Archivio rivista
Le Sezioni
Le Info
Compagni di Strada
P. Sanaev, Pochoronite menja za plintusom, Ast, Moskva 2008 (Tat'jana Korneeva), pp. 320-322
Il bestseller Pochoronite menja za plintusom [Seppellitemi dietro il battiscopa], opera prima di Pavel Sanaev, che ha provocato non poche reazioni nello spazio culturale russo, è stato pubblicato per la prima volta nel 1996 sulla rivista Oktjabr', e già nel 1997 è stato selezionato per il Booker Prize.
Nel 2003 il romanzo compare per la prima volta in un’edizione indipendente, diventando immediatamente libro di culto. Ancora oggi, dopo quindici ristampe, il romanzo continua ad occupare uno dei primi posti nelle classifiche di vendita. I critici affermano che diventerà presto un classico contemporaneo e lo paragonano al capolavoro della letteratura russa sull’infanzia Nočevala tučka zolotaja [Dormiva una nuvoletta d’oro] di Anatolij Pristavkin.
Il libro di Sanaev risulta accattivante perché pur trattandosi di un’opera di finzione, si basa anche sulle esperienze autobiografiche vissute dall’autore, figlio e nipote di famosi attori sovietici: la madre Elena Sanaeva, il nonno Vsevolod Sanaev e il patrigno Rolan Bykov, a cui è dedicato tutto il romanzo.
Seppellitemi dietro il battiscopa racconta in maniera talvolta umoristica, e a volte drammatica, il mondo dell’infanzia dell’autore, ormai scomparso. La storia è molto semplice: il protagonista, Saša Savel'ev, ha otto anni e abita con i nonni. Dalle parole della nonna riprese da Saša veniamo a sapere come sua madre l’abbia abbandonato per andare a vivere con un nuovo compagno, il “nano succhiasangue” nella definizione della nonna. Saša si ritrova così a subire le premurose – ma ai suoi occhi soffocanti – attenzioni della nonna, la quale non solo rifiuta di restituire il nipote alla madre quando essa lo rivorrebbe con sé, ma gli impedisce anche di vivere spensieratamente la sua infanzia attraverso i numerosissimi divieti: anche solo di giocare sulle giostre del parco giochi o in compagnia del suo amichetto Bor'ka in un vicino cantiere, o di divertirsi con i souvenir che il nonno artista portava a casa dalle sue trasferte concertistiche. La lista delle privazioni che caratterizzano l’infelicità dell’infanzia di Saša è molto lunga, potenzialmente quasi infinita. La nonna Nina Anatol'evna lo trascina da vari omeopati sospettando che il nipote soffra di sinusite mascellare cronica o che abbia lo stafilococco aureo, facendo credere a tutti che il nipote sia incurabilmente malato e buono a nulla. La nonna lo tiene rinchiuso in casa (quasi tutta la narrazione si svolge, infatti, sullo sfondo asfissiante dell’appartamento), lo fa dormire con la famigerata calzamaglia di lana, odiata da tutti quelli che hanno trascorso l’infanzia durante il periodo sovietico; lo sottopone alla procedura del bagno alla temperatura di 37,5 gradi esatti.
Nonostante le continue premure della nonna, Saša tende comunque ad ammalarsi spesso. Il ragazzino, infatti, va a scuola soltanto saltuariamente, in parte per le malattie, ma anche perché è stato iscritto a una scuola vicina a casa di sua mamma, lontana da quella dei nonni. Anche quando è a scuola però, la nonna riesce comunque a rendergli questa esperienza tormentosa: da quando un giorno cadde a terra spinto da un ragazzo che correva durante la ricreazione, Saša viene rinchiuso dalla maestra, convinta dalle storie della nonna Nina Anatol'evna sulla fragilità del bambino, nella classe vuota.
L’anomalia dell’infanzia di Saša consiste dunque nel fatto che, a differenza della maggioranza dei bambini che aspirano a distinguersi ad ogni costo dai loro coetanei, il protagonista vuole “almeno per una volta in qualcosa risultare essere uguale a tutti”. Saša, cui viene ripetuto fin dall’infanzia di essere un idiota (“nel mio cervello viveva lo stafilococco aureo che mangiava il mio cervello e ci cagava dentro”), che dorme con la calzamaglia di lana (“tutto il tempo sentivo come essa mi stringesse”) e prende i rimedi omeopatici sei volte al giorno, Saša, a cui danno esclusivamente la frutta lavata con l’acqua bollente e il sapone e le schiacciatine al vapore impastate con il pane raffermo, è privato della normalità e della possibilità di essere simile agli altri bambini.
Se all’inizio la situazione descritta ci sembra più comica che tragica – più le premure della nonna diventavano insistenti, più il nipote si ammalava – verso la metà della narrazione cominciamo a percepire la disperazione di Saša, costretto a vivere in un mondo in cui tutto gli è vietato, un mondo in cui ha paura persino di sfilarsi la calzamaglia o di sudare. Per Saša, la vita con la nonna è un incubo, e i rari incontri con la mamma diventano occasioni e momenti di festa. Saša avverte la mancanza della madre, odia in silenzio la nonna e sogna una cosa: dopo la morte (che la nonna gli predice all’età di sedici anni, malato com’è) essere seppellito sotto il battiscopa dell’appartamento della mamma, dove resterà per l’eternità in silenzio a guardarla (ragione questa del titolo dato al libro).
A questo punto il lettore nota come tutta la narrazione si concentri sulle relazioni della nonna Nina Anatol'evna con il nipote, la figlia e il marito. Attraverso le voci polifoniche degli altri personaggi scopriamo la sua biografia; Nina Anatol'evna ha accumulato molte delusioni nel corso della propria vita: il sogno non realizzato di diventare attrice, la morte del primo figlio durante l’evacuazione di Mosca nel corso della seconda guerra mondiale, la successiva falsa notizia di non poter più avere figli, i forti attacchi di depressione e il ricovero in una clinica psichiatrica, la nascita della figlia, ingrata e malaticcia, il matrimonio fallito di questa e il suo legame con un pittore di poca importanza. La nonna colpevolizza il marito della propria infelicità e se la prende con il personaggio più debole, il nipote, sul quale vengono riversati fiumi di bestemmie tra cui le più forti e caratteristiche sono: “Sii tu maledetto dal cielo, Dio, terra, uccelli, gente, mari e aria!” e “marciante dallo stafilococco canaglia”. I rimproveri della nonna rivelano dunque il sentimento morboso d’amore e odio verso il nipote: amore perché il ragazzino rappresenta il fulcro di tutta la sua vita, odio perché è anche fonte di problemi continui e la personificazione della sua esistenza infelice.
Il lieto fine della storia è tuttavia garantito dall’intervento del futuro patrigno di Saša, il “nano succhiasangue”, che convince la madre di Saša a portare il figliolo a casa con sé, approfittando di un’assenza della nonna. Saša riesce così finalmente a sfuggire all’amore soffocante della nonna, ma questa nuova svolta della sua vita sarà, di conseguenza, la causa della morte della nonna.
Così un susseguirsi di episodi comici dell’infanzia di Saša – che riproducono i tratti distintivi, i simboli e le abitudini del mondo dell’ex-Unione sovietica – assume nella scena finale del funerale della nonna toni decisamente più tragici e cupi. L’infanzia, nella visione di Pavel Sanaev, è dipinta come un incubo, un vicolo cieco della vita, una tragedia familiare senza colpevoli: la nonna Nina non è colpevole perché è malata, il nonno non è colpevole perché capisce che se manda la nonna a curarsi, morirà. La narrazione polifonica genera un punto di vista complessivo a tutto tondo della situazione descritta e la consapevolezza che ciascun personaggio ha, a modo suo, ragione. Ricorrendo inoltre alla parodia e al grottesco, all’enfasi e all’iperbole degli eventi, Seppellitemi dietro il battiscopa mette in maggiore risalto una tragedia familiare come tante.
In questo romanzo la leggerezza dello stile si contrappone alla pesantezza dei temi e alla densità del contenuto, capovolgendo così il luogo comune sull’infanzia, considerata come il tempo della felicità e della beatitudine.
Sanaev trasforma l’infanzia del protagonista in un’esperienza significativa, l’esperienza dell’affermazione della libertà e dell’indipendenza di un individuo.
A un primo approccio Seppellitemi dietro il battiscopa sembra un piacevole, emozionale e autentico romanzo sull’infanzia, che rapisce il lettore attraverso l’ottica infantile sul mondo degli adulti, e la percezione letterale delle parole, il loro sfuggente senso figurato, incomprensibile al bambino. Una lettura più approfondita rivela tuttavia come il romanzo esca dai confini del genere della memorialistica postcomunista. Mettendo in scena – in modo grottesco – una carrellata documentaria di dettagli e di momenti di vita familiare ben noti a tutti quelli che sono cresciuti durante il periodo sovietico, l’opera di Sanaev coglie lo spirito di un’intera epoca. I ricordi dell’autore appartengono alla memoria comune in quanto ogni cittadino dell’ex-Unione sovietica può rivendicarli come propri.
Nonostante il romanzo di Sanaev non sia privo di alcuni – ben nascosti – difetti letterari, e sia difficile credere che i critici lo definiranno “monumento immortale” all’epoca ormai scomparsa, Seppellitemi dietro il battiscopa è un romanzo che si legge tutto d’un fiato e non lascia certo indifferente il lettore. In questa sua prima opera narrativa, Sanaev dà prova di una profonda sensibilità e si rivela capace di costruire un romanzo basato su una storia semplice, seppur dotata di implicazioni profonde. Da tutto questo emerge alla fine l’immagine di un romanzo di formazione originale e di grande lirismo.
eSamizdat
Rivista di culture dei paesi slavi
Registrata presso la Sezione per la Stampa e l'Informazione del Tribunale civile di Roma. N° 286/2003 del 18/06/2003 ISSN 1723-4042
Direttore responsabile: Simona Ragusa
A cura di: Alessandro Catalano e Simone Guagnelli
Comitato scientifico: Giuseppe Dell'Agata, Nicoletta Marcialis, Paolo Nori, Jiří Pelán, Gian Piero Piretto, Stas Savickij
Comitato di redazione: Alessandro Ajres, Alessandro Amenta, Silvia Burini, Alessandro Catalano, Marco Dinelli, Eleonora Gallucci, Simone Guagnelli, Katia Margolis, Alessandro Niero, Laura Piccolo, Marco Sabbatini, Massimo Tria, Andrea Trovesi

© eSamizdat 2003-2011, Alessandro Catalano e Simone Guagnelli