi e successo permettano di relegare i problemi e gli interrogativi alla periferia della coscienza.
Qualche critico ha cercato di accostare Samsonov al Nabokov della Difesa di Lužin e non è escluso che il giovane scrittore strizzi l’occhio al collega russo-americano, ma le somiglianze si esauriscono all’aspetto più superficiale e squisitamente contenutistico di Un fuoriclasse vero, a qualche strizzatina d’occhio nella trama. Questo è in realtà un romanzo fantastico, in cui entrano in scena personaggi reali e ben noti a tutti coloro che hanno ascoltato almeno qualche volta le rubriche sportive dei telegiornali: Ronaldinho, Cruijff, Thuram, Cannavaro e altri. Nella sua recensione per il settimanale Afiša L. Danilkin descrive il romanzo come “decisamente fantastico, quanto meno per il fatto che il protagonista è un geniale calciatore russo, cosa che di per sé, se non inimmaginabile, è, in un certo senso, una contraddizione in termini” ().
I capitoli sono una serie di flashback disordinati che abbracciano il periodo 1993-2009 e costituiscono un vorticoso girovagare della memoria tra la corruzione e il capitalismo selvaggio della Russia dei primi anni Novanta e il mondo del calcio di oggi. Se il lettore si aspetta una descrizione storicistica resterà però deluso; le vicende, almeno nella prima parte, sono infatti presentate con lo sguardo infantile e incantato del protagonista, un ragazzo sognatore e incolto la cui unica ragione di vita è il calcio. Di fatto la sequenza dei capitoli ha lo scopo di giustapporre due mondi differenti e apparentemente inconciliabili, quello della Mosca che tenta di rialzarsi dopo il crollo dell’Urss e il mondo calcistico occidentale, fatto di lustrini dorati e delle labbra di silicone delle modelle che immancabilmente attorniano i giocatori dagli ingaggi milionari.
Il protagonista, Semen Šuvalov, è cresciuto nella provincia moscovita, maturato nella scuola di calcio del Cska e infine rocambolescamente emigrato in Spagna, dove incomincia la sua carriera di idolo delle folle nel Barcellona, al fianco di Ronaldinho. Samsonov riesce con particolare maestria e in maniera squisitamente filmica a descrivere le scene di gioco, le stupefacenti finte del protagonista, le partite con la Juventus, con il Tottenham o con il Real Madrid; il lettore viene letteralmente trasportato sul campo da gioco come se stesse effettivamente assistendo ai dribbling e godesse dei gol al fianco dei protagonisti. Il mondo del calcio, i club e i giocatori dai nomi ben noti da un lato e la storia di Šuvalov, come la figura stessa di Šuvalov dall’altro, creano un piacevole stridio come nei film in cui attori in carne e ossa interagiscono con disegni animati. Le scene in cui la narrazione esce dall’ambito prettamente calcistico sembrano invece cedere un po’, perdono di fulgore, ma il romanzo è sicuramente ben scritto e ben strutturato.
Il tema del calcio, attorno al quale ruota la prima metà di Un fuoriclasse vero, lascia il posto, nella seconda parte, a una sorta di giallo psicologico, che prende le mosse dalla convinzione di Šuvalov che il mondo del calcio in toto è vittima di una congiura degli sponsor, nelle cui mani i giocatori non sarebbero che marionette. I congiurati ordirebbero per far apparire il gioco dei campioni migliore di quanto non sia in realtà, corrompendo gli avversari affinché non facciano sfigurare i beniamini del pubblico, meri oggetti dello show business in grado di far vendere quantità enormi di prodotti e gadget legati ai propri nomi. Semen rinuncerà al lusso e al suo sogno di bambino di giocare nel Barcellona in nome della sua verità personale e della ricerca dell’autenticità del calcio giocato. Soltanto dopo una conversazione con il suo idolo Cruijff, Šuvalov ritornerà in campo, un ritorno che ha però il sapore amaro dell’accettazione del compromesso, del fatto che il calcio ha ormai definitivamente perso la magia di un tempo, quella che Semen avvertiva nei polverosi campetti di Sretensk, sua città natale. E la morte prematura del protagonista dopo l’ennesimo gol capolavoro ha il sapore di una sconfitta, dell’unica sconfitta della sua carriera, o forse è semplicemente una conseguenza inevitabile della fine dell’utopia, del sogno di un bambino della desolata provincia moscovita che voleva giocare per assaporare in pieno la libertà di essere se stesso e di fare magie con un pallone che avrebbe obbedito a lui soltanto.
eSamizdat
Rivista di culture dei paesi slavi
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