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«Recensioni da un viaggio nell’Aldilà dell’Europa»
M. Bulaj, Genti di Dio. Viaggio nell’Altra Europa, prefazione di M. Ovadia, Frassinelli, Milano 2008;
C. Kosmač, Sulle orme di un vagabondo. Due racconti, a cura di M. Bidovec, Mladika, Trieste 2007;
Fiabe e leggende slovene, a cura di M. Bidovec, Besa, Lecce 2008;
M. Bidovec, Raccontare la Slovenia. Narratività ed echi della cultura popolare in “Die Ehre Dess Herzogthunms Crain” di J.W.Valvasor, Firenze University press, Firenze 2008;
M. Bidovec – I. Palladino, Johann Weichard von Valvasor (1641-1693). Ein Protagonist der Wissenschaftersrevolution der Fruhen Neuzeit, Bohlau, Wien-Koln-Weimar 2008;
J. Hösler, Slovenia. Storia di una giovane identità europea, Beit, Udine 2008 (Angelo Floramo), pp. 395-399
Recensire un libro è sempre un atto d’amore, per la lettura, l’autore, l’astrazione dal mondo che tutto ciò comporta. Ma la mia cadenza è quella dell’innamorato pigro e goloso, troppo curioso di tutto per riuscire a sbrigare in fretta il lavoro. Non ho mai imparato a leggere veloce, all’americana, così mi devo gustare il libro pagina per pagina, indici compresi. Con conseguente maturazione di un fastidioso senso di colpa per gli amici della rivista che aspettano, per l’ignavia che mi affligge mentre la pila delle opere da esaminare cresce impossessandosi dei pochi spazi rimasti vuoti nel mio studio. E il tempo che passa senza che nulla davvero accada. Le pagine si lasciano sfogliare lente, gli appunti rimangono confusi, poco più che tele fittissime di parole ai margini più o meno ampi che incorniciano lo specchio di scrittura, o peggio si perdono in foglietti di carta di vario colore, post-it destinati a confondersi con mille altri appunti e note nel disordine di una scrivania su cui tutto si è sedimentato da mesi, anni forse, impastandosi inestricabilmente con penne che non scrivono più, un orologio che credevo perduto per sempre, CD senza copertina e privi di qualsiasi etichetta che ne renda riconoscibile il contenuto. Compiti da correggere, appuntamenti ormai passati, posta inevasa. Le bozze di un ultimo articolo. E i libri. Cui se ne aggiungono altri, prede di bancone, per lo più, al limite cacciagione da bancarella. Tutto diventa terribilmente tragico quando la scadenza per consegnare la recensione si avvicina. E manca completamente un quadro preciso di riferimenti bibliografici, mentre l’appetito iniziale rischia di trasformarsi in indigestione. Prevale il sonno, nei brevi pomeriggi invernali, avari di luce. La tentazione di un toscano ammezzato da gustare nella più totale assenza di pensiero diventa quasi un alibi per fuggire. Un’evasione alla nicotina dalla contingenza assoluta che è la nemica più crudele del recensore, assieme al tempo che non gli appartiene più. E poi la folgorazione improvvisa. La volontà di fuggire proprio con quei libri, per dare loro un significato in più, per renderli voce e compagni di viaggio, un moleskine preappuntato su cui annodare le trame di un attraversamento negli spazi della letteratura. E la sfida accende il pensiero: un libro diverso da leggere e annotare in un diverso luogo, nel tempo di un passaggio, di un attraversamento al quale proprio quel libro possa attribuire un significato nuovo, inedito, inaspettato. Una sacca vorace libera finalmente il piano della scrivania da ogni suo incubo di carta trasformandola nella metafora di una mente libera, pronta a lasciarsi impressionare dalla suggestione della novità. E il gioco è fatto. A dire la verità il viaggio è già iniziato qualche mese fa. In ottobre, per la precisione. Quando ai primi rigori dell’autunno Paolo Rumiz è venuto a trascorrere qualche ora a casa mia, assieme a Monika Bulaj. L’occasione dell’incontro era duplice: una jota calda e fumante per cena, il tipico minestrone carsolino sempre più raro da trovare, specialmente se accompagnato da acidulo vino terrano, e la presenza di un’amica di Irkutsk, Elvira Kamenščikova, autrice di due interessanti libri sul lavoro friulano in Siberia agli inizi del 1900, lungo la ferrovia che attraversa la curva meridionale del Bajkal. Ma su tutto prevaleva la voglia di sentirli raccontare della loro recentissima peregrinazione estiva lungo gli ultimi confini d’Europa, da Murmansk a Odessa, pubblicata a puntate sulle colonne di Repubblica. Monika racconta per immagini. È una fotografa che usa la luce come dimensione dell’anima e del suo incanto. Lo si capisce da come muove le mani mentre parla, evocando forme e sogni. E prepara ottime kartoški (patate) alla cosacca, e pesce speziato che dal forno di casa esala memorie di un Baltico quasi sognato.
Nel suo ultimo libro Genti di Dio. Viaggio nell’Altra Europa Monika Bulaj, ha attraversato le pianure dell’aldilà d’Europa, da Minsk a Leopoli, da Vilnius fino a Gerusalemme, tra boschi che brillano come l’ambra e case di legno in cui ha condiviso con i morti l’ultimo sorso di vodka: un sospiro che è si è fatto quasi una preghiera, gelata come la brina. Monika si lascia trasportare dalle ombre misteriose e sapienti di chassidim perduti, di cui segue il passo errante, che valica i confini, che non conosce le frontiere degli uomini, ma sa perfettamente tenere l’andatura attraversando i sentieri dello spirito. La precedono sempre, in questo lunghissimo vagabondare in cui ovviamente non potrà raggiungerli mai. E dalle sue pagine promana l’odore della terra umida sotto cieli notturni spennellati d’azzurro che impediscono di prendere sonno sia a lei che al lettore, vittima fin dalle prime pagine della sua fascinazione, costretto a leggere per tutta la notte, fino all’alba, fino all’ultimo segno, fino all’ultima immagine. Bellissimo libro, quasi una metafora della ricerca interiore in un’odissea che è un peregrinare iniziatico tra shtetl dimenticati e stanijtze in cui ha trovato rifugio, collazionando volti, poesia di canti perduti, riti che si impastano in una struggente commistione di un’umanità capace ancora di sognare. Non so ben dire se si tratti di un dossier fotografico, di un trattato antropologico, di una intima confessione al proprio sangue, alla memoria di una gente cui intimamente sa di appartenere. O di un romanzo, il più bello che io abbia letto negli ultimi dieci anni. Nelle sue pagine ho recuperato il senso del viaggio e dell’incontro con l’altrove che più volte ho esperito lungo le strade dei mondi slavi in cui ho avuto la fortuna di perdere i miei passi. Si arriva con un profondo senso di nostalgija alle ultime pagine di questo diario, che disvela una curiosa e dottissima viaggiatrice capace di perdersi nelle mappe austroungariche, nei profili contraddittori delle carte dell’ex Unione sovietica, trovando sempre nella notte la luce della grande letteratura a tracciarle il cammino. E così la terra e i paesaggi si squadernano tra le suggestioni di Mickiewicz, di Brodskij e di innumerevoli altri veggenti più umili e ignoti, in vesti contadine, con il viso segnato dalla storia, che le hanno narrato la loro fotografia interiore del mondo e che Monika ha saputo rubare per regalarla a tutti noi.
Dal suo punto d’arrivo io sono partito, non solo idealmente, con i miei libri da recensire chiusi nella sacca, più ricco di prima. Sulle orme del vagabondo Ciril Kosmač sono arrivato in macchina fino a Slap, che anche oggi è poco più di un villaggio sull’Idrijca, in Slovenia, appena oltre il confine dell’asburgica Tolmino. In tutto meno di un’ora da casa mia. Che sono diventate tre, per la tortuosità della strada, i carri lentissimi, la bellezza del paesaggio che spesso mi ha obbligato a fermarmi affinché lo potessi respirare fino in fondo. Ci sono arrivato sotto un’abbondante nevicata di dicembre. Ciril Kosmač è nato qui, nel 1910. Costretto come tanti altri a diventare italiano in virtù del famigerato trattato di Rapallo del 1919, che consegnò il destino di molti slavi come lui alla follia nazionalistica di un’Italia fascista e violenta la quale riversò i suoi deliri etnici su tutti gli “allogeni” sloveni e croati costretti a forza entro i suoi territori. E come loro anche Kosmač soffrì la triste condizione di perdita culturale che costrinse quei popoli a rinunciare alla propria lingua, al cognome, spesso ridicolizzato in un’improbabile traduzione in lingua italiana per cui i Lisica si trasformarono in Volpe, gli Jazbec in Tasso e i Kosmač, appunto, in Cosmacini. Leggo la dotta introduzione che Maria Bidovec prepone ai due racconti editi nel libro, e mi tornano alla memoria le parole che più volte mi ha raccontato Boris Pahor, autore raffinatissimo che l’Italia – affetta da una ben nota sindrome di rimozione – riscopre solo ora, ultranovantenne, più per un fenomeno di moda intellettuale temo, che per averne realmente intuita la portata letteraria. E infatti tutti i riflettori mediatici sono puntati su Pahor di Nekropola, che racconta del campo di concentramento nazista, non su quello, forse anche più intenso, delle tragiche novelle ambientate a Trieste, città in preda alla barbarie fascista, pronta a bruciare i Narodni Dom sloveni in un rogo di follia collettiva, presagio di ben altri incendi ugualmente atroci che di lì a poco avrebbero illuminato la notte più lunga dell’Europa. Ritrovo in Kosmač lo stesso senso di straniamento per la violenza stupida e cieca di un regime che cambiò anche le scritte sulle croci dei cimiteri per segnare l’italianità di quelle terre finalmente “redente”: vicende di una tragicità che la Storia non ci ha mai consegnato, in tutto simili ai racconti della più umile e certamente ignota Marija, massaia slovena del Carso goriziano, residente ancora a Sveto na Krasu, cresciuta assieme a mio padre in una terra di rara bellezza e scarna miseria: poco più che bambina – mi raccontò un giorno – cercava di insegnare l’italiano alla macka di casa, la sua gatta, altrimenti la maestra si sarebbe infuriata con lei e avrebbe usato la bacchetta, se avesse continuato a miagolare in sloveno! Kosmač venne in contatto con la cultura italiana frequentando proprio le scuole a Gorizia. Ma mantenne fortissima la sua identità, tanto che nel ’29 partecipò a un attentato contro un giornale fascista di Trieste, azione che gli valse un anno di galera da scontare a Roma nel carcere di Regina Coeli. L’essenza di questo bel libro è tutta qui, condensata in due brevissimi e intensi racconti di cui si offre anche il testo originale in lingua slovena, Fortuna e Il Bruco. Entrambi rispecchiano l’esperienza vissuta dall’autore prima nell’apparente immobile tranquillità di un villaggio sloveno del tolminese (Fortuna), ritratta in tutta la sua drammatica immobilità e ferocia, e poi attraverso la ristretta visuale di un carcerato che dalle sbarre della sua cella romana osserva l’eroica resistenza di una foglia di ippocastano di fronte all’ineluttabile rosicchiamento di un bruco. Per evitare quel bruco l’autore nel 1931 varcò in clandestinità il confine e raggiunse Ljubljana, da dove fuggì qualche anno dopo, a seguito dell’occupazione fascista che trasformò la città in un lager, deportandone la popolazione nei campi di concentramento di Rab (Dalmazia) e di Gonars (Friuli). Kosmač si spostò poi in Francia, in Africa settentrionale e infine a Londra, dove lavorò anche per la BBC. Rientrato in patria a guerra finita, visse tra Ljubljana e Portorož fino al 1980, anno della sua morte. A Cerkno, pochi chilometri da Slap, in una valle incassata nelle montagne, sorgeva fino a due anni fa (ora distrutta da un temporale violentissimo) la meravigliosa “Bolnica Franja”, l’ospedale partigiano che operò clandestinamente sotto gli occhi della Wehrmacht fino a conclusione della guerra. Non posso non andarci. Mi porto il libro di Kosmač, in una specie di pellegrinaggio rituale. Assieme a Tomaš Pavsič, raffinato intellettuale e già console della Repubblica Socialista di Slovenia a Trieste, ne parlerò per buona parte della notte, davanti al fuoco del suo camino.
Ma è Maja, giovane traduttrice in Ljubljana, che vado cercando fino a Crna, il suo villaggio, lambito dal selvaggio torrente Meza, che sgorga ghiacciato dalle rocce della Peca. Si dice che proprio qui, da qualche parte, si celi dormiente il mitico Kralj Matjaž, il Re Mattia, sul suo scranno di pietra, con la barba tanto lunga da essersi intrecciata a ogni appiglio. È in attesa di essere risvegliato, per poter tornare tra gli uomini, riportando la pace e la giustizia che essi hanno perduto. È un sabato mattina di febbraio inondato da una luce intensissima, come solo la neve sa regalare. Terra di streghe, che qui chiamano torklje, e di altri oscuri personaggi mitologici, nati nell’ombra di una valle che si insinua fin dentro al cuore della Carinzia slovena. Maja è una “vila”, una fata dei boschi. Così almeno mi piace credere, quando chiedo di lei, mentre tutto sembra sotto l’incanto di un sole che brilla, inaspettatamente tiepido, sulla neve che è scesa per tutta la notte. Maja non c’è. È in Istria. Lontanissima. Come solo i sogni e le fate sanno essere, quando è giorno intatto. Mi consolo con una sganja alle erbe.
E dalla mia sacca, nella kuhinja riscaldata dalla stufa di maiolica della Goštilna vicino alla chiesa, esce Fiabe e leggende slovene, il veloce ed elegante libretto a cura di Maria Bidovec, edito per i tipi di Besa, Lecce 2008. Da anni ormai gli etnologi della scuola di Ljubljana, eredi del compianto professor Milko Matičetov, vanno censendo ballate, racconti, leggende e miti che possano individuare un corpus sloveno quanto più esaustivo possibile, collazionando i repertori più diversi, dalle fonti orali a quelle iconografiche, dalle evidenze archeologiche agli oggetti della cultura materiale, fino agli archivi e alle fonti scritte. La straordinaria rivista Mythologica Slava, nata in seno alla loro scuola, è diventata ormai per gli studi di slavistica comparata uno strumento importantissimo e imprescindibile. Ma questa breve raccolta firmata dalla Bidovec, al di là dell’importanza scientifica, di cui fa fede la documentata introduzione, la struttura volutamente classificatoria delle narrazioni (suddivise tra leggende e ballate, racconti eziologici, racconti con creature fantastiche, racconti di animali e fiabe), il severo apparato di note e di fonti, conserva intatta proprio la bellezza del racconto, la poesia della narrazione. Basta sfogliare le pagine e subito dal nulla vengono evocate – alchimia della parola – le cavalcate dei morti, l’eterna lotta tra Kurent (dio della luna, della notte e dell’inverno) e Kresnik (dio del sole, del giorno e dell’estate), la Morte tenuta prigioniera dentro una botte, nel fondo di una tetra cantina, il Vampiro di Kringa; esseri mitici che popolano boschi e villaggi della Slovenia assieme a nani, dame bianche e fabbri burloni. E un peccato davvero che Maja non ci sia. Perché come dicono da queste parti, è dolce incantare una fata con la melodia di una canzone. O di una sotria.
È soltanto lungo la tratta ferroviaria che congiunge Trieste a Ljubljana che mi rendo davvero conto di quanto i libri della sacca siano quasi tutti opera di Maria Bidovec. Docente di letteratura slovena all’Università La Sapienza di Roma, la studiosa si è da sempre occupata dei meccanismi della narrazione, con particolare attenzione alla cultura popolare. E gli amici della rivista mi hanno inviato un prezioso scaffaletto di titoli che la riguardano. Sono le quattro del pomeriggio. Lo scompartimento è tutto per me. Cosa insolitamente strana a quest’ora e su questa tratta. Ma l’inaspettata solitudine mi consente di immergermi nella lettura del suo Raccontare la Slovenia. Narratività ed echi della cultura popolare in “Die Ehre Dess Herzogthunms Crain” di J.W. Valvasor, confrontandolo con quell’altra curatissima edizione, firmata assieme a Irmgard Palladino, del Johann Weichard von Valvasor (1641-1693). Ein Protagonist der Wissenschaftersrevolution der Fruhen Neuzeit. Letture davvero golose, perché affrontano una delle figure più incredibili nel panorama culturale europeo della seconda metà del XVII secolo. Il Valvasor. Una fonte straordinaria e mai sufficientemente studiata. Lettore insaziabile, curioso ricercatore di “memorabilia”, naturalista, geografo, antropologo e raccoglitore di storie: accostarsi alla sua figura è un atto pressocché imprescindibile per chiunque voglia scoprire ed esplorare la Slovenia leggendone la storia attraverso la frastagliata biografia dell’autore carniolano e l’opera poligrafa che gli riuscì di collazionare nel corso della sua vita. La Bidovec entra nella sua biblioteca, ne scopre gli autori prediletti, le fonti laudate, gli interessi capaci di spaziare dall’antiquaria alla corografia. E da qui la ricercatrice parte per una ricognizione della cultura slovena attraverso i secoli, con particolare attenzione alla letteratura popolare. Ma è proprio l’analisi dettagliata dell’Ehre Dess Hertzogthmus Crain, ovvero “L’Onore del Ducato di Carniola”, che riserba le sorprese più interessanti. All’interno di questo straordinario e composito repertorio di fonti, opera monumentale di grande formato che si articola su quindici libri, raggruppati in quattro volumi per un totale di 3532 pagine e 528 illustrazioni, Maria Bidovec individua e trascrive – tra l’altro – una pregevolissima collezione di unità narrative, che lei stessa definisce “povedke”, utilizzando e facendo proprio un termine tecnico introdotto da alcuni folkloristi sloveni per identificare le “fabulae” appunto della tradizione orale di matrice prevalentemente popolare. I testi, che vengono anche restituiti in appendice, sono sistematicamente analizzati e regalano al lettore un ampio repertorio narrativo, che spazia dai racconti storici a quelli aneddotici, da quelli di stampo naturalistico a quelli fantastici, miracolosi, magici. Si susseguono così crocifissi che sanguinano se presi a sassate, cappelle di cui è impossibile contare gli scalini; spettri di anime in pena che vagano senza pace fino a quando non vengono aiutati da anime umili e devote; draghi che si manifestano a coloro che si trovano in peccato mortale; cavalieri che per effetto di stregoneria appaiono per molte ore con la testa di mucca; e accanto a tutto questo ricette di farmacopea officinale, come l’elisir che si può trarre dal pino silvestre, capace di guarire tanto quanto di uccidere bambini malaticci; e ancora voragini spaventose esplorate da uomini ardimentosi, strani fenomeni di eco e il diavolo, che come si sa, nel seicento striscia un po’ ovunque, lasciando i segni delle sue unghie sulle mura di diverse case. Frammenti importantissimi di una coscienza collettiva, di un immaginario fantastico che nell’opera del Valvasor, e ora anche attraverso lo studio sistematico della Bidovec, diventano fonte preziosa per l’indagine storia ed etnografica. E intanto il treno arriva a Ljubljana.
Ma prima di scendere, nei pochi minuti che restano mentre già il vagone si riempie di pendolari, estraggo l’ultimo libro rimasto. Si tratta della documentatissima opera di Joachim Hösler, Slovenia. Storia di una giovane identità europea. Interessante ricognizione dalla colonizzazione antica e slava fino all’indipendenza della repubblica proclamata nel 1991. È a tutti gli effetti un manuale di storia, capace di affrontare con molta obiettività e chiarezza anche le tematiche più recenti e controverse della seconda guerra mondiale, del periodo titino e quindi dell’ultima trasformazione in stato indipendente. Mi colpisce la domanda che si pone nella postfazione Jože Pirjevec: perché mai si deve tradurre un libro dal tedesco, per conoscere la storia di un popolo che nel corso dei millenni si interseca così intimamente con il nostro, con la nostra stessa terra e che fa dunque parte della nostra identità? Non voglio nemmeno tentare di abbozzare una risposta, per quanto sia ben chiara nella mia mente. Al Gajo Jazz Club, nel cuore storico di Ljubljana, mi aspetta Aleš Debeljak, il giovane filosofo sloveno con cui parlerò di Europa. E poi la mia sacca è ormai finalmente vuota. Chiudendo il libro, trovo una qualche consolazione nei versi di France Prešeren, pubblicati in quarta di copertina: “Vivano tutti i popoli / che sperano nel giorno / in cui il sorgere del sole / non annunci più guerre / quando ognuno libero / sarà e i vicini / compagni non ostili”.
eSamizdat
Rivista di culture dei paesi slavi
Registrata presso la Sezione per la Stampa e l'Informazione del Tribunale civile di Roma. N° 286/2003 del 18/06/2003 ISSN 1723-4042
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A cura di: Alessandro Catalano e Simone Guagnelli
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