Archivio rivista
Le Sezioni
Le Info
Compagni di Strada
S. Nosov, Il volo dei corvi, traduzione di L. Pagliara, Voland, Roma 2008 (Claudia Criveller), pp. 306-307
Anni 2002-2003, tre vecchi amici sulla quarantina, un insegnante di matematica, direttore scolastico e esperto di storia della città, un custode di depositi un po’ inconcludente e un artista bohémien, bighellonano per le strade di una Pietroburgo di periferia, attaccati alla bottiglia di Stoličnaja. I tre strambi personaggi, che possono ricordare i “lišnie ljudi” ottocenteschi, sono legati da un antefatto goliardico: vent’anni prima in una notte bianca hanno urinato insieme da un ponte sulla Neva. Oggi una storica dell’arte tedesca, con la quale uno dei tre ha intrecciato una relazione, definisce quella bravata inconsapevole un esempio di arte concettuale. I tre squinternati finiscono sui giornali, che li indicano al pubblico come “gruppo di artisti attuali” che “hanno anticipato di molto le esperienze di autori successivi” e si trovano, senza volerlo, catapultati in un mondo di improbabili performance artistiche. In continui confronti con i protagonisti, talvolta reali, della scena artistica pietroburghese, disquisiscono di “azioni concettuali”, “simulacri” e “ambiente semiotico”, e tentano di rispondere alla domanda fatale: che cos’è l’arte? Che cosa distingue un’opera d’arte dal gesto quotidiano? L’uccisione di un gatto, la decapitazione di un gallo accompagnata dalla lettura di Delitto e castigo o una tomba con le croci capovolte sono da considerarsi fatto artistico? Nonostante discussioni lunghe e nebulose e reiterati sforzi, che determinano una lunga serie di situazioni grottesche, i tre non sanno approfittare di ciò che la sorte ha riservato loro e rimangono nell’anonimato. Uno muore di cancro (per essere stato attaccato da una gallina), un altro confessa l’omicidio della giovane amante (che aveva sposato, diventando bigamo, in una cerimonia nuziale fittizia fra cittadini di Pietroburgo).
Osservazioni serie sull’arte (già divenuta celebre quella intorno al Quadrato nero di Malevič) si alternano a frecciate bonariamente satiriche dirette contro la scena avanguardistica del “teatro-parassita”, della performing art e della body art (“Cos’hai pisciato nella Neva? Forse il tuo sangue? Sai cosa significa ferirsi gli occhi con uno scalpello? Hai mai tagliato parti del tuo corpo? Ti sei mai lanciato da una finestra? Ti hanno mai legato a un letto con la camicia di forza? Hai mai mangiato la merda? No? Non hai mai mangiato merda umana? E hai mai dondolato appeso a un cappio? Chi sei tu?”).
La risposta a quest’ultimo interrogativo attraversa tutto il romanzo: “L’artista è colui che chiama le cose con il loro nome”: una dichiarazione che suona quasi tragicomica, se non assurda, venendo fatta pronunciare a uno dei tre personaggi pietroburghesi. Nella città dai tanti nomi, essi si interrogano costantemente sul significato e sull’origine del nome di tale e tal’altro, di questo e quell’altro luogo, giocano sull’uso di nome, patronimico, e diminutivo. Soprattutto si chiedono ripetutamente come debbano definire se stessi, forse artisti? (“Cerchiamo di accordarci sulla terminologia”). Con il nome l’autore rinasce e viene riconosciuto come tale (i tre si costituiscono in gruppo di artisti e si attribuiscono il nome Il ponte), il fatto acquista dignità d’opera d’arte (“Questa è la volontà del creatore. Con il suo solo nome ha infuso vita a un mucchio di ciarpame: ha creato un oggetto speciale, un’opera d’arte”; “Il nome è lì, a lettere maiuscole accanto all’indicazione ‘Autore’. […] E l’empio si trasforma in tempio. In tempio dello spirito”).
Dalle parole di Katrin, la storica dell’arte alla quale si deve la “scoperta” del gruppo, riemerge in un certo senso il tema del doppio letterario, legato alla concezione dell’artista nuovo. Katrin (lei stessa performer) “sentiva il carattere duplice della propria esistenza: 1) la vita come vita, nel significato comune della parole (un processo continuo); 2) la vita come performance, come improvvisazione, come opera d’arte attuale”. Per ogni evento, per ogni luogo e per ogni persona c’è un risvolto opposto e simmetrico, che rappresenta il mondo come una mascherata: una bravata è un gesto d’arte, una parte del mondo in cui si discute dell’operato di Gorbačev si contrappone a un’altra in cui Gorbačev è un tipo di vodka, una moglie legittima è accostata a una sposata casualmente.
Che il romanzo sia profondamente legato alla tradizione letteraria russa, Sergej Nosov non lo nega affatto, d’altro canto esso è disseminato di omaggi ai grandi letterati e alle loro opere. A chi ha tentato di collocarlo, per la sua ambientazione e le sue caratteristiche specifiche, nel “testo pietroburghese”, l’autore ha replicato che, benché convinto che a quest’ultimo sia stato messo un punto definitivo, è del tutto plausibile che si stia attualmente delineando un “neomitologismo” pietroburghese al quale ricondurre opere come questa. La Pietroburgo monumentale del mito qui è profanata dal gesto scapigliato dei tre balordi, compiuto proprio di fronte al panorama che si apre dal ponte Dvorcovyj, in faccia alla casa di Puškin. Il “neomitologismo” ruota intorno a una semisconosciuta Pietroburgo di periferia, dalla quale sono sparite le ombre e dove hanno fatto la loro comparsa le discariche, le ciminiere delle fabbriche abbandonate e le strade piene di buche, una città “senza tempo” è stato detto, uno scenario quasi su misura dei tre stravaganti squinternati protagonisti.
Che l’autore, ingegnere di formazione, sia anche un abile costruttore di architetture narrative (e drammaturgiche), lo dimostra la raffinata struttura dell’opera, determinata principalmente dall’organizzazione dei piani temporali e concepita in tre parti che procedono a ritroso nel tempo (Prima parte. Suddivisa in capitoli per comodità di comprensione; Seconda parte. Non suddivisa in capitoli; Terza parte. Praticamente l’epilogo). L’incipit di ciascuna delle tre parti contiene espressioni legate alla sfera temporale e definisce immediatamente il piano cronologico: la prima espone l’antefatto e gli eventi contemporanei; nella seconda il piano temporale si sposta all’indietro di una decina d’anni, al 1993, e racconta un viaggio rocambolesco dei tre balordi in Germania. Con la terza parte si ritorna al presente, che appare però filtrato dalla consapevolezza determinata dallo sguardo retroattivo (“Tutto ha origine là, nell’infanzia, nell’adolescenza […]. Con l’età […] non ti aspetti più nulla dal passato. Per lo meno, nulla di nuovo”). Il ritmo lento, in alcune parti addirittura monotono, deriva dal tentativo di dilatare e ritardare il tempo, e farlo scorrere con nostalgica indolenza, come nelle campagne lontane dalla città (“Come passa lento il tempo, vero – disse Katrin. – L’hai notato? Qui il tempo scorre in modo diverso”), quasi temendo che “l’irrealizzabilità del futuro imminente”, dimensione sconosciuta ai tre protagonisti, che “preferiscono il passato al presente”, possa costituire un tormento per gli uomini.
In questo modo, “a seconda dei tempi”, la realtà offre nuove chiavi di lettura: come la bravata di tre perditempo diventa fatto artistico, così oggi il nuovo quotidiano trionfa con il “design e il packaging” e sacchi di polietilene sollevati dal vento possono essere scambiati per corvi bianchi.
Una nota a parte merita la traduzione, che rende con sensibilità e efficacia la lingua duttile, ora tecnica, ora poetica, utilizzata da Nosov. I diversi registri stilistici che si intersecano nel romanzo, i termini specialistici di ambiti fra loro molto diversi (la meccanica delle macchine da scrivere, gli strumenti utilizzati per la riparazione, i termini relativi all’arte o alla matematica), nonché le diffuse espressioni gergali, i volgarismi e i giochi di parole sono resi dalla traduttrice con acribia e creatività.
eSamizdat
Rivista di culture dei paesi slavi
Registrata presso la Sezione per la Stampa e l'Informazione del Tribunale civile di Roma. N° 286/2003 del 18/06/2003 ISSN 1723-4042
Direttore responsabile: Simona Ragusa
A cura di: Alessandro Catalano e Simone Guagnelli
Comitato scientifico: Giuseppe Dell'Agata, Nicoletta Marcialis, Paolo Nori, Jiří Pelán, Gian Piero Piretto, Stas Savickij
Comitato di redazione: Alessandro Ajres, Alessandro Amenta, Silvia Burini, Alessandro Catalano, Marco Dinelli, Eleonora Gallucci, Simone Guagnelli, Katia Margolis, Alessandro Niero, Laura Piccolo, Marco Sabbatini, Massimo Tria, Andrea Trovesi

© eSamizdat 2003-2011, Alessandro Catalano e Simone Guagnelli