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A. Lûdskanov, Un approccio semiotico alla traduzione. Dalla prospettiva informatica alla scienza traduttiva, a cura di B. Osimo, Hoepli, Milano 2008 (Stella Carella), pp. 383-385
Quando nel 1967 il semiotico bulgaro Aleksandăr Lûdskanov pubblica per la prima volta Preveždat ĉovekăt i mašinata [Traduzione umana e automatica], la pratica della traduzione ha già da tempo acquistato una dimensione “cosmica”, una frequenza e un’urgenza applicativa proporzionale alla crescita del numero di informazioni (politiche, scientifiche, artistico-letterarie, mediatiche) che si vogliono interculturalmente condividere. Anticamente “fenomeno” eccezionale e bizzarro, la traduzione è ormai, negli anni Sessanta del XX secolo, un “fatto” socialmente essenziale.
Su questo sfondo, in cui la pratica traduttiva galoppa ben oltre i progressi effettivi della teoria, Lûdskanov sente come improrogabile la necessità di una revisione e di un approfondimento teorico della traduzione stessa. Del resto “non esistono traduttori che ‘fanno a meno’ della teoria: esistono [semmai] traduttori che non sanno di farne uso” (Bruno Osimo), con il conseguente pericolo di scelte e soluzioni pratiche poco coerenti e uniformi.
La soluzione di qualunque problema traduttivo (“fondamentale”, “specifico” o “particolare”), secondo Lûdskanov, deve essere riposta nella strategia generale che si assume, ovvero nella definizione stessa della traduzione, del suo oggetto e del suo scopo. Da qui l’esigenza di un modello generale della traduzione “e del processo mediante cui si realizza, senza considerare il genere testuale, il codice da e verso cui si traduce, e la natura del soggetto traducente” (p. 3). Questo presuppone, naturalmente, un approccio squisitamente scientifico nei confronti della traduzione e un uso prediletto di metodi esatti di ricerca. Non a caso, per una decina di anni, Lûdskanov lavora sulla scienza della traduzione a stretto contatto con quasi esclusivamente matematici.
Il mondo (inteso come l’insieme degli ambiti del reale) esibisce delle “regolarità” che possono essere astratte, studiate e riapplicate, e “questo – come direbbe Saunders Mac Lane – è il motivo per cui la matematica è efficace”.
Forte di questa convinzione, Lûdskanov sostiene la possibilità di rintracciare, in qualunque genere testuale, criteri tecnico-matematici costanti di traduzione…tanto più se si pensa che “anche la poesia, anche l’emozione sono, in termini biologici, informazioni” (Osimo).
Precisamente, per Lûdskanov, il problema della traduzione è nient’altro che un “caso particolare della modellizzazione delle attività creative” (p. 2), ove per “modellizzazione” egli intende, lato sensu, “la costruzione di un oggetto simile”, e, stricto sensu, “la riproduzione a macchina di alcune attività umane” (p. 25).
La questione uomo-macchina, nata dall’idea post-industriale che la mente e il linguaggio siano in qualche modo descrivibili all’interno di un paradigma computazionale e quindi meccanicamente riproducibili, è già al tempo di Lûdskanov “uno dei più grandi e coinvolgenti problemi del mondo contemporaneo” (p. 1). In effetti, dai calcolatori di prima generazione alla nuovissima “informatica affettiva” dei laboratori di San Francisco, la domanda è sempre la medesima: che grado di analogia può sussistere e sussiste realmente tra l’essere umano e un computer?
Declinata nel caso specifico qui analizzato la questione diventa: è possibile algoritmizzare e realizzare con la macchina il processo traduttivo? In un pugno di parole: è possibile una traduzione automatica?
La risposta di Lûdskanov passa attraverso una concezione semiotica della traduzione e dunque attraverso il concetto di segno. Segno è qualunque oggetto materiale che “viene usato nel processo comunicativo nella lingua accettata per divulgare informazioni relative a fatti, pensieri, stati emotivi e volitivi. […] La peculiarità di tutti i segni sta nel fatto che significano qualcosa, hanno significati. […] Il significato (o meglio la descrizione del significato) di un segno linguistico è la realizzazione della sua traduzione attraverso uno o più segni”. Dunque, il processo traduttivo è sostanzialmente un processo di trasformazione semiotica.
Questa definizione permette di conquistare una teoria unica e generale della traduzione come scienza, il cui oggetto specifico è esattamente lo studio delle trasformazioni semiotiche. Inoltre, collegando la traduzione alla semiotica, Lûdskanov pone le condizioni per la descrizione del processo traduttivo in termini formalizzanti e matematizzanti, nonché per la possibilità effettiva di una traduzione automatica.
Le conseguenze di una simile posizione sono quanto mai audaci. Innanzitutto, il metodo scientifico deve coinvolgere qualunque tipo di testo e di linguaggio… compreso quello poetico e artistico. Contro qualunque sentimentalistica o spontaneistica concezione letteraria della traduzione, Lûdskanov sostiene che ogni testo tradotto, anche poetico, deve essere il frutto di uno studio razionale. La scienza della traduzione ha a che fare con il metodo, non con la tipologia del testo in sé.
Che sia applicata a un genere piuttosto che a un altro, ogni traduzione è intrinsecamente creativa, ogni traduzione è inesorabilmente incompleta, ogni traduzione presuppone l’esistenza di un sistema di riferimento comune a emittente e ricevente attraverso cui trascinare il “sostanziale”, l’“invariante”.
In Preveždat ĉovekăt i mašinata, Lûdskanov dispiega e spiega tutto questo con una chiarezza generosa e puntuale. Quarant’anni dopo la sua prima edizione bulgara, Bruno Osimo lo propone al pubblico italiano, seppure non integralmente: i capitoli più ostici e più tecnici sono stati omessi a favore di una maggiore fluidità. Trasformando il titolo in Un approccio semiotico alla traduzione, Osimo vuole senza dubbio sottolineare la grande novità di Lûdskanov: l’aver esplicitato ciò che in Roman Jakobson rimane accennato e disperso, e cioè la convinzione che il processo traduttivo sia essenzialmente un processo di trasformazione semiotica.
Questo significa parlare della traduzione in termini rigorosamente scientifici, il che non vuol dire parlarne in termini assoluti, ad unguem: nella sua descrizione del mondo, anche la scienza lascia dietro di sé un residuo, una sbavatura. Una traduzione scientifico-semiotica è comunque, anzi è “per definizione” una traduzione incompleta. L’importante è che questa incompletezza non sia lasciata al caso: anche il residuo deve essere studiato, proprio perché non sia omesso, negato o rinnegato. Anche il difetto è funzionale al metodo, il quale deve stabilire una serie di priorità o invarianti da salvare all’inevitabile perdita. Un inciso: significativamente il termine di invariante è mutuato dagli studi di Claude Shannon e Warren Weaver sulla matematica della comunicazione.
In ogni caso, nessun traduttore oggi può dire di sottrarsi a un procedimento di scrematura. Il saggio di Lûdskanov ci fa riflettere sulle modalità di tale procedimento, cioè sui criteri della scelta traduttiva.
Ad una cultura traduttologica come la nostra che guarda con sospetto alle parole “meccanica”, “formalizzazione”, “matematizzazione”, viene proposta coraggiosamente un’analisi scientifico-funzionale del processo traduttivo.
Scrive Lûdskanov:

grazie all’intuito e all’abitudine, ogni soggetto bilingue in un modo o nell’altro traduce. Di conseguenza, la scienza della traduzione all’inizio non ha dovuto occuparsi di “come insegnare all’uomo a tradurre”, ma di come insegnargli ad agire in un modo o in un altro per ottenere risultati corrispondenti ad alcuni criteri accettati a priori. Al contrario, dalla nascita dell’idea della traduzione automatica la teoria e la pratica hanno dovuto capire come “obbligare la macchina a tradurre”. È evidente che, per sapere questo, bisogna sapere come traduce l’uomo, ciò implica l’analisi del processo traduttivo.

In sintesi, Lûdskanov propone uno studio non più normativo, ma “operativo” della traduzione, che dunque prescinda, almeno in prima fase dalle differenze formali dei generi letterari.
Crolla, in questo modo, qualunque privilegio a-scientifico della traduzione artistica e poetica, che, tuttavia, non per questo sarà snaturalizzata. La paura di molti scrittori e traduttori rispetto a una approccio come quello di Lûdskanov riposa, forse, in questa perdita di “immunità”. Forse, come scrive provocatoriamente il linguista Tullio De Mauro, il punto è che “le affermazioni scientifiche implicano una responsabilità e questa sembra una circostanza che ogni umanista ha in orrore”.
In conclusione, prendendo ancora in prestito le parole di De Mauro, vorrei ricordare che

non per caso nel vocabolario di molte lingue c’è una sola e stessa parola per dire “parlare” e “calcolare”, una sola per dire “discorso” e “calcolo”, a cominciare dalla solenne e veneranda parola greca lógos giù giù fino al napoletano cunto e contare o al siciliano cuntu e cuntari o […] al piemontese contè
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Rivista di culture dei paesi slavi
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