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L. Tolstoj – T.A. Kuzminskaja, Memorie di una contadina, traduzione e cura di I. Panfido, Casagrande, Bellinzona 2008 (Andrea Franco), pp. 367-368
Il testo in oggetto presenta numerosi motivi di interesse, in quanto sollecita la necessità di un complesso di differenti approcci storiografici, sia pur connessi tra loro. Pubblicato una prima volta nella rivista Vestnik Evropy nel 1886 con il titolo di Bab'ja Dolja, grazie all’interessamento di Tolstoj, questo libro venne poi riproposto alla stampa nel 1902, in una edizione mondata – probabilmente per volontà dello stesso scrittore – dai brani considerati maggiormente scabrosi secondo l’ottica del tempo, per poi essere diffuso (nel 1922, in lingua francese) presso il pubblico europeo-occidentale. La traduzione italiana, operata da Isabella Panfido, è condotta sulla base dell’edizione originale.
Il libro consiste nella trascrizione delle memorie confidate oralmente da parte di Anisja – una serva della gleba nata intorno ai primi anni Quaranta dell’Ottocento in un villaggio nelle vicinanze di Jasnaja Poljana – a Tat'jana Andreevna Kuzminskaja, sorella di Sof'ja Tolstaja, e poi rielaborate sotto la sovrintendenza di Lev Tolstoj, il quale provvide a improntare la fedele trascrizione operata dalla cognata alle esigenze religiose del tolstolstvo, la filosofia “anarchico-cristiana” che era venuto elaborando a partire dal 1878 in avanti, senza che fosse venuto per questo meno l’atteggiamento spontaneo e privo di moralismi edificanti che doveva per forza di cose caratterizzare il testo nella versione raccontata dalla stessa Anisja.
Narrata secondo la diretta schiettezza del prostonarod'e , e abbondante di termini colloquiali e vernacolari, la vicenda si sofferma sulla ricostruzione della storia della vita della stessa Anisja, intesa dall’infanzia sino all’età anziana, e in particolare sulle sue sofferenze, sulle terribili miserie materiali e sulle rare – ma comunque profonde – gioie. Questo tema, inteso in termini assoluti, si offre a una lettura “di genere”, la quale ci permette di mettere a fuoco l’asprezza della condizione delle donne contadine in particolare (ma di tutti gli esseri umani, più in generale) al tempo della Russia ottocentesca. Ciononostante, il vitalismo della protagonista, intriso di un fatalismo profondo quanto il suo stesso spirito di sopportazione, fa sì che il libro “divent[i] una novella buona, un verbo che, nella assoluta semplicità e crudezza del racconto orale, assume il peso di testimonianza storica ed esempio di vita”, secondo il commento di Isabella Panfido. In questo modo, il matrimonio con Danilo, un giovane contadino imposto dalla famiglia, sulla base di esigenze economiche piuttosto che su quelle del cuore, la nascite dei figli (alcuni dei quali morti prematuramente, per via degli insopportabili stenti) vengono cristianamente accettate dalla protagonista, e le sue parole possono così restare “salde e positive, di una concretezza elementare e salvifica, dettata dal profondo segno di religiosità dello spirito popolare russo, in un ininterrotto rapporto di obbedienza al disegno divino”.
In relazione a ciò, ritengo che il passo più esemplificativo sia quello in cui Anisja confessa come, dopo essere stata costretta a sopportare con spirito di rassegnazione la vicinanza del marito, prese ad amarlo nel momento in cui ebbe un figlio da lui, peraltro nato in circostanze tutt’altro che semplici: “parlando mi prende la mano e io non la sposto, ma anzi sono contenta che tenga la mia mano tra le sue. Gli parlo e lo guardo negli occhi: come mi è caro, adesso, tanto caro, come se qualcosa si fosse sciolto nel mio cuore. Dal quel momento non ho più smesso di volergli bene”.
Vista sotto le lenti della storia politica e di quella sociale, la vicenda di Anisja pone in rilievo le note contraddizioni scaturite in seguito alla liberazione dei contadini rispetto al giogo della servitù della gleba, culmine della fase riformistica e “liberale” della prima parte del regno di Alessandro I. Per effetto di ciò, numerosi contadini poveri non riuscirono a riscattare la propria emancipazione, finendo costretti a lavorare alle dipendenze dei medesimi aristocratici di cui erano già stati i servi, oppure a tentare la ventura per mezzo dell’emigrazione pionieristica oltre gli Urali. La via della Siberia, sino a quel momento, era stata percorsa da pochi; si erano avventurati sin laggiù solo alcune guarnigioni militari, le quali avevano il compito di presidiare un territorio solo nominalmente spettante all’Impero zarista, ma in realtà tabula rasa –; i lavoratori coatti – è proprio al seguito del marito Danilo, condannato ai lavori forzati per un furto di poco conto cui si ridusse per colpa della fame, che Anisja svolse la sua terrificante anabasi siberiana, accompagnata dai figli ancora molto piccoli –; infine, i primi coloni che, sebbene lo stato scoraggiasse – ancora sino a questa fase – l’emigrazione verso la Siberia, diedero vita all’epopea della colonizzazione dei territori orientali dell’Impero.
In sede di conclusione, è opportuno sottolineare adeguatamente che il testo scritto da Tolstoj e da Tat'jana Kuzminskaja costituisce una riprova dello “strano amore fisico” provato dal romanziere russo “per l’autentico popolo lavoratore”, e per le persone semplici e oneste che popolavano le campagne russe, a suo modo di vedere portatrici dei più autentici ed elevati valori cristiani.
eSamizdat
Rivista di culture dei paesi slavi
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