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H. Klimko-Dobrzaniecki, La casa di Rosa, traduzione di M. Borejczuk, Keller Editore, Rovereto 2007 (Leonardo Masi), pp. 324-325
Prima di tutto si deve decidere da che parte iniziare a leggere questo libro, che ha due prime e nessuna quarta di copertina. Ma in questo caso il gioco non è complicato come in un libro di Cortàzar: da un lato si ha il racconto La casa di Rosa; si capovolge il libro e inizia il racconto Krýsuvík. Due racconti diversi per stile e ambientazione, ma legati dal personaggio di Rosa, che compare alla fine di entrambi.
Krýsuvík è il monologo di un giovane islandese rimasto orfano che trova una ragazza e con lei costruisce una famiglia nel villaggio dal quale il racconto prende il titolo. I due si amano, vivono del commercio di pesce essiccato, costruiscono una serra per coltivare fiori. La loro prima figlia, Rosa, nasce cieca; la seconda, Karitas, è sana, ma la tragedia per lei arriva improvvisa. Il racconto La casa di Rosa si svolge a Reykjavík ai giorni nostri. Hubert, il narratore, è un polacco emigrato in Islanda. Ha moglie e un bambino e lavora come infermiere in un modernissimo ospizio. Indebitatosi con la pubblicazione di una raccolta di poesie presso un editore che poi ha fatto bancarotta, Hubert si barcamena tra le varie mansioni che gli vengono affidate e cerca di avanzare verso i piani alti dell’ospizio, dove stanno gli anziani più ricchi e le condizioni di lavoro sono migliori. Qui conosce Rosa, una non vedente con la quale instaura un rapporto particolare.
Anche se frequenti sono i rimandi intertestuali fra le due parti del romanzo, Klimko-Dobrzaniecki non si concentra sul costruire un cerebrale gioco di incastri, bensì sul raccontare due storie semplici che ora commuovono, ora divertono, senza ricorrere a sentimentalismi. Ne esce un ottimo libro, che ha rivelato a pubblico e critica in Polonia il talento di questo autore, tra i candidati al Premio Nike 2007.
Si può leggere nella Casa di Rosa una critica sociale nei confronti della ricca società islandese che toglie ai propri vecchi ogni dignità, ma il romanzo è più in generale una riflessione sulla sofferenza e sulla gioia, sentimenti costanti dai quali l’uomo non può fuggire, come dice la vecchia Rosa. I protagonisti di Krýsuvík assumono connotati eroici nella sofferenza; i vecchi dell’ospizio di Reykiavík sono invece privati della sofferenza e quindi ridotti a fantocci. Così il narratore di Krýsuvík:

sarà che senza la fatica e il dolore non si ottiene nulla nella vita; anche mia mamma aveva sofferto nel partorirmi, e sicuramente anche sua madre aveva sofferto molto, e poi aveva sofferto mio padre quando mia madre era morta, e alla fine avevo sofferto pure io quando era morto lui, è così che vanno le cose, non c’è gioia se non si soffre.

E Hubert, ricordando le Vigilie di Natale tascorse in Polonia con la madre divorziata conclude così La casa di Rosa:

solo noi due davanti a una carpa mezza cruda, e di nuovo le sue lacrime, e la sua tristezza, e la sua solita insoddisfazione per il regalo che le avevo fatto [...] e io ero la spugna migliore per le sue lacrime. E quando mi ero imbevuto fino al limite del possibile, e non ce la facevo più ad assorbire i problemi, i rimpianti e le angosce altrui, allora ero fuggito.

Come il protagonista della Casa di Rosa, Klimko-Dobrzaniecki è nato e vissuto in Slesia e ha studiato teologia, filosofia e filologia islandese, prima di trasferirsi a Reykjavík, dove ha pubblicato due raccolte di poesie. In Polonia il suo debutto, la raccolta di racconti Stacja Bielawa Zachodnia [Stazione Bielawa Ovest], non ha avuto particolare risonanza. La casa di Rosa ha però aperto la strada al successo di un'altra ottima storia islandese di questo autore, (che nel frattempo si è trasferito a Vienna): Kołysanka dla wisielca [Ninna-nanna per un impiccato]. L’Italia è il primo paese nel quale è apparsa la traduzione della Casa di Rosa: un plauso all’editore e alla traduttrice, che ci fornisce un testo scorrevole. A proposito della traduzione, una curiosità filologica: il neologismo ‘sposatoio’, col quale il narratore di Krýsuvík indica il membro virile, nell’originale è żenidło.
eSamizdat
Rivista di culture dei paesi slavi
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