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M. Elia, VChUTEMAS. Design e avanguardie nella Russia dei Soviet, Lupetti, Milano 2008 (Antonio Maccioni), pp. 376-377
Aperti a Mosca dal 1920 al 1926 come scuola d’arte (e fino al 1930 con denominazione e prospettive differenti), vicini al Bauhaus nel tentativo di porre in relazione la creazione artistica al mondo della produzione industriale, i laboratori del VChUTEMAS divennero fucina di artisti nuovi, che si muovevano per la pittura, la scultura, l’architettura, che si formavano nei diversi settori industriali, dall’arte grafica al design, al tessuto, fino alla ceramica, alla lavorazione del legno e del metallo. Fu il decreto del Consiglio dei commissari del popolo, risalente al 19 dicembre del 1920 e firmato da Lenin, come ricordato nel 1996 da L. Komarova, che istituì ufficialmente gli atelier: secondo il documento, l’obbiettivo formativo non era semplicemente artistico, quanto piuttosto artistico-industriale. Rispetto agli SGChM vennero infatti ridotti i laboratori di pittura a discapito dell’area figurativa e a favore di quella produttiva.
L’istituto venne guidato da tre differenti rettori che si susseguirono nel tempo, S. Ravdel' (1920-1923), V. Favorskij (1923-1926), P. Novickij (1926-1930), che ovviamente influirono sull’orientamento generale e sulla definizione degli obbiettivi. Ravdel' tentò fin dal principio di servire al rapporto in senso programmatico tra facoltà produttive e facoltà non produttive; con l’approssimarsi del rettorato di Favorskij, anche alla luce della mancata svolta richiesta in modo ben più incisivo dalle volontà fondative dell’istituto, i rapporti tra i due schieramenti divennero in modo imprevisto sempre più tesi. Durante gli anni Dieci, e quindi in particolare all’inizio degli anni Venti, si assisteva comunque a una tappa preparatoria nella formazione di un nuovo stile e di una nuova tendenza, che passava prima di tutto per la distruzione degli stereotipi tradizionali a opera delle correnti artistiche di sinistra, che già spianarono la strada a quelle prolusioni fondative che portarono alla nascita del VChUTEMAS in quegli anni.
In un clima di grandi trasformazioni “una nuova generazione di artisti si fece avanti”, e “i sostenitori del ‘nuovo per tutti’ iniziarono a identificarsi con le masse dei lavoratori e ad affiancarsi a esse”. Lo fecero “invocando, mediante opuscoli, manifesti, cataloghi, programmi e conferenze, la necessità di integrare l’arte nella vita quotidiana”. Per questo “i loro appelli si mostrarono tanto appassionati, veementi e radicali da influenzare il disegno e il ri-disegno di oggetti comuni e, soprattutto, da sviluppare una nuova concezione della comunicazione di massa e nuove idee di sviluppo delle città”. Bandendo ogni forma di naturalismo e di realismo, rifiutando ogni forma di imitazione della natura, si richiedeva “un cambiamento nella percezione e nella comprensione dell’arte stessa. Un compito difficile, che ebbe le sue premesse fondamentali nei primi anni del XX secolo con le avanguardie artistiche russe” (pp. 9-10).
Avvenne così che “le aule aprirono le porte alle realtà artistiche circostanti, l’accademismo venne accantonato e gli insegnanti ebbero l’opportunità di impostare un nuovo modello di didattica basandosi sull’esperienza personale” (p. 21). Eppure, “la chiusura nei confronti della tradizione e dell’accademismo, se da un lato favorì lo sviluppo della ricerca creativa, dall’altro produsse la distruzione di un sistema didattico ripetutamente collaudato del quale si avvertì la mancanza” (p. 23).
Venne stabilito che la formazione avrebbe dovuto abbracciare la molteplicità settoriale delle conoscenze disponibili, dalla tecnica all’arte, fondendo l’istruzione artistica con l’attività materiale, superando in qualche modo il divario tra arte e vita, tra artista e lavoratore, interagendo con problematiche ben più ampie e più complesse di quanto potrebbe apparire nel volume curato da Marco Elia. In questo modo “i singoli generi artistici iniziarono a essere concepiti come elementi di un complesso unitario, nel quale tutte le discipline si sarebbero potute arricchire e integrare l’una con l’altra contribuendo, ognuna con i propri strumenti, a risolvere i compiti della progettazione e della produzione” (p. 26).
Quando nel 1923 la direzione dei VChUTEMAS passò nelle mani di V. Favorskij (pedagogo, artista, teorico dell’arte), si giocò lo scacco alle facoltà produttive. Il nuovo rettore finì con l’esonerare dall’insegnamento molti fautori delle discipline propedeutiche (come Rodčenko, Ladovskij e Papova, sostenitrice delle teorie del Costruttivismo). Una volta “eliminati i creatori delle materie propedeutiche”, le unità didattiche di Grafica, Superficie e colore e Volume lasciarono il posto al Disegno, a Pittura e Studio del colore, Rilievo e Scultura figurativa. Si trasformarono in “semplici prove che precedevano il passaggio al rilievo e alla scultura figurativa ‘a tutto tondo’” (pp. 57-58). Con la fine del rettorato di Favorskij i laboratori furono pronti per iniziare un graduale percorso incontro alla fine.
Marco Elia, autore di un volume ai VChUTEMAS dedicato (e poi nutrito attraverso schede e repertori iconografici), è architetto, dottore di ricerca e docente di Disegno industriale e Progetto del mobile presso l’Istituto superiore di design di Napoli. Nel tentativo di stabilire e rivalutare il rapporto tra design e avanguardie negli anni direttamente successivi alla Rivoluzione di Ottobre, ha il merito di aver rinvangato su un argomento vagamente sviscerato e poco riproposto dall’editoria italiana. Ai fondamentali risultati di un lavoro più ampio e diffuso (L. Komarova, Il VChUTEMAS e il suo tempo. Testimonianze e progetti della scuola costruttivista a Mosca, a cura di A. Latour, traduzione di R. Chiummo, Roma 1996) si aggiunge ora il breve percorso che è possibile intravedere in VChUTEMAS. Design e avanguardie nella Russia dei Soviet. Si tratta di uno studio che, per ragioni puramente “settoriali”, come è chiaro, tende a lasciar cadere numerosi presupposti, autori e aspetti controversi, legati alle più disparate discipline. Molto altro si potrebbe riscoprire e, forse, un giorno, lo si farà.
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Rivista di culture dei paesi slavi
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