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Compagni di Strada
S. Samsonov, Un fuoriclasse vero. Distopia calcistica, traduzione di E. Buvina, Isbn Edizioni, Milano 2009 (Claudia Criveller), pp. 293-295
Nella stampa italiana il romanzo d’esordio Nogi. Nabokovskaja drama na futbol'nom pole [Piedi. Dramma nabokoviano sul campo di calcio, Sankt Peterburg 2007] di Sergej Samsonov (Podol'sk, 1980), che ha studiato scrittura creativa al Literaturnyj Institut di Mosca e lavora come copywriter per una casa editrice, è stato giudicato curioso, insolito, estremamente strano, suggestivo, accattivante, intrigante, misterioso, quasi apocalittico. Benché alcuni di questi aggettivi non siano del tutto sottoscrivibili (in Russia la discussione intorno all’autore, per il quale i critici hanno proposto l’audace confronto con Gogol' e Nabokov, è molto vivace, nonostante l’opera non abbia goduto di fama immediata), le qualità del romanzo sono senz’altro apprezzabili. Quello che maggiormente convince non è la fabula della spy story, messa in risalto nell’anonima avvertenza al lettore ma sviluppata piuttosto debolmente, quanto il carattere di “romanzo di formazione” di un giovane campione russo, che nell’arena del calcio mondiale riesce a insinuare dubbi sui traffici che ne dettano le regole e a mantenere intatta la passione autentica per lo sport.
Nel 1993 Semen Šuvalov è un ragazzino “lì e allora” a Sretensk, sobborgo degradato di Mosca, svogliato a scuola, considerato dagli insegnanti “ritardato mentale” ma con un unico pensiero fisso in testa, il pallone. Si rifugia per lunghe ore al campo improvvisato, allenando l’innato talento che lo porta alla scuola calcio del Cska. Abilità spontanea e tecnica, che lo rendono “capace di pensare e agire davvero velocemente”, ne fanno presto un campione internazionale, tanto da ottenere un ingaggio milionario nella squadra del cuore, il Barcellona del suo idolo Cruijff.
L’ingaggio del Barcellona rappresenta per Šuvalov una vera e propria fuga dalle intimidazioni di un oligarca russo, proprietario del Tottenham, che lo avvicina tramite un emissario e gli propone la maglia del club inglese con mezzi ben al di là del lecito. Šuvalov viene prima pesantemente minacciato e poi, quando tenta di difendere la fidanzata da quegli stessi mafiosi, viene picchiato a sangue e poi finisce in gattabuia accusato di omicidio. Alla manovra, architettata dal boss, il giovane riesce a sfuggire dopo una serie di peripezie e, chiuso in una cassa di legno, arriva miracolosamente a Barcellona, dove lo attende la fama mondiale.
Un giorno, durante una partita allo Stadio delle Alpi contro la Juventus, Šuvalov si accorge del trattamento di favore riservatogli dalla squadra avversaria. Comincia ad avere il sospetto di essere al centro di una grande manovra organizzata per fargli fare sempre bella figura e mettere in luce il suo talento. Šuvalov teme di essere finito in una “congiura cosmica”, in una sorta di Truman show che lo vuol favorire a tutti i costi a vantaggio degli sponsor. Si trasforma così in detective, interroga i compagni e gli avversari, alla ricerca di prove che avvallino la sua ipotesi. Finirà in un ospedale psichiatrico, con il rischio di compromettere la propria carriera e salute. Lo salverà infine l’eterno mito Cruijff, che gli rivelerà di essere stato impressionato soprattutto dal suo “grande cuore”. Ma sarà proprio il cuore a tradirlo nella notte di Natale del 2009, quando lo colpisce un’“ipertrofia del miocardio”, indotta al fine di ottenere una migliore prestazione, e Šuvalov muore sul campo da gioco della sua ultima trionfale partita.
Nel romanzo di Samsonov il calcio è una sorta di incanto, in cui le azioni sul campo sono quasi guidate da una forza sovrannaturale, che l’autore definisce “pulsione calcistica”. Nessuna descrizione o ritratto psicologico esulano dal tema, tutto si incentra sul gioco: le rappresentazioni delle partite sono avvincenti, non semplici sfide di gioco ma battaglie in cui si sferrano “attacchi avversari come la vecchia guardia napoleonica”, si esibiscono “mosse strategiche” di “sperimentati guerrieri”, azioni da “classica incursione di cavalleria” e si dimostra il coraggio dei “gladiatori romani” in duelli personali con l’avversario.
Sebbene una certa insistenza su talune di esse suggerisca ancora la ricerca del mestiere, sul piano artistico il dominio delle tecniche letterarie è già pienamente maturo in questo scrittore esordiente. L’ambiguità del “patto narrativo” enunciato in apertura, consueta per una lunga tradizione letteraria, ne è un esempio. Qui la proclamata finzione narrativa, che scoraggia il lettore a cercare corrispondenze fra la cronologia degli eventi e la realtà contemporanea del calcio mondiale, urta contro l’intenzione dichiarata dall’autore, di utilizzare volontariamente nomi di giocatori, allenatori, presidenti e squadre reali, che si confondono così con quelli frutto dell’invenzione letteraria, mescolando in tal modo fantacalcio e calcio realmente giocato, con i suoi ordinari scandali e le sue imprese da prima pagina.
La struttura del romanzo è complessa: non la scandisce la cronologia degli eventi, bensì l’alternarsi di capitoli sempre intitolati Qui e adesso, con indicazione di una città europea e una data (da luglio 2004 a dicembre 2009); oppure Là e allora, con il nome di una città russa e una data (Da settembre 1993 a luglio 2004 e, caso a parte, Mosca giugno 2004). I titoli designano le tre linee narrative: l’infanzia, il debutto, la nazionale, la fuga nella prima linea (in ordine cronologico); la storia d’amore con Polina nella seconda (Mosca 2004); la fama internazionale, i sospetti, l’indagine, l’ospedale, la morte nella terza linea.
I piani si succedono senza rispettare un ordine temporale: dal 1996 si passa al 2006, per poi rimbalzare al 2004 e ritornare a ritroso al 1998. I luoghi si alternano: ora “là” a Mosca, Archangel'skoe, Sretensk, ora “qui” a Barcellona o Torino. Una certa coerenza nel soggetto è comunque assicurata da una rete di rinvii reciproci contenuti nei capitoli, che hanno prevalentemente una natura speculare. Per esempio, “là” Šuvalov è considerato un bambino ritardato per la scarsa voglia di studiare, “qui” egli è “un selvaggio che non conosce i valori della civiltà. Con […] un chiaro ritardo nello sviluppo, di un calciatore straordinariamente dotato, che per molti aspetti è rimasto un bambino”. “Là” l’“evasione” da scuola e il viaggio in città sono l’occasione per accedere alla scuola calcio e realizzare il proprio sogno. “Qui” la fuga dentro la stiva di un aereo, apre la strada alla celebrità.
La costruzione romanzesca è assai meditata e consapevole, nonché russa per vocazione, come suggerisce il sottotitolo dell’edizione originale, in cui si rinvia implicitamente alla fuga negli scacchi di un altro bambino nella Difesa di Lužin. Molti sono i miti artistico-letterari nazionali con cui il romanzo si confronta: il primo e più evidente è il “qui” e “là”, il “naš” e “čužoj”, ripetuto in ogni capitolo, e non scevro da reminiscenze archetipiche (lo scagnozzo al soldo della mafia, Azarchov, si scaglia contro “la civile, decrepita, pingue Europa”), oppure il concetto bachtiniano del “carnevale”, enunciato per spiegare il rituale del gioco a pallone, per il quale i primi calciatori utilizzavano i piedi (simboli di morte giacché calpestano le spoglie mortali) per colpire le teste mozzate dei nemici sconfitti, mettendo sullo stesso piano deboli e potenti, invulnerabili e indifesi. Per questa ragione il calciatore riesce a dominare la morte e il calcio diventa rito profondamente simbolico.
Il tema è affrontato anche a livello intertestuale, quando Polina legge a Šuvalov la poesia Futbol di Mandel'štam, alcuni motivi della quale vengono ripresi in diversi punti del romanzo. Ciò accade in un momento cruciale dell'opera, ovvero immediatamente prima dell’apparizione del truce Azarchov, che sembra venirne evocato e che, per il tono insinuante con il quale si intromette nella conversazione fra i due fidanzati, richiama l’incontro di Voland con Berlioz e Bezdomnyj nella Mosca bulgakoviana.
Anche l’epilogo ricorda il romanzo di Bulgakov: Šuvalov finisce in un ospedale psichiatrico svizzero, dove i medici tentano di curare il suo delirio professionale. Si prende cura di lui Polina, amorevole come Margherita nei confronti del Maestro. Nell’opera bulgakoviana l’eroe viene salvato da Voland, che gli concede la pace e il “rifugio eterno”, in quello di Samsonov interviene Cruijff che, recatosi in visita all’ospedale, riporta Šuvalov alla sanità mentale e lo restituisce al gioco del calcio e ai suoi tifosi. Non è superfluo far notare, peraltro, che Samsonov è stato nominato “Maestro bulgakoviano” (nonché scoperta del 2008) per il suo discusso secondo romanzo, Anomalija Kamlaeva. Literaturnaja simfonija [L'anomalia di Kamlaev. Sinfonia letteraria, Moskva 2008].
La possibilità suggerita dai medici di curare Šuvalov eliminando integralmente e coercitivamente in lui l’interesse per il calcio, richiama, inoltre, un’ulteriore consonanza letteraria, ovvero l’estirpazione chirurgica della fantasia nel protagonista di Noi di Zamjatin.
Nel gioco degli indizi e delle allusioni, i personaggi di Šuvalov e Polina sono costruiti piuttosto esplicitamente sulla base di archetipi della grande letteratura russa: il primo è un personaggio volutamente “sdoppiato”, scolaro indolente da una parte, campioncino sveglio con una doppia vita dall’altra; la seconda si ispira al modello di Tat'jana Larina: con lei condivide un’educazione sentimentale soprattutto di natura letteraria e, come lei, è una “fanciulla romantica” in attesa dell’amore. Per di più, non secondariamente, Samsonov induce il lettore a ricordare la Tat'jana puškiniana mediante un riferimento onomastico (Tat'jana “Praskov'ja, la chiamava Pauline”).
Alcuni critici in patria hanno messo in rilievo l’assenza di uno stile proprio, ciononostante nel romanzo risulta particolarmente vivace l’aspetto linguistico, almeno per quanto riguarda l’ambito sportivo, in cui Samsonov raggiunge l’apoteosi dei tecnicismi calcistici, del gergo da spogliatoio e di quello dei commentatori televisivi, che la bravissima traduttrice Elena Buvina rende con grande accuratezza ed esuberanza espressiva.
Vale la pena, in chiusura, esprimere un certo rammarico per la scelta del titolo dell’edizione italiana. La ricezione del lettore viene guidata, a questo livello, in modo assai lontano dall’intenzione autoriale. Ai “piedi” del titolo russo fa da contraltare una rete di riferimenti intratestuali, disgregata in italiano, ma essenziale, in quanto contenente il significato simbolico attribuito al gioco del calcio. La scelta del sottotitolo, per di più, orienta il lettore verso il plot della spy story internazionale, lasciando del tutto inesplorata l’allusione alla natura profondamente letteraria e autenticamente russa del romanzo.
eSamizdat
Rivista di culture dei paesi slavi
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