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P.A. Florenskij, Iconostasi. Saggio sull’icona, a cura di G. Giuliano, Medusa, Milano 2008 (Antonio Maccioni), pp. 375-376
Giuseppina Giuliano, per la collana Hermes di Medusa diretta da Pier Angelo Carozzi, propone ai lettori italiani di Pavel A. Florenskij una nuova versione del saggio Ikonostas, basandosi sul manoscritto degli anni 1921-1922. La nuova traduzione, critica nei confronti del lavoro, comunque meritevole, compiuto da Pietro Modesto nel 1977 per Adelphi, presenta alcune novità che tentano di superare la polivalenza e l’ambiguità talvolta notevole del linguaggio dell’autore in questione. Nella sua introduzione, la stessa curatrice ricorda l’emblematico caso del termine lik, tradotto da Modesto come “sguardo” e adesso reso con “sembiante”. Lo sguardo (di Modesto), il sembiante (di Giuliano), è la manifestazione dell’ontologia nel volto: ed è ciò che trasfigurando il volto, rappresenta l’idea. Così i due mondi (il visibile e l’invisibile) sono secondo Pavel Florenskij in contatto: nasce per questo il problema del loro confine, e la vita nel visibile che si alterna alla vita nell’invisibile, nel sogno, primo passo, diviene contemplabile in un atomo di tempo che renda in breve la trasparenza del congiungimento. Ciò che vale per il sogno potrebbe essere ripetuto nel caso di ogni trapasso da sfera a sfera, secondo il filosofo: nella creazione artistica l’anima è sollevata dal mondo terreno ed entra nel mondo celeste, nutrendosi di immagini, toccando gli eterni noumeni delle cose e tornando dunque al mondo terreno. È in questo senso che, per Pavel Florenskij, l’opera d’arte è “sogno sostenuto”, e l’iconostasi è “stampella della spiritualità”. La pittura di icone è la “metafisica dell’esistenza, non una metafisica astratta ma concreta”. Come “la pittura a olio è la più adatta a trasmettere la realtà sensibile del mondo e l’incisione il suo schema razionale, la pittura di icone esiste come fenomeno concreto dell’essenza metafisica da essa raffigurata”. Perciò “nella pittura di icone non si riflette nulla di casuale, non solo empiricamente casuale ma anche metafisicamente, se tale espressione, esatta e necessaria nella sostanza, non urta troppo l’orecchio” (p. 95).
Il mirabile confronto tra iconografia orientale e occidentale, aperto da Florenskij nel saggio composto ai tempi del lavoro per la conservazione dei beni culturali del monastero di San Sergio, è ormai da tempo un classico e un passaggio imprescindibile per chi voglia avvicinarsi alla comprensione dell’icona russa in particolare, e della più grande estetica orientale in senso lato. L’Analiz, mirabile trattato del filosofo, nuovo fondamento e punto di congiunzione di un pensiero tutto intero, ai tempi di Zolla introvabile nella sua forma incompiuta, era uno dei saggi che il comparatista avrebbe voluto con tutte le sue forze rintracciare, mentre introduceva la prima versione italiana di Ikonostas, nel 1977. Perché “mi lasciò impacciato, trasognato l’incontro con l’arciprete Pavel Florenskij; in lui […] le stesse idee erano apparse, riunendosi, svolgendosi in steli e foglie di pensieri, come in me oggigiorno”, raccontava già nel 1977. “Va da sé, su di lui aveva sfolgorato ciò che su di me barlumava, dentro di lui s’era incastonato ciò che in me aveva lasciato una tenuissima impronta, ma tanto più l’essenziale identità mi sbalordiva, ritornandomi costante nel cuore” (E. Zolla, Prefazione, P. Florenskij, Le porte regali, Milano 1977, p. 11).
Ikonostas, frutto delle lezioni tenute all’Accademia moscovita sulla filosofia del culto, sintesi parziale dei molteplici rapporti intessuti da Florenskij con l’ambiente simbolista e non solo, è ormai considerabile e considerato un classico del pensiero orientale, punto di congiunzione con una filosofia occidentale vicina e distante, in un certo senso mutila, ma poi qui perfettamente rielaborata.
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Rivista di culture dei paesi slavi
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