Archivio rivista
Le Sezioni
Le Info
Compagni di Strada
M. Dinelli – A. Jampol'skaja, Lenin. Dalla Pravda a Prada: storie da una rivoluzione, Neon!, Milano 2008 (Eugenia Gresta), pp. 341-342
“Russia: campo di manifestazione degli aspetti subconsci, distruttivi della civiltà occidentale”. Questo pensiero di Boris Grojs viene posto da Marco Dinelli come epigrafe al proprio racconto Il confine fra due mondi. Il fondo di dolorosa verità che vela la citazione non impedisce però, tanto a Dinelli quanto ad Anna Jampol'skaja, di raccontarci con leggerezza un mondo che sarà pure l’epifania della degenerazione delle nostre virtù ponentine, ma che di endogeno ha prodotto e continua a produrre in gran quantità.
Lenin è una raccolta di racconti brevi (a eccezione di Russità scritto da Dinelli – una bonaria presa in giro dei concettualisti moscoviti sulla falsariga dei testi poetici di Lev Rubinštejn), divisa in due sezioni. La prima, La Russia ai tempi di Celentano (Urss), firmata dalla Jampol'skaja, è dedicata alla Russia sovietica. La seconda, Guerra fredda 2.0 è un ritratto a tessere della Russia post-1991 composto da Dinelli. Se entrambi le sezioni mantengono lo stesso generale tono di affettuosa ironia, la prima ci sembra più riuscita nel suo garbo lessicale, quasi impeccabile nell’assenza di cadute nello stile linguistico. Dinelli qualche volta cade, non rovinosamente per fortuna, ma abbastanza da farci sottolineare che il libro susciterebbe comunque il plauso dei lettori anche se venissimo a sapere che negli anni Novanta i ricchi non riscuotevano le simpatie del Cremlino, piuttosto che “stavano [loro] sul cazzo” – a loro come al popolo, secondo le reiterazioni dell’autore. Lasciando da parte ridicoli moralismi stilistici, i cazzi cazzuti, l’ovvio pizdec, quasi rituale nel capitolo omonimo dedicato al tema, i coglioni e quant’altro nulla aggiungono alla vivacità e alla veridicità della prosa di Dinelli, ma hanno spesso un mortifico effetto di banalizzazione, di dejà entendu. Ciò è un peccato in un libretto che altrimenti scorre veloce e che ci regala un quadro puntuale e divertente (amaro, a volte) della Russia di ieri e di oggi.
Le prose della Jampol'skaja prendono spunto da episodi di vita vissuta. Nata e cresciuta a Mosca dove ancora abita, l’autrice parte da situazioni-tipo di cui ha fatto esperienza nell’infanzia e prima giovinezza in Urss e su di esse costruisce dei camei che, assemblati, ci danno un’idea di come scorreva la vita negli ultimi lustri di esistenza dell’Unione sovietica. Da italianista qual è, la Jampol'skaja ha un occhio sempre rivolto al potenziale lettore occidentale e non si perde in chicche da specialisti (d’altra parte fuori luogo in un libro del genere), ma riflette su ciò che è accessibile al medio fruitore di cultura generale, facendo leva su argomenti che anche coloro che non coltivano un particolare interesse per la Russia possono conoscere. Ecco allora l’immancabile omaggio ad Adriano Celentano, un must per le orecchie sovietiche; la sconfessione della secolare pruderie russa da parte di due adolescenti durante i noiosissimi funerali di Leonid Brežnev, oppure la ricerca affannosa delle donne sovietiche di trovare un giusto viatico alla loro civetteria, cucendosi i vestiti con i cartamodelli della rivista Burda Moden, che negli anni Settanta faceva furore. A questo si aggiungono i periodici tirocini, di squisito sapore sovietico, nei kolchozy oppure nelle fabbriche. La sottile linea rossa che unisce queste vicende è lui, Lenin che, nelle storie dell’autrice, fa capolino quasi dappertutto, sotto forma di busto o di distintivo, come effigie sulla scatola della nonna in palech, o come immagine che lo ritrae bambino, biondo e cicciottello, ma con lo sguardo assertivo e consapevole di un adulto. Divertenti sono due racconti a lui dedicati, promettenti già nel titolo: Come ho lavato Lenin e La prima volta che l’ho visto. Se nel primo apprendiamo di come all’allieva di scuola media Anna Jampol'skaja toccò di lavare un busto di Lenin con il grosso reggiseno della bidella Irina per penuria di stracci, nel secondo il sorriso ce lo strappa il contrasto fra il titolo, foriero di aspettative su un’ipotetica, intrigante romance e il reale oggetto della narrazione. L’autrice ci spiega, infatti, che la prima volta che vide Lenin fu probabilmente su una scatola della nonna paterna e di come ora quella scatola “l’abbiamo ficcata in mezzo a libri che non leggiamo mai, in seconda fila sullo scaffale, e ce ne siamo dimenticati”. Una storia d’amore deludente che molti, in Russia e fuori, hanno vissuto.
Diverso ma speculare l’antefatto che ha ispirato i racconti di Dinelli. Non potendo vantare un pedigree autoctono, l’autore fa tesoro della sua esperienza russa cominciata nel 1991 e mai tramontata per confezionare sketch e racconti sulle molte sfaccettature della Russia post-sovietica. L’italiano che non conosce il paese viene trasportato in una dimensione che spesso può sembrare curiosa o bizzarra (i bermuda proibiti al Mausoleo di Lenin perché offendono la memoria del compagno, o la fissa dei russi per gli ebrei, oppure l’aura del miliziano nella cultura del byt russo), ma che per l’italiano russofilo ha un che di caramente familiare. Il persistente odore di “miscela ammuffita, benzina e fumo puzzolente di sigarette” che nei primi anni Novanta faceva tanto Unione sovietica, l’esperienza della banja, immancabile per uno straniero che voglia immergersi nelle tradizioni popolari russe, il filosofeggiare sull’anima russa in cucina e sui pianerottoli delle case davanti a vodka e sigarette sono un classico per molti frequentatori della Russia. A questo riguardo, è interessante sottolineare la complementarità dei punti di vista dei coautori, uno interno, l’altro esterno. Sebbene i periodi toccati siano conseguenti, finito il libro, si ha l’impressione di avere un quadro a tutto tondo di certi aspetti della Russia degli ultimi quarant’anni e che certe caratteristiche, figlie di una determinata epoca, si ritrovino – seminascoste, evolute o camuffate – in quella successiva, segno di una tipicità che definisce la Russia tout-court. Emblema di questa continuità è certamente Lenin che nella sezione di Dinelli pure ritorna nelle sue mille pelli, non ultima quella della “reincarnazione putiniana”, posta a conclusione del libro. Ma non solo. Altra testimonianza culturale sovietica e post- è certamente la famosa metropolitana di Mosca, celebrata dall’autore in un pezzo di virtuosismo narrativo e stilistico – Metropolitana appunto. In un paio di pagine Dinelli ci restituisce in tutta la sua frenesia, il suo pulsare, la sua velocità i ritmi della metropolitana moscovita, ritmi che attraversano la Russia da quasi un secolo e che ripropongono in un microcosmo quelli macroscopici (reali e metaforici) di questa città selvaggia. In un tunnel sotterraneo e male illuminato un individuo tenta di farsi strada fra la folla in movimento e poi, nel treno, risucchiato dal vortice umano, aspetta pazientemente di uscire dal vagone, attento a non muoversi troppo per evitare traumatici contatti con l’altro e quasi sempre sopraffatto da “spiacevoli interferenze olfattive”. Scatta fuori dal treno alla rincorsa delle scale mobili fra spinte e spintoni per “salire, salire, salire finché non vedo, finalmente, la luce”.
eSamizdat
Rivista di culture dei paesi slavi
Registrata presso la Sezione per la Stampa e l'Informazione del Tribunale civile di Roma. N° 286/2003 del 18/06/2003 ISSN 1723-4042
Direttore responsabile: Simona Ragusa
A cura di: Alessandro Catalano e Simone Guagnelli
Comitato scientifico: Giuseppe Dell'Agata, Nicoletta Marcialis, Paolo Nori, Jiří Pelán, Gian Piero Piretto, Stas Savickij
Comitato di redazione: Alessandro Ajres, Alessandro Amenta, Silvia Burini, Alessandro Catalano, Marco Dinelli, Eleonora Gallucci, Simone Guagnelli, Katia Margolis, Alessandro Niero, Laura Piccolo, Marco Sabbatini, Massimo Tria, Andrea Trovesi

© eSamizdat 2003-2011, Alessandro Catalano e Simone Guagnelli