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Il romanzo della libertà, Vasilij Grossman tra i classici del XX secolo, a cura di G. Maddalena e P. Tosco, Rubbettino, Soveria Mannelli (Cz) 2007 (Andrea Gullotta), pp. 350-353
L'opera di Vasilij Semenovič Grossman è stata a lungo una delle vittime della repressione sovietica. L’opera più della persona. Se infatti lo scrittore non affrontò mai arresti, gulag o violenze fisiche, l’ostracismo che subì negli ultimi anni della propria vita provocò per lunghi anni una sorta di morte intellettuale, dapprima contemporanea e poi successiva alla morte fisica. Negli anni, lentamente e con difficoltà, la sua opera è riuscita a sollevarsi dalla fredda tomba in cui era stata relegata, a essere riscoperta e studiata con sempre maggiore interesse, sospinta anche da alcuni eventi decisivi (il ritrovamento del manoscritto di Žizn' i sud'ba [Vita e destino]; l’apprezzamento di grandi intellettuali mondiali, come Heinrich Böll; il forte sostegno delle comunità ebraiche). Questa onda lunga, dopo aver attraversato il continente americano e quello europeo (ultimo grande innamorato è quello spagnolo; in Russia, invece, l’onda ha provocato solo timidi spruzzi…), è finalmente giunta anche in Italia. Motore di questa rinascita (o nascita?) degli studi grossmaniani è il Centro studi Vita e destino, istituito dal Centro culturale Pier Giorgio Frassati di Torino. Formato da studiosi (e ci tengo a sottolineare, anche e soprattutto da “giovani” studiosi) mossi non solo da un comune interesse per l’opera di Vasilij Grossman, ma anche da una vera e propria urgenza divulgativa, nasce (cito dal sito ) “dall’esperienza di una mostra e di un convegno internazionale dal titolo Vita e destino. Il romanzo della libertà e la battaglia di Stalingrado che si sono svolti a Torino nei mesi di dicembre 2005, gennaio e febbraio 2006”, proseguendo poi la sua opera con l’esportazione della mostra dedicata a Grossman e alla Stalingradskaja bitva a Buenos Aires, Mosca, Monaco di Baviera fino a Gerusalemme, e con un secondo convegno, tenutosi nell’arco di tre giorni nel febbraio 2009, con la partecipazione di numerosi e rinomati studiosi di caratura mondiale (V. Strada, Fel'dman, Berelowitch, Graybosch, F. Malcovati, Kasatkina, Nizza, per citarne alcuni).
Di pari passo, il Centro Studi Vita e Destino ha svolto una notevole attività editoriale, partecipando alla pubblicazione italiana della splendida biografia di John e Carol Garrard (Le ossa di Berdičev, Milano 2009), riconosciuta come la più importante opera biografica su Vasilij Grossman, e contribuendo anche alla pubblicazione, con Rubbettino nel 2007, degli atti del convegno da cui ha origine il centro studi stesso.
Il libro rappresenta il primo esemplare italiano di lavori collettanei su Vasilij Grossman. Coscienti di questo aspetto pionieristico, i due curatori (Giovanni Maddalena, ricercatore di filosofia teoretica presso l’Università del Molise, e Pietro Tosco, oggi dottorando in letterature straniere presso l’Università di Verona ma, al momento della pubblicazione degli atti, fresco di laurea) propongono un apparato critico di tutto rispetto per facilitare la ricezione dei contributi, dando prova di grande professionalità. Da segnalare, oltre alla prefazione di Michele Rosboch, presidente del Centro Frassati, il breve messaggio di Claudia De Benedetti, consigliere nazionale dell’Unione comunità ebraiche italiane, dall’emblematico titolo “La lezione della memoria”.
Tornando all’apparato critico, oltre a un’introduzione (pp. 3-10) capace di mettere in risalto i nodi focali degli articoli contenuti e di fornire un ventaglio molto ampio di letture e interpretazioni dell’opera grossmaniana, i curatori propongono una nota biografica, una nota storica e una bibliografia essenziale.
La nota biografica (pp. 13-26) è molto esauriente, e ricostruisce dettagliatamente le vicende di vita dello scrittore, dalla nascita (a Berdičev nel 1906) in una famiglia di mercanti ebrei non credenti (motivo per cui Grossman non riceve un’educazione religiosa e si esprime sempre in russo, ignorando completamente l’yiddish); passando per la gioventù, caratterizzata da una formazione scientifica e dal nascere della vocazione letteraria; giungendo all’ingresso nella letteratura ufficiale, con la benedizione di Gor'kij; ai terribili anni della guerra, durante i quali perde l’amata madre ma acquista una grande fama in patria con i suoi reportage dal fronte, e in particolare da Stalingrado; al dopoguerra, segnato da grandi difficoltà legate al clima antisemita degli ultimi anni staliniani e alla “conversione”, ovvero alla messa in discussione delle radici dell’esperienza sovietica, che sfocia infine nella scrittura di Vita e destino (continuazione “convertita” di Za pravoe delo [Per una giusta causa]), il grande romanzo su Stalingrado che rappresenta con ogni probabilità il vertice dell’opera di Grossman, e di Vse tečet [Tutto scorre], povest' di straordinaria fattura in cui vengono attraversate le sciagure del “tempo sovietico”, dai gulag al holodomor per risalire, con il piglio dello storico (o forse del filosofo della storia), fino alla radice stessa dello stato sovietico, a Lenin e a Stalin; terminando, infine, con le ultime vicissitudini, le calunnie, il rifiuto di pubblicare, la confisca dei manoscritti e la morte, nel 1964.
A seguire, o meglio a completare la nota biografica, vi è un’interessantissima nota storica (pp. 27-30) relativa alle peripezie che hanno portato alla pubblicazione del romanzo Vita e destino, una nota utile non solo a ricostruire le avventurose fasi della pubblicazione, ma anche a rendere il clima storico e le difficoltà di pubblicazione che hanno attraversato gli anni a cui si riferiscono gli eventi.
La bibliografia essenziale (pp. 271-302) è più che essenziale. Vi si ritrovano tutte le edizioni degli scritti di Grossman in russo, oltre a monografie, saggi e articoli in sei lingue e l’elenco delle traduzioni italiane delle opere dello scrittore russo aggiornato all’anno di pubblicazione.
Tale eccellente apparato permette anche ai neofiti di affrontare i saggi contenuti con tutti i mezzi, diretti e indiretti, per avere una piena consapevolezza delle vicende umane dell’autore e dei contenuti della sua opera. E i saggi stessi, firmati da alcune delle penne più importanti della slavistica nazionale e internazionale, affrontano l’argomento da diversi punti di vista (letterario, filosofico, linguistico), cercando di sciogliere il bandolo della matassa provocata dal difficile connubio tra la mole di contenuti dell’opera di Grossman e la scarsa considerazione che la stessa ha avuto, non riuscendo purtroppo a volte a evitare di ritornare, in diversi saggi, sulla stessa citazione (esemplare, a tal riguardo, è la scena di Vita e Destino del colloquio tra l’obersturmbannführer Liss e il bolscevico Mostovskoj in cui viene proposto il “blasfemo” paragone tra nazismo e comunismo: la scena viene citata in ben otto saggi su dodici…).
Ciò nonostante, e comprendendo anche la difficoltà di affrontare un tema ancora da sviscerare, gli articoli contenuti rappresentano un’antologia critica di prim’ordine. Il livello generale degli articoli è elevato, e alcuni in particolare meritano di essere menzionati: il lungo lavoro di Adriano Dell’Asta (pp. 41-68), ad esempio, parte dall’opera di Grossman e dal paragone tra nazismo e comunismo per poi prendere le forme di un grande affresco sul totalitarismo, che chiama in causa Hannah Arendt; i saggi filosofici, e in particolare quello di Maddalena (pp. 251-264) sulla filosofia teoretica di Grossman (ma quello di Giuseppe Riconda sulla “religione” di Grossman, alle pp. 221-250, non è da meno), permettono di tirare le fila dei discorsi messi sul tavolo dagli articoli che li precedono, affrontando il problema chiave della libertà (concetto basilare nella seconda fase della produzione dello scrittore) nelle sue sfaccettature filosofiche, nelle sue origini e nei suoi esiti, apparentemente nichilisti (“Quando l’uomo muore, con la vita finisce anche la libertà”, p. 258) e in realtà definiti nella formula dell’inestinguibile “umano nell’umano” (p. 260); interessanti, poi, gli articoli che mettono in rapporto Grossman con la tradizione delle lettere russe (a parere di chi scrive, invece, i richiami con Orwell descritti da Frank Ellis alle pp. 175-198 sono un po’ troppo generici e francamente forzati), soprattutto gli articoli di Aucouturier sulla filosofia della storia tolstojana in confronto con quella grossmaniana, e quello di Lazar Lazarev, capace non solo di polemizzare con molti dei suoi colleghi riguardo al rapporto tra Tolstoj e Grossman (un luogo comune pubblicistico trito e ritrito, p. 211, trattandosi più che di un “influsso”, di un legame “a livello capillare, artisticamente molecolare”, p. 213) e quello dello scrittore di Berdičev con Čechov (per la verità ben analizzato anche da Sarnov) ma anche di rilevare con grande lucidità la ben più difficile relazione tra Grossman e Dostoevskij, tramite poche, illuminanti frasi.
Un plauso a parte merita l’articolo di Anna Bonola, unica linguista nel novero degli autori. Il suo lungo articolo (pp. 89-127) ha il pregio di cogliere nella lingua e nelle scelte stilistiche di Grossman il suo “dissenso linguistico”, ovvero la trasposizione stilistica dei mutamenti di posizione che tanto avevano messo in crisi l’autore e che ne hanno informato l’ultima parte della sua produzione. Il tutto viene fatto tramite l’analisi e la contrapposizione tra il discorso totalitario (cui antonomasia è lo slogan ne boltaj! , “non ciarlare!”), caratterizzato dalla limitazione dell’enunciabile, e il discorso antitotalitario, che trova nel dialogo sincero la sua espressione massima.
In generale, si può rimproverare agli autori di aver scarsamente preso in considerazione l’attività letteraria di Grossman precedente la “conversione” e di aver approfondito Vita e Destino a tal punto, che anche Tutto scorre, opera di livello elevatissimo, ne è rimasta schiacciata; così come, a voler cercare il pelo nell’uovo, si può biasimare la scarsa attenzione dedicata dai curatori alle traduzioni dall’inglese, che risultano abbastanza farraginose e pesanti da leggere (“Altre storie, infine, coinvolgono amici e parenti della famiglia Šapošnikov, come il direttore […], il militare al fronte, quello che cerca di organizzare […] e quella che è trasportata…”, p. 165; “Questo, come Černecov osserva, è davvero una ‘terra di lupi’”, p. 185; o, ancora, il mantenimento della sintassi inglese: “La responsabilità morale è distrutta. ‘Delitto e consiglio’ sostituiscono ‘delitto e castigo’. Davvero la stessa nozione di delitto è diventata ridondante”, p. 186).
Tolti i dettagli, nel complesso il libro rappresenta la posa della prima pietra della critica grossmaniana in Italia, e non può non essere accolto con grande soddisfazione non solo dallo slavista, ma in generale dall’intellettuale, cui è restituito un profilo esauriente dell’opera di quello che ormai a livello internazionale viene considerato uno dei maggiori scrittori del Novecento. E che finalmente in Italia trova l’attenzione che merita, grazie anche agli sforzi del Centro studi Vita e destino che, a mio modesto parere, hanno preparato il terreno alla nuova edizione del romanzo, tradotto magistralmente da Claudia Zonghetti per Adelphi e uscito nel novembre 2008, che per la prima volta in Italia propone la traduzione della versione integrale del romanzo, e che, finalmente, riscuote il successo di pubblico che un’opera come quella di Vasilij Grossman indubbiamente merita.
eSamizdat
Rivista di culture dei paesi slavi
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