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Poeti russi oggi, a cura di A. Alleva, Scheiwiller, Milano 2008 (Giulia Gigante), pp. 329-330
Consapevole della difficoltà per i lettori di orientarsi nel complesso mosaico della poesia russa contemporanea, la curatrice di questa raccolta cerca di sistematizzare, senza peraltro incorrere in banalizzazioni, la produzione poetica degli ultimi decenni, distinguendo tra le diverse generazioni, i poeti nati negli anni Quaranta, Cinquanta e Sessanta del secolo scorso, e i principali centri di attività, Mosca, Pietroburgo e Ekaterinburg.
La situazione di partenza è quella di un mutato ruolo del poeta nella società. Terminata l’era dei poeti-istrioni che riempivano gli stadi, è subentrata un’epoca in cui i poeti vivono una dimensione privata e quindi più libera. È un’epoca che, come aveva già osservato Mauro Martini nella sua antologia La nuovissima poesia russa, incentrata sulla generazione dei poeti più giovani, si caratterizza per un fenomeno di “frantumazione della poesia”.
In uno stile elegante e nitido, dando prova della sensibilità tipica dei poeti, Annalisa Alleva – che è poetessa oltre che slavista – dedica a ciascuno dei poeti inclusi nella raccolta una breve presentazione in cui tratteggia gli elementi salienti della personalità e della poetica dell’autore per poi proporre una scelta di testi che vengono offerti, tranne che per il primo componimento di ciascun poeta, solo in traduzione italiana. Una scelta discutibile, ma dettata probabilmente da esigenze editoriali.
Ad accomunare i poeti presentati, tutti viventi tranne Boris Ryžyj (morto suicida a 26 anni nel 2001 e diventato un mito in Russia), è, secondo la curatrice, soprattutto uno spirito di protesta che nasce da un comune background.
Lungo i versi di tutti questi poeti, dai più anziani come Aleksandr Kušner (nato nel 1936) e Evgenij Rejn (1937) al più giovane, il già citato Boris Ryžyj, serpeggiano alcuni temi ricorrenti. Il richiamo a una realtà superiore, che sia Dio o la Natura, o più semplicemente lo sconfinato paesaggio russo o la storia, è un elemento che ritorna, sia pure come espressione di un’aspirazione, di un desiderio senza molte convinzioni che vi sia un baluardo contro la disperazione.
Spesso presente è il tema della morte, del suicidio, talvolta vagheggiato: “è comodo morire” (Ryžyj), talvolta temuto: il desiderio di “non morire mai” benché la vita sia “scarmigliata come una puttana” (ancora Ryžyj), talvolta ancora in chiave paradossale: “la morte, infatti, in fondo, / è una risposta unica a una quantità di domande, / la risposta di un folle” (Svetlana Kekova). Per alcuni l’unica salvezza, l’unico rifugio è la poesia come nei versi pieni di rabbia di Sergej Stratanovskij: “Ma io non ce la faccio / non ce la faccio proprio a vivere / Mi riparo con i versi”; oppure il sonno (Elena Ušakova): “affidarsi ad un sentiero cieco / che non porta da nessuna parte” ed eventualmente il sogno. Alcuni poeti tendono alla sintesi estrema, all’ellissi, come esprime molto bene Michail Ajzenberg, che crede nella poesia come “sottrazione”, nel verso programmatico: “Estinguere / Eliminare / Estirpare”, oppure compongono versi talvolta enigmatici (Ol'ga Sedakova), dal fascino lunare: “Là, si dice, s’incontrano tutti, / sbiancati dalla via lattea”.
Al di là dei motivi comuni si estende tutta la gamma dei soggetti più prettamente individuali: l'incombere del tempo che passa (Ajzenberg, Kekova), il ricordo dell'infanzia (Gandlevskij), le tematiche dell'amore, l'addio e il presentimento dei sentimenti altrui (Vera Pavlova), il tema dell'ebreo errante (Rejn), il senso di inadeguatezza nei confronti della realtà (Ryžyj) e il mal di vivere (Švarc) e, nel caso di Stratanovskij, la violenza e la sofferenza che scaturiscono dalla guerra in Cecenia.
Il nume tutelare è Iosif Brodskij; non è solo la sua opera a costituire un fondamentale punto di riferimento per la maggior parte di questi poeti come fonte di ispirazione e materia di riflessione, ma anche la sua persona, come guida, amico e come critico. Tra le numerose poesie dedicate alla sua figura una delle più evocative è quella della Sedakova che lo ricorda così: “rendeva familiare una scala musicale / in un tintinnio di consonanze / come uno che abbia deciso in anticipo / che la vita non lo adescherà / e la morte non lo farà deviare”.
L'emigrazione verso gli Stati uniti (Lev Losev, Irina Mašinskaja e Vera Pavlova) o la Germania (Elena Tinovskaja) che interessa alcuni poeti di tutte e tre le generazioni presentate nella raccolta, pur influendo sulle poetiche degli autori in questione (provocando, per esempio in Losev, un senso di colpa per l'abbandono del proprio paese), non rappresenta una vera e propria frattura nell'universo della poesia russa contemporanea.
Il rapporto di questi poeti con la lingua madre è conflittuale, essa è amata e odiata al tempo stesso (“Lingua materna vattene da me / [...] temo il tuo fuoco / mentre vi brucio dentro”, Oleg Dozmorov). In questa singolar tenzone i poeti si richiamano alla complessità lessicale del passato, attingendo a testi come la Bibbia (Ajzenberg, Kibirov), ai grandi classici mondiali (Dante, Byron) e russi (Puškin, Gogol', Blok, Achmatova, Mandel'štam, Nabokov, Brodskij), ai cantautori (Okudžava, Vysockij), ma anche al russo parlato, recuperando termini gergali, idiomatici, popolari, brani di častuški (Gandlevskij) ed espressioni tipicamente sovietiche e alla creazione di neologismi.
L’importante è che in questo processo di reinvenzione del linguaggio poetico “la lingua non è padrona del poeta, il poeta non è lo schiavo della lingua”, come scrive Ajzenberg nel saggio Ormai la generalizzazione ha stancato che la Alleva presenta insieme ad altri scritti in un’appendice alla raccolta intitolata Materiali e poetiche, e che “nella guerra eterna tra lingua e coscienza, i versi sono schierati dalla parte della coscienza”.
eSamizdat
Rivista di culture dei paesi slavi
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