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B. Sokolov, Rasšifrovannyj Dostoevskij, Eksmo, Mosca 2007 (Giulia Gigante), pp. 359-361
In questa ponderosa opera critica (oltre 500 pagine), Boris Sokolov, storico e studioso di letteratura noto soprattutto per i suoi scritti su Michail Bulgakov, analizza la poetica dostoevskiana attraverso la lente dell'interpretazione cristiana. Rasšifrovannyj Dostoevskij [Dostoevskij decifrato] si articola come un viaggio attraverso le quattro opere principali di Dostoevskij, scritti nei quali trovano la loro massima espressione i temi connessi con le problematiche della dottrina cristiana. Il saggio, pur non brillando particolarmente per originalità dal momento che si rifà ampiamente alla critica esistente – con stralci di citazioni che si estendono a volte anche per diverse pagine – ha se non altro il pregio della sistematicità e presenta qualche spunto di riflessione.
Sokolov cerca di decriptare i codici di cui si è avvalso Dostoevskij quando ha disseminato, in maniera più o meno velata, i suoi romanzi di simboli che rimandano alla tradizione cristiana: numeri, luoghi, personaggi che illustrano concrete immagini e massime evangeliche, situazioni che alludono a episodi delle Sacre Scritture e così via.
A distinguere la scrittura dostoevskiana è, secondo il critico, la brillante capacità dello scrittore di mescolare le verità di fede con la verità che deriva dalla conoscenza e dalle esperienze della vita quotidiana, creando dei personaggi vivi che vengono percepiti dai lettori come persone reali. A tale verosimiglianza contribuiscono indubbiamente le esperienze personali e il travaglio interiore che l'autore riversa in essi, l'esistenza di prototipi reali cui Dostoevskij si è ispirato e le riflessioni filosofiche dello scrittore che con il suo pensiero prefigura già alcuni aspetti di quello di Nietzsche e di Freud, ma, al di là di questo, resta il talento di Dostoevskij di riuscire a rappresentare nelle sue opere la convivenza di oscure passioni con la fede pura. È nell'ambito di tale ambivalenza che si inserisce la sua abilità nell'affrontare i cosiddetti prokljatye voprosy [temi maledetti].
Sokolov fa un grande uso di fonti documentarie ricostruendo la genesi dei personaggi, delle situazioni narrative e l'origine delle fabule attraverso lo studio dei prototipi, le testimonianze di contemporanei, le lettere, gli articoli, le pagine di diario e, soprattutto per quanto riguarda gli atti criminosi, la cronaca nera dei giornali e gli atti dei processi che Dostoevskij seguiva con grande interesse.
Nel capitolo dedicato all'esegesi di Delitto e castigo, Sokolov sottolinea l'importanza attribuita da Dostoevskij alla sofferenza, unica via attraverso la quale l'uomo può accedere alla felicità – ciò che spiega, tra l'altro, l'assenza di un “banale happy end” nelle opere dell'autore – e si sofferma sul pentimento di Raskol'nikov rilevandone la matrice cristiana, pur riconoscendo che a spingere il protagonista verso la rinascita o rigenerazione spirituale è stata soprattutto la coscienza del fallimento del proprio napoleonismo, del tentativo di elevarsi al di sopra del gregge dell'umanità tremante. Per il critico, uno dei temi chiave di Dostoevskij è quello della sofferenza per il riscatto dai peccati dell'umanità, un Leitmotiv che ricorre incessantemente in tutti i grandi romanzi dello scrittore, in forme diverse che diventano via via più complesse e raggiungono l'apice nei Fratelli Karamazov.
Nel capitolo dedicato all'Idiota, Sokolov riscontra un ribaltamento dei ruoli dei personaggi rispetto a Delitto e castigo; laddove nel secondo era Sonja a rappresentare la salvezza spirituale e a spingere Raskol'nikov al pentimento, nell'Idiota è invece il principe Myškin, il “Cristo russo”, a cercare, invano, di salvare Nastas'ja Filippovna. Ciò accade perché neanche un eroe “assolutamente buono” come il principe Myškin può fare qualcosa contro il male del mondo, può riuscire ad arginare devastanti passioni umane come quella d'amore e quella per il denaro.
Come aveva già rilevato Berdjaev, l'amore dei personaggi di Dostoevskij – un amore che come la stichija non conosce limiti né misura – porta alla rovina e, nella sua demonicità, può condurre alla follia non solo chi lo vive ma anche chi vi assiste. Creando un eroe sul modello di Cristo, e in scala minore di Don Chisciotte e Jean Valjean, Dostoevskij si proponeva non solo di contrapporre all'amore passionale di Rogožin l'amore “cristiano” che il principe Myškin prova per Nastas'ja Filippovna (un amore puro, libero da passioni, che mira alla rigenerazione e alla salvezza dell'amata), ma anche di trasmettere al mondo il messaggio della necessità di recuperare i legami con l'etica cristiana.
Sokolov si dedica a una lunga disanima delle affinità ideologiche tra Dostoevskij e il marchese de Sade, entrambi, a suo avviso, impegnati in un combattimento interiore contro i dubbi religiosi. Accomunati dalla convinzione che l'uomo “è capace di qualsiasi cosa” (de Sade) e che, se trionfa l'ateismo, tutto è permesso (Dostoevskij), essi tendono verso un unico obiettivo, quello di suscitare, ciascuno con i propri mezzi, la massima avversione possibile nei confronti del peccato per cui, alla fine dei conti, il principio di de Sade secondo cui “l'obbrobriosità del vizio salverà il mondo” non è che il rovescio della medaglia della massima dostoevskiana in base alla quale “la bellezza salverà il mondo”. E la possibilità della salvezza, secondo Sokolov, Dostoevskij non la nega a nessuno.
eSamizdat
Rivista di culture dei paesi slavi
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