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«Due punti di vista a confronto sull’Unione sovietica»
C. Rossella, Vodka. Superalcolici e socialismo reale, Mondadori, Milano 2008;
M. Dinelli – A. Jampol'skaja, Lenin. Dalla Pravda a Prada: storie da una rivoluzione, Neon!, Milano 2008 (Emanuela Bulli), pp. 343-347
Vodka. Superalcolici e socialismo reale di Carlo Rossella è una raccolta di racconti “veri, falsi, verosimili”, come ci tiene a precisare l’autore, ambientati nell’Unione sovietica del periodo della cosiddetta “stagnazione” del periodo di Leonid Il'ič Brežnev. Anche Lenin. Dalla Pravda a Prada: storie di una rivoluzione di Anna Jampol'skaja e Marco Dinelli è una raccolta di racconti ambientati nell’Unione sovietica durante gli ultimi anni della sua esistenza, stavolta vissuti in prima persona dai due autori, l’una russa, cresciuta nell’Urss, l’altro italiano che vive da tempo in Russia.
Ambedue le raccolte, pubblicate quasi contemporaneamente, parlano di una Russia per molti versi mitica, quella dei film di 007, l’Unione sovietica della guerra fredda, quel paese che in occidente era stato mitizzato o demonizzato a uso e consumo della politica e della propaganda. Quell’impero quasi totalmente inaccessibile ai “comuni” turisti e per questo motivo immaginato più che conosciuto, idealizzato e denigrato, amato di un amore platonico da taluni e temuto con ossequioso rispetto da altri.
Quella che viene dipinta nelle due raccolte di racconti è proprio quella Russia di cui in occidente non si sapeva molto – o meglio, si sapeva soltanto quello che era lecito sapere – ritratta, però, in ambienti diametralmente opposti. Da una parte abbiamo l’Urss delle ambasciate, dei diplomatici, dei giornalisti stranieri, degli alberghi lussuosi e dei negozi per soli stranieri, delle donne “facili”, e della vodka a fiumi (magari accompagnata da caviale e altre prelibatezze per pochi eletti); dall’altra parte facciamo la conoscenza con l’Urss della gente comune, delle file ai negozi, dei cartamodelli, delle effigi di Lenin e dei miti occidentali, della femminilità, del tabù del sesso. E di tutto quello che non rientra nell’immaginario collettivo della Russia sovietica e che, invece, è la realtà di milioni di russi.
Attraverso queste due antitetiche raccolte di racconti riusciamo ad avere due punti di vista sull’Unione sovietica che sono complementari visto che l’Urss non è stata soltanto quella dei racconti di Rossella come è esistita anche un’altra Urss che Jampol'skaja e Dinelli probabilmente non hanno avuto il piacere di conoscere, se di piacere si tratta.
L’epoca di Brežnev (1964-1982) durante la quale sono ambientati i racconti di Rossella viene definita dagli storici come periodo di stagnazione, in quanto la politica del Pcus, dopo le grandi e, allo stesso tempo, ambigue aperture del predecessore Nikita Chruščev, vide un ritorno al conservatorismo e immobilismo e soprattutto al trionfo delle “mafie familiari” (N. Werth), sorta di “feudalesimo sovietico”. Tutto ciò produsse una stagnazione dell’economia e un lento ma pertinace sgretolamento dell’ideologia. Riferendosi a questo periodo Carlo Rossella scrive:

L’alcol era il piedistallo sul quale si reggeva la dittatura comunista, una droga di Stato, un narcotico di massa, voluto e opportuno diffusore di apatia, una cura per i malati dell’anima, i frustrati, gli alienati, gli emarginati (dall’Introduzione, p. 6).

Ed ancora:

Il tramonto del comunismo cominciò con le timide campagne di Andropov contro la vodka. Si accelerò nel 1985, con Michail Gorbaciov, il primo segretario generale del partito totalmente astemio. […] E furono gli alti gerarchi alcolizzati a scatenare contro di lui il golpe del 1991 (dall’Introduzione, pp. 6 e 9).

Le figure principali attorno alle quali si snodano i racconti di Vodka sono soprattutto donne giovani o non più troppo giovani, la cui vita segue i ritmi lenti e macchinosi del partito. Così incontriamo la compagna K., segretaria al Comitato centrale, irreprensibile donna in carriera, la cui vita è scandita da impegni istituzionali, serate tra diplomatici e cene di lavoro, ma che si scopre innamorata di una sua collaboratrice. Troviamo il sedicente comunista che fa continui viaggi dall’Italia alla Russia con la scusa di visitare il paese del socialismo e poi si scopre essere un contrabbandiere. Conosciamo il massaggiatore personale di Brežnev che molti pensano sia una spia del Kgb per il comportamento ambiguo. E poi c’è Ol'ga, appena adolescente, figlia di un giornalista straniero molto in vista al Cremlino, dedita all’alcol per trovare stimoli ed emozioni diverse. Ci spostiamo ad Erevan con un giornalista e il suo interprete, vite che si incrociano per pochi giorni, sguardi che si indagano, avventure amorose che si vivono e si immaginano.
La carrellata di donne sovietiche, il cui alito sa sempre di vodka e tabacco, continua con Irina, che accetta i doni di Bruno ma che non gli si vuole concedere perché “per fare l’amore non è ancora innamorata”. Lui, però, non ci sta, tenta di violentarla e finisce ammazzato. Quindi c’è Elena che deve provare la virilità di un amico perché questo ottenga il trasferimento agognato in Africa, dalla quale era stato richiamato per sospetta omosessualità. Al contrario, il professore S., biologo occidentale e medico sportivo, viene incaricato dalla Cia di verificare la vera natura biologica di due atlete russe, troppo superiori alle altre atlete per essere veramente donne. Nel bagno turco di un prestigioso albergo per stranieri “lavorano” due gemelle: una, Isabella, è interessata agli occidentali e alla loro cultura, mentre l’altra, Aldona, è invece più interessata a ottenere informazioni preziose e segrete. E per finire Kabul: la storia di una passione avvolgente tra un russo e un’afgana, Hanifa, finita in tragedia per una rappresaglia nei confronti dell’uomo.
Storie di donne e di uomini, storie di sesso e solitudine, di malizia e semplicità, in cui onnipresente è la vodka, che aiuta a obnubilare le coscienze in un mondo fatto di apparenza e di inganno. Questa è l’Unione sovietica che emerge dai racconti di Carlo Rossella: un paese immerso nella nebbia, destini che si incrociano o si sfiorano anche grazie alla vodka, che serve per oltrepassare la cortina dell’apparenza e arrivare alla vera essenza della persona; ma che aiuta anche a superare le difficoltà di relazione per raggiungere il proprio obiettivo: beve Irina quando invita Bruno in camera, beve Ol'ga per trovare il coraggio di spogliarsi davanti all’anziano amico del padre, bevono le due compagne omosessuali e grazie alla vodka si dichiarano il reciproco amore. La vodka è sempre presente nei racconti di Rossella e funge da medicina che tutto guarisce, soprattutto le ferite dell’anima.
Di tutt’altra ambientazione sono i racconti raccolti in Lenin. Dalla Pravda a Prada: storie di una rivoluzione scritti da Anna Jampol'skaja, russa ma ormai italiana di adozione, e Marco Dinelli, italiano ma russo di adozione. Se il mondo di Rossella era quello delle ambasciate, degli alberghi di lusso per soli stranieri, delle mete esotiche come l’Armenia o l’Afganistan, il mondo dei racconti di Jampol'skaja e Dinelli è quello quotidiano, degli appartamenti condivisi, dell’obščežitie (parola russa che viene comunemente tradotta con “ostello” o “studentato” ma che significa molto di più, come dice la sua traduzione letterale “vivere comune”), delle serate passate nelle cucine a discutere di politica e filosofia. Insomma è la vita reale, quella che in occidente non è conosciuta abbastanza e che non ha niente di eclatante, ma è costituita da mille piccoli gesti quotidiani, semplici desideri, attraverso i quali si è compiuta la rivoluzione di cui si fa riferimento nel titolo della raccolta.
I racconti di Anna Jampol'skaja, in gran parte ispirati all’esperienza personale ci svelano l’Unione sovietica degli anni Settanta-Ottanta attraverso gli occhi di una ragazza che sta crescendo mentre un impero si sta piano piano sgretolando sotto i suoi piedi. L’autrice ci racconta con estrema semplicità e padronanza di linguaggio come “quella sovietica era una civiltà improntata sull’idealismo […] solo che la realtà era tutt’altra cosa”: alle ragazze intelligenti e costumate venivano ovviamente preferite le ragazze carine e allegre. E il desiderio delle ragazze era vestire alla moda ma nei negozi si trovava soltanto abbigliamento “alla sovietica”, cose brutte, che non rendevano giustizia alle bellezze locali. E allora, se non si voleva vestire in modo omologato, c’erano tre possibili vie di uscita: il mercato nero, al quale si potevano avvicinare soltanto i più facoltosi, come nel caso della sartoria, che confezionava abiti su misura ma costosi. La terza via e la più sfruttata era quella di Burda, la mitica rivista di cartamodelli che permetteva a ognuna di cucirsi i propri abiti a seconda dei gusti e delle capacità. E a scuola era previsto anche un corso dedicato all’arte sartoriale. E poi c’erano le file ai negozi da affrontare: con la penuria di merci che c’era, appena si veniva a sapere – soprattutto grazie al passaparola – che un certo prodotto era disponibile in un tale negozio, si formavano immediatamente delle immense file di donne che, pazienti e fiduciose, rimanevano là fuori anche per giorni pur di accaparrarsi il desiderato prodotto. Con la perestrojka cambiò non solo il modo di fare politica ma anche il modo di acquistare e di vestirsi: vennero aperti grandi mercati dove era possibile acquistare di tutto, anche il superfluo e i sovietici sentirono la parola “consumismo” per la prima volta. Cominciò così anche il rapporto privilegiato con l’Italia: i prodotti erano sempre accompagnati dalla scritta made in Italy anche se la veridicità dell’asserzione lasciava molti dubbi. Cominciarono poi ad apparire le prime boutique di stilisti italiani, stavolta davvero italiani, che a tutt’oggi “per il 99% dei russi è un amore platonico” (p. 16).
Jampol'skaja ci accompagna alla scoperta della Russia sovietica attraverso i suoi ricordi di bambina e adolescente: così il nonno leggeva la Pravda e non metteva mai in dubbio ciò che c’era scritto, portava la nipotina al Museo Lenin nel quale è conservato il vagone con il quale fu trasportata la salma di Lenin e mentre la piccola Anja era più interessata alla locomotiva e a quella bella stella rossa davanti, il nonno si faceva scappare qualche lacrima ripensando al “padre della patria”.
Il racconto intitolato I funerali di Brežnev e l’educazione sessuale ci regala un’immagine di ragazza russa totalmente agli antipodi da quella che abbiamo visto nei racconti di Carlo Rossella. L’episodio che racconta l’autrice è comico e allo stesso tempo tenero: descrive i primi approcci dell’adolescente Anna con il sesso. Questo era un argomento tabù, non esisteva l’educazione sessuale a scuola e tutto ciò che gli adolescenti sapevano era il frutto del passaparola. Per non trovarsi impreparate al momento del primo bacio, allora, le ragazze avevano cominciato a esercitarsi tra di loro, trovando, però, quantomeno disgustosa l’idea di toccare con le labbra quelle della compagna.
Il curriculum scolastico prevedeva anche l’esercitazione militare che comprendeva la marcia, la conoscenza del kalašnikov, l’uso della maschera antigas. Per i ragazzi era un modo come un altro per fare qualcosa all’aria aperta, lontano dai libri e quindi sopportavano di marciare nel cortile della scuola cantando inni patriottici, si divertivano a smontare e rimontare velocissimamente il fucile automatico ma odiavano rimanere in aula con quella ingombrante e scomoda, ma soprattutto antiestetica, maschera anti-gas.
Fino a qualche anno fa – o forse tuttora – possedere una pelliccia in Italia era simbolo di ricchezza: le signore che la posseggono la sfoggiano soprattutto in occasioni mondane (feste, ricevimenti, prime teatrali) e non per necessità, sicuramente non per proteggersi dal freddo, che nella maggior parte della nostra penisola non è mai tale da richiedere la pelliccia. Jampol'skaja ci spiega, invece, che cosa significa avere una pelliccia in Russia. Sicuramente non è uno status symbol, anzi. Le pellicce all’interno di una famiglia passano di generazione in generazione, subiscono modifiche, accorciamenti, allungamenti ma rimangono sempre tremendamente pesanti e impediscono i movimenti più semplici. Così fin da bambini, i genitori avvolgono in pellicce pesanti e over-size i propri figli per proteggerli dal freddo, che lì è davvero degno di questo nome. E così imbacuccati, tra cappelli di lana, sciarpe che coprono quasi totalmente il viso, muffole alle mani, i bambini russi sembrano degli “omini Michelin”, goffi e totalmente incapaci di muoversi come vorrebbero. L’autrice ammette di odiare le pellicce e di non averle volute indossare fin dall’adolescenza.
Durante l’infanzia e l’adolescenza dell’autrice onnipresente è stata la figura di Lenin, non soltanto perché a ogni angolo della città si trovavano statue, riferimenti, targhe, ma perché qualsiasi cosa si facesse veniva giudicata in base al metro di Lenin: Anna ricorda la storia secondo la quale Lenin da bambino smontava (o rompeva) ogni giocattolo che gli veniva donato così come avrebbe fatto da adulto con il mondo, lo avrebbe smontato e rimontato secondo i suoi gusti.
Nei racconti della Jampol'skaja, dunque, troviamo un’Unione sovietica intima, familiare, quotidiana fatti di semplici gesti, di innocenti desideri di ragazzina, niente in comune con quella stessa Unione sovietica che ha dipinto Carlo Rossella nella sua raccolta di racconti.
Marco Dinelli, laureato in russo e profondo conoscitore di questo mondo, descrive la Russia post-sovietica dal punto di vista di uno straniero che si trova a vivere e convivere in una realtà profondamente diversa da quella italiana. Nei racconti di Dinelli credo si rispecchino tutti coloro che abbiano avuto la fortuna di passare, consapevolmente, qualche tempo in Russia per studio o lavoro con il desiderio di comprendere quella realtà che sembra tanto distante dalla nostra (almeno agli occhi di coloro che non la conoscono). Leggendo, si sente quell’odore di muffa misto a varechina inconfondibile e onnipresente negli anditi dei condomini e degli studentati; si vedono i marciapiedi coperti di neve e le malefiche pozze che se non sei bravo a saltare ti ingurgitano tutta la gamba fino al ginocchio; si rivivono quelle infinite serate nelle cucine degli obščežitie tra lo sgradevole odore del cibo cucinato dagli orientali, quello del cavolo bollito e quello delle sigarette di infima marca, a parlare dei massimi sistemi, dalla letteratura alla politica, dallo sport al cibo; ti senti ticchettare nella testa i tacchi vertiginosi delle altissime donne russe che volano sopra ai quei trampoli anche sui marciapiedi gelati e tu, invidiosa, ti chiedi “Ma come faranno a non slogarsi una caviglia?”. Tutto questo e tantissimo altro si trova nei racconti di Dinelli. Gli stereotipi sull’Italia, per esempio, che un italiano è costretto a sentirsi ripetere tutte le volte che parla con un russo e gli dice di essere italiano: il calcio più bello del mondo, la musica più melodiosa del mondo, il cibo più buono del mondo, il cinema, l’arte, Cipollino di Gianni Rodari (fiaba conosciutissima nell’ex Unione sovietica ma quasi sconosciuta in Italia), Celentano e Toto Cotugno, i mobili italiani.
A chiunque sarà capitato di avere a che fare con il “miliziano” russo: Dinelli ci racconta un episodio che ben descrive che cosa rappresenti per i russi questa figura. Ai tempi dell’Unione sovietica il miliziano era rispettato in quanto era il rappresentante della legge, grazie a lui c’era ordine e particolari problemi per le strade non si registravano. Con la caduta dell’Unione sovietica, anche al miliziano quel sistema “perfetto” fatto di comandi e ordini eseguiti è crollato sulla testa e anche lui si è trovato a dover sopravvivere spesso a spese degli altri. Così essere fermati da un miliziano – di solito grosso quanto un armadio – significa dover sborsare una piccola tangente perché questo chiuda un occhio e soprattutto non passi alle vie di fatto.
La parte del libro che comprende i racconti di Dinelli è intitolata Guerra fredda 2.0, come un omonimo racconto in cui l’autore ci descrive in che cosa consista la nuova “guerra fredda” con gli americani, o per meglio dire, in che cosa si sia trasformata la guerra fredda dei missili e delle corse nello spazio dopo la fine dell’Urss. Tutto si riduce a una gara finalizzata a battere un record detenuto dagli americani, antichi nemici. Si tratta di gonfiare una borsa dell’acqua calda in cui erano infilate altre due borse (!). I due militari cimentatisi nell’impresa non la portano a compimento ma nella platea è un tripudio di bandiere russe a dimostrazione che i russi – come coloritamente apostrofa Dinelli – restano “sempre più cazzuti degli americani”.
Dinelli ci spiega, a modo suo, anche chi siano i cosiddetti “nuovi russi”: “una nuova razza di superuomini nata per fottere l’homo sovieticus, fottergli le figlie e i soldi, sfotterlo per il suo stile di vita e per l’ideologia in cui aveva creduto” (p. 168). Il sogno del nuovo russo ha sostituito il sogno del comunismo, quello che prima si poteva sognare soltanto adesso è diventato realtà ma soltanto per pochi eletti; il popolo continua a sognare di poter prima o poi entrare a fare parte della casta. La Russia dei primi anni Novanta si trasforma così in un film americano pieno di effetti speciali, dove è possibile quasi tutto e dove si va al casinò lasciando la pistola all’armeria (prima di andava al teatro lasciando la pelliccia “riciclata” al guardaroba), si spendono migliaia di rubli soltanto per divertirsi a veder trottare il cameriere in su e giù per la sala esaudendo i tuoi desideri; le ragazze sono disposte a tutto pur di passare il confine tra sogno e realtà, per sedersi su una Mercedes ultimo modello e passare la serata con un nuovo ricco anche se questo ha “il muso da quadro cubista e […] l’espressione da elettroencefalogramma piatto”.
Negli anni dell’Unione sovietica la parola-chiave dell’esistenza era “concretezza”: tutto ciò che si faceva doveva essere indirizzato a un obiettivo concreto, ideologicamente irreprensibile. Adesso la parola-chiave dei nuovi russi è “apparenza”: l’importante è vivere “come” in un film americano, quello è l’obiettivo dei giovani e poco conta se, dopo, alla ragazza venuta dal popolo che si è seduta sulla Mercedes, tocchi cercarsi un nuovo compagno perché quello di prima è stato ammazzato in un regolamento di conti. Nell’arco degli anni Novanta i nuovi russi, ma non tutti, si sono trasformati in oligarchi, sono diventati parte del potere e assoggettati alla politica (o viceversa?) e costituiscono una minima percentuale sulla totalità della popolazione russa ma fanno sì che Mosca sia la città con più alta densità di milionari al mondo.
Tutto è relativo.
eSamizdat
Rivista di culture dei paesi slavi
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