Archivio rivista
Le Sezioni
Le Info
Compagni di Strada
M. Hvorecký, XXX, traduzione di A. Mura, Livello quattro, Roma 2008 (Alessandro Catalano), pp. 304-306.
“Avevo bisogno di liberarmi una volta per tutte della mia dipendenza, e così partii per un viaggio” (p. 1) – così inizia il primo romanzo tradotto in italiano del giovane scrittore slovacco Michal Hvorecký (1976). Vero enfant prodige della letteratura slovacca contemporanea, Hvorecký, grazie a un talento linguistico e narrativo certo non banale, ha sovvertito l’idea stessa di contenuto dell’opera letteraria: postmoderna non è nei suoi testi soltanto la forma, ma anche la società globalizzata ad absurdum in cui si muovono i suoi personaggi. Integralmente basata su vuoti aspetti esteriori, è la società degli addetti di marketing, dei cantanti alla moda, degli ipermercati, della vacuità del quotidiano che non incontra più ostacolo alcuno. A dare un senso alla realtà raccontata è in Hvorecký soprattutto il ricorso alle classiche modalità della cultura pop (horror, serial, sitcom, cyberpunk) per mezzo delle quali viene raccontata in modo surreale ma al tempo stesso estremamente sobrio la normalità di una società che ha accettato fino in fondo la sua deriva incontrollata. E questa cifra stilistica era evidente in Hvorecký già a partire dai vivaci racconti di Silný pocit čistoty [Una forte sensazione di purezza, 1998] e Lovci & sberači [Cacciatori & raccoglitori, 2001], dove la sua visionarietà agisce ancora in uno spazio narrativo limitato, mentre nelle più complesse costruzioni dei romanzi Poslední hit [L’ultimo successo, 2003], Plyš [Peluche, 2005] ed Eskorta [Escort, 2007] si espande a narrazione corale e articolata. Il penultimo di questi romanzi viene ora presentato al lettore italiano con il titolo XXX (che sostituisce la parola d’ordine con cui comunicano gli “eletti” del titolo originale – “peluche” appunto), anche se probabilmente la deformazione ironica della realtà di Hvorecký risulta maggiormente efficace nelle forme narrative più brevi.
Storia di una società globalizzata ad absurdum si diceva: siamo nella Bratislava “cuore della Supereuropa”, dove forte più che altrove è stato l’impatto della “società degli ipermercati”. Qui tutti ormai si chiamano con i nomi di marche famose: “era una moda di quando i nostri genitori erano giovani. In cambio si potevano avere molti soldi dalle aziende, per questo le famiglie facevano a gara. Le carrozzine all’epoca pullulavano di bambini che avevano il nome di una macchina, di un cibo, di un mobile o di un profumo” (p. 15). L’essere disadattati rappresenta in questo mondo ipermercantilizzato la banale normalità, a maggior ragione se si è segnati fin dalla nascita, come il protagonista Irvin Mirsky, dall'impossibilità di vivere la propria vita – un fratello con lo stesso nome era morto al momento del parto e tutta la sua vita era stata quindi vissuta come una vita parallela, un sequel della vita mai iniziata del fratello. La vicenda personale si fa quindi metafora nemmeno troppo nascosta, non solo della doppia vita di internet, ma anche e soprattutto della spersonalizzazione totale vissuta da culture e società travolte dalla brutalità della “modernizzazione” post-socialista: “Ormai mi aspettavo che cominciassero a cambiare il nome anche a interi paesi e che nascessero la Rebullgaria, la Whirlpolonia, la Chevroletlandia, il Pummarocco, la Mazdanimarca e stati del genere” (p. 16).
I rapporti sessuali del dodicenne Mirsky con alcuni insegnanti rappresentano soltanto la prima tappa di un’inarrestabile discesa negli inferi della dipendenza dalla pornografia su internet. Inizia così un continuo pellegrinaggio tra terapie di gruppo, comunità alternative e cliniche di cura di malattie più o meno improbabili della modernità (“Nel reparto si trovavano anche pazienti la cui droga era lanciare il proprio nome su Google”, p. 32). Nel momento in cui Mirsky smette di essere semplice fruitore di film pornografici sempre più realistici ed entra definitivamente in crisi il suo legame con la realtà (quando trova un filmato in cui gli attori sono lui e il suo insegnante), decide di tentare una fuga risolutiva là dove non esistono internet, connessioni superveloci e realtà virtuale. Ma anche questo tentativo fallisce: in un mondo così piccolo, ogni fuga prevede infatti un ritorno. Mirsky è quindi costretto a fare i conti con se stesso e, dopo aver ottenuto grazie alla sua abilità con la macchina fotografica una borsa di studio, torna nel cuore della Supereuropa, a “City”, città falsa, tentacolare e naturalmente modernissima (“City mi faceva l’effetto di un teatro con due rappresentazioni al giorno. Cambiavano le attrezzature, le scene e gli attori, ma di una cosa sola non ci si poteva liberare: la puzza di artificiale. Era assolutamente ovunque. Persino l’aria che respiravo odorava di sintetico, di nuovo”, p. 95). Naturalmente non riuscirà a fare alcuna fotografia, ma ricadrà immediatamente preda delle sue vecchie dipendenze.
Ed è qui che il romanzo ha uno scarto improvviso, Mirsky non solo riprende il proprio ruolo in una vita mai realmente vissuta, ma diviene l’ignaro protagonista di un gigantesco Truman Show dei derelitti. Assieme alla compagna Lina alias Erika Erotika, con cui vive una strampalata storia d’amore, si mette alla testa di una sollevazione di disperati convinti di poter risolvere le proprie depressioni attraverso la distruzione della modernità nel bel mezzo di un catastrofico black out generale (“davano fuoco ai trasformatori. Tranciavano cavi. Rubavano fusibili. Non colpivano la gente, ma la tecnologia. A nessuno fu torto un capello”, p. 265). Mirsky crede così di poter spezzare per sempre le proprie catene: “Avevo bisogno che il mondo attorno a me cambiasse. Che si curasse insieme a me. Tutto è malato. E soffre di qualche dipendenza. Sono disposto ad aiutare. Sono pronto a qualunque cosa. La mia terapia d’ora in poi deve svolgersi in modo completamente diverso” (p. 224). Ma proprio quando l’apice della felicità sembra sul punto di coronarsi nella tanto desiderata unione sessuale, improvvise risuonano sulle labbra della donna le parole della scena del film pornografico preferito di Mirsky: “Tutto tornava a incastrarsi e si completava. Ci stavo arrivando. Real snuff. Un genere che aveva centinaia, forse migliaia di fanatici sostenitori, riviste specializzate in diversi paesi del mondo e una marea di pagine web [...] Riprese autentiche al cento per cento. Scene della decapitazione di ostaggi, esecuzioni terroristiche di massa, ma anche complesse storie a puntate” (p. 302).
Pur senza rispettare sempre le attese (in particolare in alcuni passaggi troppo letterari e nei dialoghi non sempre credibili), XXX dice qualcosa sulle strade sbagliate imboccate dalla nostra modernità e, anche se non è detto che il cyberspazio immaginato da Hvorecký rappresenti un pericolo reale, apre il mondo romanzesco a un tema importante della contemporaneità: una parte della società fa in modo sempre più evidente parte di quel mondo virtuale che sta contribuendo a creare giorno dopo giorno. Di per sé questo non rappresenta necessariamente un pregio letterario, ma la stessa idea che ogni forma di ribellione di massa non rappresenti che una forma di dipendenza (originale quanto si vuole, ma pure sempre dipendenza), vale di per sé la lettura del romanzo.
eSamizdat
Rivista di culture dei paesi slavi
Registrata presso la Sezione per la Stampa e l'Informazione del Tribunale civile di Roma. N° 286/2003 del 18/06/2003 ISSN 1723-4042
Direttore responsabile: Simona Ragusa
A cura di: Alessandro Catalano e Simone Guagnelli
Comitato scientifico: Giuseppe Dell'Agata, Nicoletta Marcialis, Paolo Nori, Jiří Pelán, Gian Piero Piretto, Stas Savickij
Comitato di redazione: Alessandro Ajres, Alessandro Amenta, Silvia Burini, Alessandro Catalano, Marco Dinelli, Eleonora Gallucci, Simone Guagnelli, Katia Margolis, Alessandro Niero, Laura Piccolo, Marco Sabbatini, Massimo Tria, Andrea Trovesi

© eSamizdat 2003-2011, Alessandro Catalano e Simone Guagnelli