Archivio rivista
Le Sezioni
Le Info
Compagni di Strada
Glosse storiche e letterarie VI (e ultime)
[F. Jappelli, Da Praga 1983-1988. Immagini di una topografia letteraria, con un testo di S. Corduas, Edizioni Polistampa, Firenze 2008; Socialistický realismus Československo 1948-1989 – Socialist realism Czechoslovak 1948-1989 – Realismo socialista Cecoslovacchia 1948-1989, Nadační fond Eleutheria, Praha 2008; “Versi sparsi”; “Su Ripellino”; G. Dierna: “Sulla letteratura ceca degli anni Cinquanta, ma non solo: precisazioni storico-letterarie e note metodologiche”, Europa orientalis, 2008 (XXLII), pp. 389-426] (Alessandro Catalano), pp. 400-407
Assieme alle recensioni di eSamizdat finiscono anche queste glosse storiche e letterarie. Lo scrivo con sollievo, anche perché se ne sono lamentati in molti. Più che le segnalazioni oggi sono apprezzati i pamphlet. È questa l’epoca, sono questi i costumi...

F. Jappelli, Da Praga 1983-1988. Immagini di una topografia letteraria, con un testo di S. Corduas, Edizioni Polistampa, Firenze 2008
Le 72 fotografie in bianco e nero di Francesco Jappelli, pubblicate vent’anni dopo l’ultimo scatto, ritraggono angoli di una Praga che non esiste più, perlomeno di giorno e a prima vista. Quella Praga è oggi una Praga notturna, una Praga dei giorni di pioggia, una Praga da andare a cercare, a volte anche con fatica. Negli anni Ottanta era invece una Praga regalata a ogni passo, per non dire svenduta, a chiunque avesse la pazienza (i soldi allora non erano un problema) di superare una cortina di ferro che stava in piedi come la cenere della sigaretta sul punto di crollare.
Ed è un bene che Jappelli l’abbia ritratta proprio nell’ultimo momento in cui era possibile farlo alla luce del sole: gli anni finali della totale sospensione temporale della normalizzazione di Gustav Husák (“anni in cui splendore e abbandono della città si rispecchiavano a vicenda”, dice l’autore nella sua premessa, p. 13). Sono fotografie che hanno qualcosa della astoricità delle immagini di Jan Reich, sia pure per percorsi paralleli e non influenze reciproche, portando alla valorizzazione di quegli angoli di territorio in cui la storia si è sedimentata, pur senza apparirvi quasi mai. Ma la storia in realtà è presente, ma non nella fotografia, non invade lo spazio visivo, si ferma accanto, grazie anche al gioco di rimandi intertestuali con i versi e i passi in prosa che in ogni pagina accompagnano le immagini. Testi letterari di autori cechi e tedeschi (più il bonus di Praga magica di Ripellino), scelti con grande sensibilità, accompagnano infatti la passeggiata letteraria costruita dal fotografo. La letteratura quindi non è un “pretesto”, come tante volte accade, ma un “paratesto” di uguale importanza in quell’efficace “macrotesto” del libro costruito e realizzato da Jappelli. Ed è funzionale perché racconta ciò che non c’è. Sergio Corduas nell’introduzione mette opportunamente in evidenza proprio il fatto che “non si devono guardare queste fotografie senza sentire quel che in esse manca” (S. Corduas, “Praga non magica né tragica”, pp. 7-12). Ma non è solo un gioco su ciò che chi è stato a Praga sa esserci dietro gli angoli fotografati, è un consapevole rimando a ciò che è avvenuto in quei luoghi nel lontano passato.
A molti la modernizzazione di Praga è sembrata uno scempio e potrebbero vedere in questo libro un omaggio a una Praga sparita, come le vecchie cartoline di città al di fuori della memoria. Ed è forse per questo motivo che in ogni immagine si avverte una strana rarefazione da città di provincia, data più ancora che dall’assoluta normalità (se non alle volte totale assenza di moda) dei vestiti delle poche persone inquadrate di sfuggita (e lo stesso vale anche per le automobili), dalla particolarità dell’inquadratura e dell’esposizione, obliqua la prima, lunga la seconda. Per chi quella Praga non l’ha conosciuta non potrà non risultare sorprendente il decadimento di Malá strana, così come il grigiore delle facciate di edifici che hanno oggi colori squillanti. Ma ancora più belle da cogliere sono le tracce di dettagli di un passato preistorico, gli alberi a Kampa, qualche palazzo scrostato, logori manifesti sovrapposti gli uni agli altri, le vecchie uniformi della polizia.
A stupire davvero, alla fine, non è tanto però l’assenza delle insegne pubblicitarie o dei turisti, ma l’assoluta sospensione del tempo ottenuta da Jappelli. E in fondo è proprio questo che è successo nella Praga dei vent’anni successivi alla rovina della Primavera, quando il tempo è rimasto irrealmente sospeso. Non a caso, come dice Corduas, è visibile l’assenza quasi assoluta dei simboli del comunismo: “i luoghi e il modo in cui Jappelli fotografava sono di anni in cui di ‘socialismo’ non v’era ormai quasi traccia, già sostituito da locale consumismo, mascherato libero mercato per multinazionali, privata cinica ricerca di bene materiale” (p. 12). Dopo il 1989 sono stati molti gli italiani perplessi davanti alla nuova Praga “capitalista” e capitava spesso di avvertire vera nostalgia per la città di una volta, una nostalgia che pochi cechi, a essere sinceri, comprendevano. E spesso peraltro non si trattava nemmeno del mondo irreale e fascinoso così ben colto da Jappelli, ma era quel sentimento che assale quando si entra nelle “riserve indiane”, dove ci si sente sempre fuori luogo, anche se più ricchi.
Anche perché la domanda è molto semplice, anzi banale: perché proprio Praga sarebbe dovuta rimanere chiusa nella sua prigione normalizzata? Le fotografie di Jappelli sembrano dare una risposta irrazionale: semplicemente perché era bella…

Socialistický realismus Československo 1948-1989 – Socialist realism Czechoslovak 1948-1989 – Realismo socialista Cecoslovacchia 1948-1989, Nadační fond Eleutheria, Praha 2008
Probabilmente non è un caso nemmeno che anche un’altra interessante iniziativa editoriale in ceco, inglese e italiano, curata dalla fondazione praghese Eleutheria, abbia radici italiane. Il catalogo di questa collezione privata presenta i frutti di un’intensa attività di acquisizioni di opere pittoriche realizzate negli ultimi vent’anni da una serie di “esploratori stranieri”, per usare la definizione di uno di loro, Francesco Augusto Razzetto (p. 9). Di fronte all’avversione di molti per le opere del realismo socialista e all’assenza di veri studi su questo importante periodo dell’arte ceca, la raccolta della fondazione (consultabile anche all’indirizzo http://www.eleutheria.cz/sorella/sorella1.html) finisce per rappresentare una delle collezioni più complete e una sorta di catalogo generale di un periodo storico che sta rischiando di subire nella società ceca lo stesso processo di rimozione che, nell’Ottocento, subì tutta l’età barocca. Vista l’intensità del rifiuto degli anni del culto della personalità, ormai identificati a tutti gli effetti in modo esclusivo con i processi politici e le esecuzioni degli avversari, stupisce infatti ben poco che siano stati per lo più stranieri gli acquirenti delle opere pittoriche del realismo socialista.
Oltre al testo “Realismo socialista e Cecoslovacchia” (la versione italiana alle pp. 29-34) di una delle poche studiose a essersi occupate del fenomeno (si veda il catalogo della grande mostra da lei curata nel 2002, T. Petišková, Československý socialistický realismus 1948-1958, Praha 2002) e all’analisi della critica italiana Genny di Bert (la versione italiana alle pp. 55-62), accompagnati dalle biografie degli autori (in italiano a pp. 174-179), l’elegante volume presenta 99 riproduzioni di opere riconducibili al complesso fenomeno del realismo socialista ceco. Magari qualcuno potrebbe rimanere sorpreso dalla differenza d’approccio delle due autrici, provenienti da contesti culturali molto diversi e con un differente rapporto con questo passato artistico, anche se si può comunque rilevare una convergenza nella costatazione di quanto sia ormai urgente tornare ad analizzare in modo più approfondito un periodo chiave nelle evoluzioni artistiche della storia del XX secolo.
I protagonisti e le ambientazioni più comuni sono naturalmente quelli classici del realismo socialista (soldati, operai, fabbriche, miniere, lavori nelle campagne, grandi costruzioni, momenti e personaggi storici legati al movimento comunista), anche se qualcuno potrebbe magari stupirsi per la frequente presenza di reminescenze moderniste. Anche se una storia dell’arte completa del periodo dev’essere ancora scritta, il paradosso sempre sorprendente è che i quadri dalla maggiore forza espressiva sono quelli risalenti agli anni Cinquanta, il periodo in cui, nonostante il suo estremismo etico ed estetico, il realismo socialista ceco era ancora caratterizzato da una tensione creativa non paragonabile alle stantie realizzazioni di direttive politiche che hanno caratterizzato in modo evidente i due decenni successivi alla Primavera di Praga.
Stranamente, se proprio si volesse fare un appunto a questa meritoria pubblicazione, soprattutto vista la cura con cui è stato realizzata, andrebbe riferita alle traduzioni in italiano, chiaramente non opera di un madrelingua.

“Versi sparsi”
Sarebbe ingiusto non approfittare di quest’ultima occasione per segnalare la gran quantità di traduzioni di testi poetici di autori cechi usciti negli ultimi anni. Non è certo questa l’occasione per un discorso critico più ampio, ma è evidente che l’impegno, diverso ma ugualmente produttivo, di vari studiosi, ha portato a risultati senza dubbio importanti nell’ampliare l’offerta di poesia ceca disponibile anche per il lettore italiano.
Il lungo sforzo di Giovanni Raboni e Marco Ceriani nella traduzione dell’opera di Vladimír Holan (1905-1980), il celebre poeta metafisico scoperto per il pubblico europeo da A.M. Ripellino nel 1966, è culminata nella pubblicazione delle ultime traduzioni a quattro mani, ultimate prima della morte di Raboni. Dopo il volume V. Holan, A tutto silenzio. Poesie (1961-1967), introduzione di V. Justl, traduzione di V. Fesslová, versi italiani di M. Ceriani e G. Raboni (Milano 2005), con una nutrita selezione dalla raccolta Na sotnách [A lume d’agonia], sono state tradotte dalla raccolta Předposlední [Penultima] sedici poesie nell’Almanacco dello specchio del 2006 e, più di recente, 53 poesie nel numero monografico che la rivista Istmi ha dedicato al poeta ceco (“Tempo di mutezza. Poesie di Holan”, traduzione e biografia di V. Fesslová, versi italiani di G. Raboni e M. Ceriani, Istmi, 2008, 21-22, con l’appassionata postfazione di M. Ceriani, “Una notte a Kampa. Novena per Holan”, pp. 141-161).
Annalisa Cosentino, dopo aver curato la bella antologia della poesia di J. Skácel, Il colore del silenzio. Poesie 1957-1989, a cura di A. Cosentino, con una postfazione di J. Mikołajewski, Pesaro 2004 (si veda la recensione in eSamizdat, 2005/1, p. 277) e il volume di I. Wernisch, Corre voce ovvero La morte ci attendeva altrove, a cura di A. Cosentino, traduzione di I. Oviszach e A.M. Perissutti (Udine 2005), ha presentato una puntuale antologia della produzione poetica di sette poeti cechi, esponenti importanti del panorama attuale della poesia ceca nel quale si intersecano voci appartenenti a generazioni e a concezioni poetiche molto diverse tra loro: V. Fischerová, I. Wernisch, P. Hruška, M. Doležal, P. Borkovec, K. Rudčenková, P. Kolmačka (“Nuova poesia ceca”, a cura di A. Cosentino, Semicerchio, 2005, 22-23, pp. 3-25).
Molto ricca è stata l’opera di traduzione di Antonio Parente, che si era già segnalato come curatore dell’antologia Sembra che qui la chiamassero neve. Poeti cechi contemporanei, Milano 2005, che conteneva una scelta di poesie di M. Ajvaz, P. Kabeš, P. Král, M. Nápravník, P. Řezníček, K. Šiktanc, J. Topol (si veda la recensione in eSamizdat, 2005/2-3, pp. 530-531). Di recente Parente ha curato una nuova, ancora più variegata, antologia poetica, traducendo un gran numero di poeti cechi in italiano, quasi tutti per la prima volta (Petr Král, Milan Nápravník, Ludvík Kundera, Karel Šiktanc, Věra Linhartová, Petr Kabeš, Michal Ajvaz, Norbert Holub, Pavel Šrut, Jáchym Topol, Bogdan Trojak, Emil Juliš, Sylva Fischerová, Pavel Řezníček, Karel Šebek, Roman Erben, Viola Fischerová, Svatava Antonošová, Marian Palla, Petr Halmay). Se alcuni degli autori pubblicati appartengono senz’altro ai più significativi poeti cechi degli ultimi decenni, è forse un peccato che vengano presentati con una sola poesia a testa (“Oltre la gabbia una lacerante notte. Poeti cechi contemporanei”, a cura di A. Parente, Hebenon, XIII, Quarta serie, 1-2, 2008, pp. 26-51). Confermando la sua predilezione per la tradizione surrealista, Parente ha inoltre curato due antologie ben più corpose, prima dell’opera poetica di Karel Šebek (Guarda nel buio, com'è variopinto, prefazione di P. Řezníček, con una testimonianza di E. Válková, postfazione di J. Nejedlý, Rovigo 2007), accompagnando l’edizione con molti materiali che contestualizzano l’opera di questo poeta ormai “irreperibile” da molti anni, e poi del più prolifico poeta surrealista contemporaneo, Pavel Řezníček (Confessione di un funambolo, traduzione di A. Parente, Milano 2008), già noto in italiano grazie al romanzo Il soffitto (Roma 1984). Parente ha infine dedicato due importanti lavori all’ingiustamente poco noto in Italia Karel Šiktanc, al quale è stato conferito nel 2006 il premio NOBELito (http://www.hebenon.com/). Oltre a un’ampia antologia della poesia di Šiktanc, Come si strappa il cuore (Milano 2006), che contiene poesie tratte dalle raccolte Zaříkávání živých [Incantesimi sui vivi, 1966], Adam a Eva [Adamo ed Eva, 1968] e Jak se trhá srdce [Come si strappa il cuore, 1969-1969], la rivista edita dalla stessa Associazione culturale Hebenon che ha indetto il premio NOBELito ha pubblicato, oltre a una bibliografia delle opere, una ricca antologia di studi critici sull’opera di Šiktanc, con testi di P.A. Bílek, M. Červenka, J. Holý, P. Hruška, M. Langerová, V. Macura, K. Ondřejová e G. Zand (Hebenon, XI-XII, Terza serie, 7-8, 2006-2007, pp. 5-82).
Nel 2009 è stata infine pubblicata la prima raccolta poetica integrale di Jiří Kolář (1914-2002), uno dei più noti artisti cechi del XX secolo, che come poeta ha però sempre ricevuto – almeno in Italia – un’attenzione piuttosto frammentaria. Oltre al bel volume di Collages (Torino 1976), che contiene uno dei più brillanti saggi di A.M. Ripellino (“Su Kolář”, pp. 1-41), vanno ricordati almeno due importanti cataloghi (Jiří Kolář, Torino 1981; Jiří Kolář, Milano 1986), l’unica opera finora tradotta integralmente in un’edizione per bibliofili Opere postume del signor A. (traduzione di A. Mura e S. Richterová, Paris 1990) e le poesie tradotte nel volume Tra immaginazione e memoria. Quattro percorsi poetici. Nezval, Havlíček, Kolář, Skácel, a cura di A. Cosentino, A. Catalano e A. Wildová Tosi (Roma 1998), nonché un paio di libri per bambini (di recente la stessa casa editrice aveva pubblicato ad esempio il suo delizioso volumetto del 1961 illustrato da V. Fuka, Il signor Pescedaprile, traduzione di V. de Tommaso, Porto Valtravaglia 2006). Il nuovo Epitteto, a cura di M.E. Cantarello, traduzione dal ceco di M.E. Cantarello e Sergio Corduas (Porto Valtravaglia 2009), presenta – preceduto da un “Kolářgramma” di Claudio Canal (pp. 7-15) – un testo scritto nel 1956-57, ma pubblicato soltanto nel 1968, in cui il Manuale di Epitteto viene parafrasato e adattato a un’idea di poesia stoicamente assoluta. Non a caso la prima massima recita “Alcune cose della poesia sono in nostro potere e alcune non lo sono / In nostro potere sono la valutazione volontà desiderio e silenzio / Questi sono i nostri doni / In nostro potere non sono parole bellezza destino giudizio / Tutto ciò che dobbiamo creare e di cui dobbiamo essere causa” (p. 21). Le cinquantatré massime del Nuovo Epitteto rappresentano una sorta di monumento alla poesia morale: “Infine ti dirai: 1. Conducimi Dio e tu destino / A scrivere ciò che mi è assegnato / Poiché scriverò senza temenza / E se per mia miseria non ne sono capace / Tuttavia vi seguirò // 2. Chi si affida alla poesia moderna / Ancora non è saggio e sapiente delle cose divine // 3. Tuttavia che cosa sono saggezza e sapienza delle cose divine / Non dette col verso? / 4. Poi potrò essere anche ucciso / Ma nessuno mi offenderà” (p. 155). Quando verrà pubblicato, come anticipano gli editori, Il fegato di Prometeo, la raccolta centrale per comprendere la concezione di Kolář della poesia basata sull’integrità morale del soggetto, diventerà chiaro anche il perché di un manuale di poesia morale nella Cecoslovacchia degli anni Cinquanta. Nel percorso poetico del Kolář, al poeta testimone oculare di un’epoca tragica si stava infatti aggiungendo il violento censore della degradazione dei valori base della vita umana. Il poeta si stava trasformando così nell’unica autorità in grado con la sua presenza accanto ai protagonisti più disperati delle azioni umane di offrire una via d’uscita al caos semantico e all’ambiguità della realtà che lo circonda.
Alla luce di tutte queste meritorie edizioni recenti si può provare ad abbozzare un giudizio provvisorio: quando anche in Italia finalmente si avrà a disposizione un quadro critico della poesia del secondo Novecento, portando così a termine un discorso in buona parte interrotto dopo la morte di Ripellino, emergerà in modo evidente che la poesia ceca del secolo scorso ben poco ha da invidiare alle più note tradizioni poetiche dei paesi che circondano la Repubblica ceca.

“Su Ripellino”
Come ben sa la redazione di eSamizdat (su Ripellino si vedano eSamizdat, 2004/2, pp. 135-145; 2005/2-3, pp. 447-451; 2007/1-2, pp. 455-458; 2008/1, pp. 169-196; oltre che l’ankteta pubblicata nei numeri 2003, pp. 171-177; 2004/1, pp. 141-148), la riscoperta degli ultimi anni dei testi, anche minori, di Angelo Maria Ripellino deve moltissimo alla tenacia e alla cura filologica di Antonio Pane, da decenni sulle tracce di testi più o meno noti di colui che è stato (in tempi ormai lontani) suo professore universitario. Tralasciando ora le ristampe dei libri più famosi tutt’ora presenti nel catalogo Einaudi, Pane ha curato non soltanto la bibliografia completa di Ripellino (si vedano eSamizdat, 2004/2, pp. 251-274; e il successivo aggiornamento nel numero 2007/1-2, pp. 449-452), ma anche l’edizione di un gran numero di testi sparsi di complessa reperibilità. Al di là di tutto il gran parlare che si è sempre fatto di Ripellino, quindi, se nel corso di pochi anni la sua opera è tornata accessibile in libreria, il merito va quindi soprattutto a una persona concreta.
Se si esclude l’edizione di una bella scelta delle recensioni di Ripellino pubblicate sul Corriere della sera e sull’Epresso (Nel giallo dello schedario. Note e recensioni “in forma di ballate” (1963-1973) , a cura di A. Pane, Napoli 2000), espressione di quella “critica letteraria militante, così congeniale alle sue corde, ai suoi umori antiaccademici” (p. 7), è dal 2003 che la pubblicazione delle raccolte di saggi di Ripellino ha assunto un ritmo incalzante. Centrale è stato peraltro anche il recupero degli scritti ripelliniani dedicati alle arti figurative (I sogni dell’orologiaio. Scritti sulle arti visive (1945-1977), a cura di A. Nicastri, con uno scritto di A. Perilli, Firenze 2003), diversi dei quali pubblicati nell’immediato dopoguerra, ma poi con una cadenza particolarmente serrata negli anni Sessanta, quando Ripellino osserva con inconsueta attenzione il mondo dell’arte (in particolare di quella ceca), con il suo particolare approccio critico non condizionato da pesanti bagagli teorici: “la mancanza di una specifica teoria estetica è ampiamente compensata negli scritti ripelliniani dal filtro poetico attraverso il quale l’autore seleziona, combina ed interpreta le vicende dell’arte” (p. XXXVII). Lo stesso curatore ha in seguito pubblicato anche un interessante volume in cui ha ricostruito non soltanto i rapporti di Ripellino con le arti figurative, ma anche l’evidente influenza avuta sugli artisti di Forma 1: A. Nicastri, Ars una. Angelo Maria Ripellino e gli artisti di Forma 1. Con un’intervista ad Achille Perilli e una testimonianza di Piero Dorazio (Avellino 2005).
Se senz’altro stimolante, anche per il ricco corredo fotografico, era stato il “Dossier Ripellino”, a cura di A. Fo e A. Pane (Il caffè illustrato, 2003, 11, pp. 36-59), seguito subito dopo dal numero monografico della rivista Trasparenze a cura di F. Lenzi (Supplemento non periodico a Quaderni di poesia, 2004, 23), che conteneva anche una prima scelta dell'epistolario, centrale è risultata la riproposizione di molti testi letterari ripelliniani ormai da troppo tempo assenti nelle librerie.
Storie del bosco boemo e altri racconti, cura e postfazione di A. Pane (Messina 2006) aggiunge altri tre racconti “sparsi” ai quattro “capricci” pubblicati in prima edizione nel 1975. L’omonima ricostruzione allegorica delle tristi vicende della Primavera, che culminano con l’allontanamento del protagonista, tradiscono a ogni pagina la vibrante delusione dell’autore (“Non ho ancora trovato il tema di questo racconto. Eppure non posso non scrivere. Scrivere, prendere appunti è un’ossessione che ti corrode la vita”, p. 87). E alla fine di quella vicenda storica, attraversata con la verve di un saltimbanco, l’atmosfera torna sommessa, delusa, come dopo le sconfitte fatali: “Gli ultimi spettacoli somigliarono a festicciole in famiglia, a fosforescenze di una parrocchia di mummie. Pareva di trovarsi a quei balli di veterani della spedizione di Massimiliano, che un tempo si svolgevano a Praga ogni inverno” (p. 103).
Dopo lunghi sforzi, l'opera di Ripellino è stata però anche (e soprattutto) restituita nella sua completezza per quanto riguarda la poesia; prima o poi ne verrà definitivamente riconosciuto il ruolo centrale nella storia della poesia della neoavanguardia italiana (essendone Praga magica la principale opera narrativa). E questo non soltanto attraverso la ripubblicazione delle tre opere poetiche centrali (Notizie dal diluvio – Sinfonietta – Lo splendido violino verde, a cura di A. Fo, F. Lenzi, A. Pane e C. Vela, Torino 2007), ma anche grazie al paziente e accurato recupero del resto della sua produzione poetica, che ha attraversato vicende diverse e complicate (Poesie prime e ultime, a cura di F. Lenzi e A. Pane, presentazione di C. Vela, introduzione di A. Fo, Torino 2006). In questo modo si è resa giustizia a un destino anche personale (scrive Pane nell’“Introduzione” al primo dei due volumi: “Il poeta Ripellino nasce tardi. Per vent’anni è oscurato dallo slavista che ne usurpa i talenti”, p. XIII), dovuto in buona misura al fatto che, come nessun altro poeta, Ripellino si è trovato completamente al di fuori del canone della poesia italiana. Per usare le parole di Claudio Vela nella “Presentazione” al secondo dei due volumi, “mai si era vista una poesia così poco ‘italiana’, per quanto scritta nella nostra lingua. Poesia veramente fuorilinea, nessun rassicurante -ismo le era applicabile” (Ivi, p. 8).
Se ce ne fosse bisogno, il volume Oltreslavia. Scritti italiani e ispanici (1941-1976) , a cura di A. Pane, nota introduttiva di A. Cusumano (Mazara del Vallo 2007) testimonia non soltanto la vivacità del Ripellino ancora adolescente, ma anche la forte curiosità per altri orizzonti letterari del giovane critico, indirizzati prima di tutto verso la Spagna (anche se non meno significative sono le incursioni ripelliniane in ambito italiano). In un così ricco contesto, rischierebbe di non essere pienamente apprezzata una delle ultime fatiche di Pane, il volume Solo per farsi sentire. Interviste (1957-1977). Con le presentazioni di programmi Rai (1955-1961) (Messina 2008), che ripropone oltre alle interviste di Ripellino (tra cui non manca ovviamente la più famosa, con Corrado Bologna, “L’arte può salvarci con ferite di gioia”, pp. 39-42), un paziente recupero dei materiali radiofonici e televisivi conservati nelle Teche Rai e dei numerosi testi scritti da Ripellino per il Radiocorriere TV. Anche se naturalmente è una grande fortuna che questi testi siano stati finalmente pubblicati, giustamente Pane sottolinea come leggere Ripellino sia cosa molto diversa dall’ascoltarlo: “Ascoltare la voce di Ripellino, dopo la lettura ‘silenziosa’ delle opere, è una vera emozione: il suo elettrico velluto – un declamato ‘curiale’ percorso da lampi di ilarità, da corrugamenti sarcastici, da sordi rimbombi, franante a tratto in un sospiro che sembra inseguire il fiato disperso – non si dimentica” (p. 6).
Un valore in qualche modo riassuntivo ha poi la pubblicazione delle splendide cronache giornalistiche di Ripellino, che aveva deciso di prestare la sua penna agitata al racconto dei fatti di Praga ben prima dell’ascesa di Alexander Dubček, e che sono ora, finalmente, disponibili in forma completa nel libro L’ora di Praga. Scritti sul dissenso e sulla repressione in Cecoslovacchia e nell’Europa dell’Est (1963–1973), a cura di A. Pane, con la collaborazione di C. Panichi, prefazione di N. Ajello, contributi di A. Catalano e A. Fo (Firenze 2008). Nel momento in cui il mondo letterario, che di solito resta chiuso nelle sue trincee accademiche, fatte di polemiche spesso incomprensibili e dettate da animosità personali, era stato nel 1967 in Cecoslovacchia improvvisamente catapultato al centro di un dibattito che nel giro di pochi mesi aveva elettrizzato tutta la società cecoslovacca, Ripellino decide infatti di scendere in campo. In modo sempre più consapevole piega la sua lingua e il suo stile all’esigenza del reportage. Nei limpidi testi di Ripellino non manca quasi nulla di questa stagione di esplosiva creatività della cultura ceca, appena liberata dal bavaglio ideologico del culto della personalità (alcuni sono stati pubblicati poco dopo anche in ceco sulla rivista Souvislosti, 2008/2, pp. 106-128).
Se, grazie a quest’imponente attività editoriale, l’immagine di Ripellino è tornata a essere non solo finalmente presente, ma anche più nitida e sfaccettata, Antonio Pane ha anche iniziato, nelle numerose introduzioni, postfazioni e note editoriali ai testi citati, a ricostruire – con grande originalità e tenacia – l’orizzonte simbolico comune a tutta l'opera di Ripellino e ha stilato una prima mappa della migrazione dei singoli temi da un testo all’altro. Ma più in generale va detto che, al di là dei legami intertestuali evidenziati tra le singole opere, senza il lavoro di Pane quello di Ripellino sarebbe probabilmente rimasto ancora un nome da usare spesso nei salotti, ma difficile da trovare sugli scaffali delle librerie.

G. Dierna: “Sulla letteratura ceca degli anni Cinquanta, ma non solo: precisazioni storico-letterarie e note metodologiche”, Europa orientalis, 2008 (XXLII), pp. 389-426.
La degna conclusione di queste ultime glosse, ma un po’ anche di tutta l’esperienza vissuta da eSamizdat in questi anni, mi sembra offerta dalle 37 pagine ospitate da Europa orientalis nel numero uscito nella primavera del 2009 a proposito di un mio libro “illeggibile, superficiale e impreciso, presuntuoso e astratto, privo di una qualche idea originale e quindi tutto basato su idee altrui” (p. 389).
Abituato a valutazioni diametralmente opposte in Italia e all’estero, non potevo certo attendermi qualcosa di diverso dall’autore – non nuovo a simili incontinenze verbali – di questo testo pieno di livore. So bene che in questo modo deluderò chi pregusta l’ennesima rissa nella piccola pozza della slavistica italiana e anche quanti, al contrario, continuano a ritenere questo settore disciplinare un enorme e splendido lago ghiacciato frequentato da cigni immacolati, ma avevo già deciso più di dieci anni fa che non avrei mai risposto ad alcuna invettiva che legittimasse questo modo di discutere violento e fazioso. Non dubito peraltro che l’autore sia già al lavoro su un’altrettanto ponderosa “recensione” della mia seconda monografia, anche se stavolta, purtroppo per lui, tre anni dopo quella italiana è uscita anche la versione ceca, che ha ricevuto un’ottima accoglienza (http://www.esamizdat.it/tribu/riconquista_rec.htm). Mi sembra più che sufficiente notare che un’altra importante casa editrice ceca sta per pubblicare la traduzione anche del libro in questione…
Per riassumere brevemente, nell’interpretazione dell’autore di quest’elaborato di dubbio gusto, mi ritrovo non soltanto indomito plagiatore e crasso ignorante, incapace di tradurre, leggere e persino di copiare semplici passi di seconda mano (usuraio e assassino per il momento ancora no, ma non mancheranno puntate successive), ma anche autore di “una frase talmente inverosimile che sembra uscita direttamente dalla perversa fantasia del tanto (a parole) bistrattato Ždanov” (p. 413). Interessante teoria, anche se sarebbe bello sapere come si potrebbe rispondere a tali accuse… Negando di avere una fantasia perversa? Rinnegando sulla testa dei figli che non ho la mia supposta attrazione inconscia per Ždanov? Elencando fatti? Facendo presente che l’autore non ha nemmeno compreso quali fossero la prima e la seconda parte del libro che stava stroncando? Stupendomi del fatto che proprio Europa orientalis ha pubblicato nel lontano 1996 un mio testo tratto dallo stesso materiale? Notando che il libro in questione viene citato nella bibliografia della più recente storia della letteratura ceca come unico testo che si occupa della letteratura degli anni Cinquanta nella sua totalità (Dějiny české literatury 1945-1989, II. 1948-1958, a cura di P. Janoušek, Praha 2007, p. 475)? Ricordando che, attraverso una collega, la stessa rivista aveva chiesto qualche anno fa di pubblicare un’analisi delle centinaia di “piccoli” errori presenti nelle traduzioni di questo così severo censore? Sottolineando che è quantomeno bizzarro che uno dei membri della redazione di Europa orientalis inserisca lo stesso libro nei suoi programmi d’esame e lo valuti in un suo articolo in modo radicalmente opposto (“Su questo periodo il lettore italiano dispone di un'opera di grande solidità e originalità, da noi qui costantemente tenuta presente”)?
Grave mi sembra comunque il fatto che una rivista importante nell’ambito della slavistica italiana come Europa orientalis possa ritenere degno di pubblicazione un testo che appartiene più al campo penale che a quello scientifico. E dubito peraltro sia la possibilità di replicare ciò che gentilmente sembra offrirmi “La Direzione” che firma a p. 427 la “Nota” di compiaciuta semi-dissociazione che segue questo testo vecchio di quattro anni e dedicato a un libro uscito cinque anni fa. Francamente assurdo è poi che questa “recensione” sia stata inserita nella sezione “Discussioni” con il pretesto, fragile come la nota stessa, di “promuovere il confronto libero e franco”. Pensare che una qualunque forma di dibattito possa nascere a partire dalle offese è non soltanto un’incongruenza linguistica, ma anche un’evidente negazione del più banale senso comune. Come se non fosse già strano il fatto che un testo ritenuto così fondato e importante, anche se in questa forma rifiutato da altre riviste, non sia stato nemmeno sottoposto a una seria cura redazionale per eliminare quantomeno gli insulti più gratuiti.
Come vorrebbe certa tradizione io ora dovrei usare lo stesso tono, caratterizzare l’autore con battute pseudoironiche speculari a quelle utilizzate da lui (magari sul genere del “non più tanto giovane studioso”), ribattere a presunte nefandezze di cui non mi sento responsabile, sottolineare tutti gli strafalcioni presenti nello stesso testo “inquisitorio” e ripescare la già citata impietosa analisi delle sue traduzioni, o magari, per rendere la cosa ancora più piccante, dimostrare su un volume pubblicato da “La Direzione” quanto sia semplice applicare a qualunque libro tale “metodologia” (certo, vista tanta severità, è strano che perfino la “Nota” citata contenga un refuso). Ritenendo però che la cultura sia una cosa completamente diversa dallo sfoggio del potere, non ho alcuna intenzione di farmi imporre un concetto di dibattito libero e franco da chi ha deciso di mettere a rischio la credibilità della propria rivista. Sarebbe stato forse più imbarazzante, ma senz’altro molto più onesto, rendere manifesti i reali motivi della scelta di pubblicare un linciaggio del genere…
Invito tuttavia chiunque voglia farsi un’idea del livello a cui può arrivare il degrado non solo dei rapporti umani nel mondo parauniversitario di oggi, ma dei “dibattiti scientifici” tout court, a leggere Europa orientalis. In questo cultural show dell’uso continuo e indiscriminato del principio dei due pesi e delle due misure, in cui ci imbattiamo sostanzialmente da quando abbiamo iniziato a pubblicare eSamizdat e che da parecchi anni intrattiene le menti di diversi protagonisti della slavistica italiana, mi sento in dovere, dopo una tale sfilza di accuse, di rassicurare tutti i colleghi che magari non conoscono le persone implicate: sono qui, vivo e vegeto, e nemmeno troppo impressionato. Come consolazione mi trovo almeno in compagnia di quei recensori, secondo l’autore tutti “in malafede”, beninteso, che hanno guardato con maggior favore al mio libro (http://www.esamizdat.it/tribu/solerosso_rec.htm).
Del tono e del contenuto del testo non mi sono stupito, tanto più che due anni fa, ricevendone da una studentessa (che a sua volta ne era stata omaggiata a Praga) la versione dattiloscritta (inviata dall’autore anche a diversi slavisti italiani), scoprii solo allora, beata ingenuità, avere casualmente lo stesso titolo di un “volume” presentato dall’autore come pubblicazione (insieme ad altri testi registrati all’uopo in prefettura) a un precedente concorso da ricercatore presso l’università di Padova, cui partecipavo anch’io (si vedano i giudizi dei commissari scaricabili all’indirizzo https://portal.cca.unipd.it/portal/pls/portal/cca_servizi.gh_seldoc_arc_pkg.concorso?p_cod_concorso=R2005111). Chissà se è questo che intende “La Direzione” nella citata postilla che accompagna questa “ristampa”, quando sottolinea affabilmente che “si sa, diversi sono i temperamenti, gli stili personali, e persino le occasioni che ci muovono a impegnare la penna”.
A giudicare anche da altri recenti segnali mi sembra però chiaro che la situazione potrebbe in realtà essere molto più banale. Come ha potuto infatti “La Direzione” non correggere quel surreale “chat line dei giovani slavisti” con cui viene caratterizzata nel testo eSamizdat? Non mi piace fare dietrologia, mi interesserebbe però davvero verificare una cosa: se io lasciassi che su questa rivista qualcuno definisse Europa orientalis la “chat line dei vecchi slavisti”, questo verrebbe considerato lo spunto per un confronto libero e franco o un insulto?
eSamizdat
Rivista di culture dei paesi slavi
Registrata presso la Sezione per la Stampa e l'Informazione del Tribunale civile di Roma. N° 286/2003 del 18/06/2003 ISSN 1723-4042
Direttore responsabile: Simona Ragusa
A cura di: Alessandro Catalano e Simone Guagnelli
Comitato scientifico: Giuseppe Dell'Agata, Nicoletta Marcialis, Paolo Nori, Jiří Pelán, Gian Piero Piretto, Stas Savickij
Comitato di redazione: Alessandro Ajres, Alessandro Amenta, Silvia Burini, Alessandro Catalano, Marco Dinelli, Eleonora Gallucci, Simone Guagnelli, Katia Margolis, Alessandro Niero, Laura Piccolo, Marco Sabbatini, Massimo Tria, Andrea Trovesi

© eSamizdat 2003-2011, Alessandro Catalano e Simone Guagnelli