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F. Gentilini, Infiniti Balcani. Viaggio sentimentale da Pristina a Bruxelles, Pendragon, Bologna 2007 (Eugenia Gresta), pp. 365-367
Questo libro è un saggio in forma di diario di viaggio che ripercorre le tappe professionali di Fernando Gentilini. Nato a Subiaco nel 1962, diplomatico dal 1990, scrittore per passione, Gentilini ha trascorso buona parte della sua carriera a Bruxelles, presso le istituzioni europee, e i Balcani, prima come rappresentante di Javier Solana e poi del governo italiano. Questo suo libro, vincitore del premio Grinzane-Cavour 2007 per la saggistica, è diviso in dodici capitoli preceduti da un prologo ed è dedicato alla parte occidentale dei Balcani. Gentilini ci racconta del Kosovo precedente l’indipendenza da Belgrado, della Serbia del dopo-Milošević, dell’indipendenza del Montenegro, della questione macedone e della Bosnia-Ercegovina come culla dell’Europa. Su questa tela si innesta l’Europa delle istituzioni. Gentilini mette a fuoco propositi, questioni e limiti della politica di Bruxelles nell’area prima e dopo le guerre della ex Jugoslavia, ne analizza l’antiteticità di visione, contesa fra localismo ed europeismo, sintetizza com’è percepita l’Europa unita dai Balcani. Il libro è dunque un compendio di riflessione politica (sempre e comunque strettamente personale) e slancio intellettuale, mirato ad arricchire il testo di informazioni che forse non ci permettono di prevedere quello che sarà il futuro, europeo o meno, dei Balcani, ma che certo ci traghettano in una dimensione corale del mondo al di là dell’Adriatico. Gentilini tesse una trama fitta di vissuto personale, curiosità locali, storia e letteratura che ci restituisce il ritratto vivo di una zona densa di tensione politica, ma anche culturale, lontana da Bruxelles eppure sprofondata nel cuore dell’Europa, zoppicante nel suo sviluppo sociale, ma prepotentemente ricca nella sua multietnicità. Ed ecco quindi che Belgrado diventa la città bianca, un mosaico a più tessere che non è solo storia cittadina e nazionale, ma è anche letteratura, esperienza di vita, categoria dello spirito. Attraverso l’occhio della storia, Gentilini cerca di capire come si è evoluta la Serbia nel Novecento, dopo il Congresso di Berlino, ma la voce storica cede il passo, a breve giro di posta, a quella visionaria di Goran Petrović che nel suo romanzo, 69 cassetti, crea una città del cuore e della mente che negli anni Trenta palpita di gente oziosa che passeggia, di clacson stridenti e di bimbi e di venditori di ciambelle che gridano per offrire leccornie ai passanti. Ma la vena di Gentilini non si esaurisce nella complementarità storico-letteraria. Vero obiettivo dell’autore è far parlare la Belgrado umana. Gli interessa dirci di Milo e Svetlana, gli amici che lo ospitano quando è nella capitale, e raccontarci del loro appartamento e degli oggetti che lo abitano, commentare le foto sugli scaffali dello studio e le passioni letterarie dei due belgradesi.
Anche il Kosovo, il paese dei corvi, prende forma nella sovrapposizione di più piani. Ad esso si fa subito cenno nell’incipit del libro che si apre con la partenza di Gentilini da Pristina per far rientro a Bruxelles dopo due anni di missione. L’autore si sofferma poi sui Balcani visti da Bruxelles per immergersi di nuovo nella realtà kosovara nel terzo capitolo. L’idea di iniziare un testo dedicato ai Balcani rievocando la partenza da essi, è un escamotage narrativo che permette a Gentilini di ripercorrere au rebours i posti toccati durante il viaggio di ritorno: Pristina, Prizren, al confine con l’Albania, Tropoje con i villaggi e le montagne albanesi, Scutari, Cattaro e il Montenegro, la Croazia marittima di Dubrovnik e Spalato, l’Ercegovina, per arrivare a Zagabria e da lì a Bruxelles. Il resoconto, sentito e partecipato, delle diverse tappe è disseminato di curiosità. Uno dei codici d’onore kosovari e albanesi, il kanun, è spiegato con dovizia di particolari, ma a esso si affiancano le difficoltà che l’autore ha incontrato a parlarne con le donne del luogo, confinate a un ruolo ancillare in una società patriarcale come quella kosovaro-albanese. Il bagliore storico avuto dal Kosovo nel tardo ottocento con la nascita della lega di Prizren si scontra con la locale arretratezza sociale, esemplificata, nella cronaca, dall’incontro casuale con un uomo in sella a un asino, armato di fucile e di telefonino – un omaggio ai tempi che corrono. E così, attraverso una narrazione sinuosa che intesse continuamente informazioni personali e cultura locale lato sensu, Gentilini si fa largo fra i luoghi da lui toccati. L’intreccio, la polifonia, l’accostamento di più livelli mai uniformati, mai fusi in una sola voce, ma anzi, spesso in antitesi fra di loro, garantiscono un’eterogeneità di momenti narrativi che, da un lato investe il libro fin nella sua struttura e, dall’altro, duplica l’andamento antitetico (se non apertamente contraddittorio) della storia culturale degli Slavi del sud. Nella Prefazione leggiamo che l’autore ha concepito questo testo sull’onda dell’ispirazione emotiva, senza badare che fosse un prodotto “ben proporzionato e luccicante come le mele di serra che si vendono adesso”. Al di là dei propositi, l’impressione che questo libro rende è quella di una volontà scrittoria che faccia trasparire e vibrare tutta la complessità balcanica, attraverso l’interiorizzazione del principio antinomico come genius loci e sua cifra cognitiva. E difatti, la felice intuizione del testo sta proprio nello squilibrio strutturale, nel racconto diseguale delle vicende balcaniche che affianca alla logorrea autoriale sugli argomenti di elezione una certa ritrosia su momenti non necessariamente marginali, ma senz’altro di minore interesse per Gentilini. Infiniti Balcani non è un diario-saggio canonicamente ineccepibile. Difetta di organicità nella narrazione e di rigore nella composizione, elude ogni discrezione nel trasmettere passioni e inclinazioni emotive e questo porta l’autore, di tanto in tanto, a delineare una realtà che risulta sopraffatta dal sentimento. Eppure è proprio in questa scrittura così libera, sprezzante di qualsivoglia canonicità che sta il fascino del Gentilini scrittore. Egli è sapiente nel manovrare cuore e testa, convincente nella sua noncuranza delle regole dell’arte, abile nel confezionare un testo che, sottraendosi a definizioni troppo rigide, si presenta come un prodotto semplicemente bello.
eSamizdat
Rivista di culture dei paesi slavi
Registrata presso la Sezione per la Stampa e l'Informazione del Tribunale civile di Roma. N° 286/2003 del 18/06/2003 ISSN 1723-4042
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