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T. Kataeva, Anti-Achmatova, Euro-Info, Moskva 2007 (Tat'jana Korneeva), pp. 353-355
Nell’estate del 2007, la casa editrice Euro-Info ha pubblicato questo libro, immediatamente diventato non soltanto un best seller, ma l’edizione più “scandalosa” dell’anno. L’opera resta ancora in testa alle classifiche di vendita dopo più di un anno dalla pubblicazione, un evento alquanto inconsueto per una monografia letteraria. Anti-Achmatova di Tamara Kataeva è uno studio paradossale e polemico sul primo nome femminile di grande rilievo nella storia della letteratura russa: poetessa e profetessa, erede di Puškin, la Dante del suo tempo, incarnazione del destino della Russia nel ventesimo secolo, “Anna di tutte le Russie”.
Anti-Achmatova si articola in una raccolta di testimonianze sull’Achmatova alla maniera del Puškin nella vita di Vikentij Veresaev, con la differenza che in questo caso gli estratti della letteratura memorialistica sono corredati da copiosi commenti dell’autrice. Il volume, in tutti i suoi ottanta capitoli e 765 pagine scritte dalla Kataeva, vuole mostrare al lettore come nacque e si sviluppò il mito dell’Achmatova, mito che, secondo l’autrice, non fu altro che la campagna promozionale di maggior successo del ventesimo secolo.
Obiettivo principale dell’argomentazione della Kataeva è provare che l’Achmatova dedicò tutta la sua vita alla consapevole e deliberata costruzione della propria biografia e del proprio culto e che, grazie a quest’artificio, riuscì a occupare una posizione di assoluta preminenza nella letteratura russa del XX secolo. In parte Tamara Kataeva è riuscita nel suo intento, nella misura in cui le citazioni, raccolte da fonti note e pubblicate da tempo (la maggior parte delle citazioni di Anti-Achmatova proviene dalle memorie di Lidija Čukovskaja, Michail Ardov, Anatolij Najman, Faina Ranevskaja, Nadežda Mandel'štam ed Emma Gerštejn), dimostrano in alcuni casi come l’immagine dell’Achmatova che Kataeva vuole mostrarci abbia in effetti poco a che vedere con quella comunemente accettata dalla critica e dalla cultura contemporanee: martire e vittima, sopravissuta alle repressioni di Stalin e al decreto di Ždanov, aristocratica ed erede della cultura del secolo d’argento, patriota che rifiutò l’emigrazione e scrisse “sono stata con il mio popolo”.
Tuttavia, la costruzione di una propria immagine pubblica da parte dell’Achmatova è stata già oggetto di uno studio di stampo post-strutturalista di Aleksandr Žolkovskij (Anna Achmatova: cinquant’anni dopo, 1996, articolo che Kataeva sostiene di aver letto soltanto dopo la pubblicazione del suo anti-libro), che ha inteso documentare come l’immagine dell’Achmatova rappresenti l’altra faccia della medaglia del totalitarismo staliniano. Secondo lo studioso russo, da tempo trapiantato negli Stati uniti, Achmatova condivideva con il regime le basi culturali, psicologiche e sociali della tecnologia del potere. Il saggio di Žolkovskij conferma che l’Achmatova controllava meticolosamente tutte le pubblicazioni che la riguardavano, bandiva dalla sua cerchia chiunque manifestasse il sia pur minimo disaccordo con i suoi giudizi, bollava con termini dispregiativi gli studiosi intenti a studiare le sue opere e prescriveva il modo con cui i posteri avrebbero dovuto onorarla. Questo suo comportamento rassomiglia alle strategie del potere sovietico e suggerisce un parallelo con il culto della personalità di Stalin. Le radici di ciò sono da individuarsi, secondo Žolkovskij, nella cosiddetta “sindrome di Stoccolma”, condizione psicologica in cui la vittima tende ad assumere il sistema di valori del suo oppressore. In questa interpretazione il sistema totalitario crea, anche nel comportamento dell’oppositore al regime, una forma latente di totalitarismo.
Mentre Žolkovskij incentra l’analisi del culto della personalità dell’Achmatova e la sua smitizzazione sull’analisi semiotica del comportamento quotidiano come categoria storico-psicologica di Jurij Lotman, i rimproveri della Kataeva riguardano esclusivamente la morale della protagonista del suo libro. L’autrice accusa la poetessa di essere stata una cattiva madre e moglie. In ogni pagina del suo anti-libro, Kataeva definisce l’Achmatova ignorante e bugiarda, “una stracciona sporca e squilibrata”, l’accusa del tradimento del figlio e degli amici e ammette che, fosse stato per lei, le avrebbe vietato di scrivere poesie. Contrapponendola agli altri poeti della sua generazione (in particolare a Pasternak, Mandel'štam, Cvetaeva) Kataeva rileva come questi ultimi, pur avendo sofferto più dell’Achmatova, non tendevano costantemente a porre l’accento sulle sofferenze subite per far crescere l’ammirazione nei propri confronti. Inoltre, l’autrice afferma che Anna Achmatova “si è collocata da sola nel novero dei grandi poeti (“Noi quattro”, il verso dell’Achmatova riferito a Mandel'štam, Cvetaeva, Pasternak e a sé stessa, è più volte ripetuto dalla Kataeva), ma nessuno dei suoi grandi contemporanei la considerava tale”.
Kataeva rinfaccia principalmente ad Achmatova le aspirazioni e i tratti caratteriali: la brama di ottenere gloria mondiale, l’ambizione di vedersi assegnato il premio Nobel, la pigrizia, l’egoismo, il rancore, il disprezzo verso le persone, la cattiva conoscenza delle lingue straniere dalle quali traduceva.
Riportiamo soltanto un piccolo frammento dei commenti indignati dell’autrice di Anti-Achmatova, messi in grassetto, forse, per rimarcare la sua indignazione nei confronti della poetessa, o forse per indicare – se ciò fosse stato possibile – la giusta strada da percorrere all’Achmatova:

Tutti esaltavano l’atto eroico dell’Achmatova. Ma dov’è questo eroismo? Viva e vegeta, non è mai stata imprigionata. Perdeva soltanto i mariti, ex o altrui. Non ha combattuto, non è restata a Leningrado durante l’assedio. Non ha recitato davanti ai soldati dell’armata rossa. Eludeva i doveri, si arrabbiava, [il tempo di guerra l’]ha passato ubriaca nel letto con un’amica. Ostentava i cappelli che le erano stati regalati. Per un certo tempo non l’hanno pubblicata, è vero; ma era lei che non scriveva. Non scriveva perché pensava che non sarebbe stata pubblicata e non provava l’imperativo spirituale di scrivere. Tutto questo, anche se con una forzatura, si può forse chiamare eroismo. Al contrario, altri sarebbero stati pubblicati, ma ugualmente non scrissero. La questione non è poi così univoca, sebbene non assomigli troppo all’autentico eroismo. Non ha firmato lettere di protesta e neppure ha taciuto dimostrativamente. Ha scritto lodi sperticate a Stalin, questo è certo. Anche ciò le viene talvolta attribuito come un atto eroico. […] Il suo unico figlio è stato incarcerato per un totale di 14 anni e se questa è un’impresa eroica, l’eroismo dell’Achmatova somiglia a quello di un personaggio misto di Pavlik [Morozov e Aleksandr] Matrosov, che avrebbe ostruito la feritoia delle fortificazioni con il corpo del proprio padre. Non sappiamo quali possano essere i sentimenti filiali di questo ibrido; ma nell’Achmatova di sicuro qualcosa non andava nel suo amore verso il figlio.
Come si vede dalla citazione, la Kataeva innalza le debolezze umane dell’Achmatova all’archetipo universale dei sette vizi capitali. Oltre alle testimonianze sull’Achmatova, nel testo sono inseriti brani di lettere di Čechov e di Pasternak, evidentemente per puntellare le ragioni della pessima opinione che ha l’autrice nei riguardi della poetessa. La cosa che accomuna queste fonti è l’evidente circostanza che esse non hanno nulla a che fare con Anna Achmatova: Čechov funge da modello di bontà, mentre le lettere di Pasternak alla moglie illustrano, secondo il pensiero della Kataeva, come i mariti amino le mogli buone, mentre Achmatova era pigra e una cattiva madre, motivi per i quali gli uomini non l’amavano.
Nel libro sono presenti molteplici assurdità di questo tipo oltre a numerosi altri errori (che, per motivi di spazio, non è possibile qua passare in rassegna), le citazioni riportate in Anti-Achmatova sono estrapolate dal loro contesto e la Kataeva non le ha controllate, cercando invece di volgerle a sostegno della propria ipotesi. Inoltre, la struttura del libro è assai fragile e soffre altresì dalla reiterata ripetizione delle stesse citazioni.
Nonostante l’ampio materiale raccolto, non si può definire Anti-Achmatova uno studio scientifico, giacché i commenti della Kataeva, pur essendo talvolta arguti e fondati, non sono mai obiettivi: sono deliberatamente escluse dal libro le citazioni caratterizzanti l’Achmatova in maniera positiva e l’autrice interpreta anche testimonianze intrinsecamente neutrali come negative nei confronti dell’Achmatova, fino a farsi prendere più che da un feroce disprezzo, da un autentico odio verso l’oggetto del suo studio. Anti-Achmatova è quindi l’espressione di un odio e di un’isteria che non hanno nulla a che fare con la riflessione scientifica (nell’intervista concessa alla trasmissione Shock culturale della radio Eco di Mosca, l’autrice ha dichiarato, infatti, di essere laureata in difettologia – si occupa cioè di disturbi del linguaggio – e di essere priva di competenze specifiche in campo letterario) o con la ricerca della verità sulla poetessa.
L'errore più grave della Kataeva è che, nonostante l’ampia bibliografia, da cui si evince che l’autrice ha letto abbastanza sulla protagonista della sua opera, ella tralascia un momento molto importante. Si tratta di uno di quei casi in cui biografia e opera non sono concepibili l’una senza l’altra: l’Achmatova, in qualità di erede dei simbolisti, tendeva a far coincidere la propria vita e le proprie opere, nonché di utilizzare queste ultime a scopi autopromozionali (aspetto recentemente esplorato in Creating Life: The Aesthetic Utopia of Russian Modernism, a cura di Irina Paperno e Joan Grossman, Stanford 1994, oltre agli studi – in russo – di demistificazione di Puškin di Andrej Sinjavskij-Terc Passeggiate con Puškin, Londra 1975 e ai lavori di Boris Groys sul discorso “totalitario” nel suo Lo stalinismo ovvero l’opera d’arte totale, Torino 1988). Tentando di smascherare il mito dell'Achmatova, Kataeva si perde lungo gli ottanta capitoli, concentrandosi su materiali che non hanno relazione alcuna né con la vita, né con le opere della poetessa, come per esempio il capitolo sulla menopausa dell’Achmatova.
In definitiva, l’esperimento di critica letteraria “casereccia” tentato dalla Kataeva nel suo anti-libro, dimostra come l’Achmatova e gli altri scrittori del suo secolo non abbiano bisogno di avvocati difensori della loro morale, ma di uno studio libero da preconcetti ideologici e di critica letteraria. Si spera che Anti-Achmatova possa servire da stimolo ad altri critici letterari per svolgere un lavoro di questo tipo.
eSamizdat
Rivista di culture dei paesi slavi
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