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J. Hösler, Slovenia – Storia di una giovane identità europea, postfazione di J. Pirjevec, traduzione italiana di P. Budinich e S. Reina, Beit Casa Editrice, Trieste 2008 (Maria Bidovec), pp. 362-365
Il volume dello storico tedesco Joachim Hösler (edizione originale Slowenien. Von den Anfängen bis zur Gegenwart, Regensburg 2006) viene a colmare una lacuna non solo e forse non tanto nel panorama librario di lingua tedesca, dove peraltro pochi anni prima era già uscito Slowenien di Petra Rehder (sia pure con un taglio molto più cultorologico e politico piuttosto che storico), ma soprattutto in quello italiano. Si sentiva infatti davvero la mancanza di una presentazione, necessariamente sintetica ma a tutto campo, di una nazione che, pur risalendo la sua identità a più di mille anni or sono, ha raggiunto la piena indipendenza politica appena nel 1991 e il relativo riconoscimento internazionale nel 1992, quindi in un tempo molto vicino a noi. Si tratta poi di un paese che confina con l’Italia e che ha avuto con il suo ben più grande e popoloso vicino occidentale una lunga storia di rapporti e scambi, anche se purtroppo non privi – soprattutto nel secolo appena trascorso – di conflitti e attriti in parte a tutt’oggi irrisolti.
Se il lettore friulano e quello della Venezia Giulia avranno senz’altro molto da scoprire su questo vicino che spesso in passato hanno sentito più distante di quanto fosse in realtà, una tale presentazione sarà tanto più utile e si spera anche stimolante per tutti gli altri italiani, per i quali la Slovenia continua a essere per lo più un paese poco conosciuto. E questo nonostante l’integrazione della piccola repubblica in tutte le principali organizzazioni europee, in primis l’UE, e dal gennaio del 2007 anche il più ristretto gruppo dei paesi euro. Se i fattori appena menzionati hanno senz’altro contribuito, insieme all’indubbia attrattiva turistica delle montagne e di altre bellezze naturali della Slovenia, a imprimere pian piano, nella coscienza dei suoi vicini occidentali, quei tratti che rendono questo paese un unicum nel variegato mosaico europeo, il libro di Hösler lo farà meglio comprendere come tassello irripetibile e costitutivo di quella complessa compagine che costituisce il “continente antico”.
Il volume, che si presenta in formato standard con una veste grafica gradevole, si articola in diversi capitoli, per uno spaccato cronologico che abbraccia circa 1.500 anni, dalla colonizzazione pre-slava ai giorni nostri.
Come osserva Jože Pirjevec nella sua postfazione, l’autore comprensibilmente vede le cose da un punto di vista tedesco. Se ciò da una parte offre al lettore italiano una prospettiva interessante, essendo appunto “terza”, cioè né slovena, né italiana, dall’altra si intravedono talvolta dei limiti interpretativi. Quando per esempio a p. 17 citando i medioevisti Krahwinkler e Wolfram (la cui interpretazione egli sembra condividere) Hösler scrive “Quanti allora si misero in cammino verso Roma con Alboino furono chiamati ‘longobardi’, quelli che invece rimasero nell’Alpe Adria divennero ‘ávari’ o ‚ ‘slavi’”, egli sembra tenere in scarso conto una questione fondamentale come quella della lingua, affermando a mio parere piuttosto superficialmente – come nota anche Pirjevec – che comunque si sarebbe trattato di “popolazioni eterogenee” in tutto e per tutto.
Giustamente Hösler vede nella Carantania (VII-X secolo) uno dei primi nuclei di uno stato slavo nel territorio in questione, anche se in questo – come in altri casi – egli dimostra di non conoscere a fondo la storiografia slovena, di cui anzi dà l’impressione di aver letto soltanto ciò che è stato tradotto in tedesco o in altre lingue occidentali.
L’autore tratta in modo piuttosto serio e approfondito il Medioevo sloveno (forse un po’ più di spazio avrebbe potuto essere dedicato al ruolo giocato in campo culturale dai conventi religiosi), concentrandosi soprattutto sui conti di Celje, l’ascesa degli Asburgo e il re Mattia Corvino. Di quest’ultimo, da un punto di vista culturologico sarebbe stato forse interessante accennare all’eventuale collegamento con Kralj Matjaž, in Slovenia notissimo personaggio di ballate, fiabe e canti popolari. Più che alle rivolte contadine, che vengono comunque abbastanza approfondite, Hösler dedica spazio al grande evento religioso-culturale del secolo, la riforma protestante, soffermandosi anche sulle reazioni a essa, cioè controriforma e ricattolicizzazione dei primi decenni del secolo successivo. Sia in relazione a questo che ad altri periodi storici, l’autore dimostra particolare attenzione per le questioni sociali, fornendo costantemente precisi dati statistici e demografici, che egli spiega e interpreta in modo valido e interessante.
Abbastanza seguito è l’aspetto culturale: giustamente viene sottolineato l’apporto fondamentale, attraverso i secoli, di personalità come il padre del protestantesimo sloveno Primož Trubar, il geniale e infaticabile erudito Valvasor, il monaco “risvegliatore” Pohlin, il mecenate Zois, i letterati Linhart e Vodnik, il filologo Kopitar, il poeta Prešeren e altri.
Per quanto riguarda il secolo dei lumi, naturalmente sono al centro della sua attenzione le riforme di Maria Teresa d’Austria e di suo figlio Giuseppe II. Meno obiettivo a mio parere egli si dimostra nel valutare le imprese napoleoniche in terra di Carniola, dove l’istituzione delle “province illiriche” – pur con tutti i suoi limiti – suscitò probabilmente nel popolo sloveno molte più simpatie per il condottiero francese di quanto lo stesso Hösler sia portato ad ammettere.
In modo molto dettagliato vengono esposti i tumulti e la generale irrequietezza del 1848, di cui l’autore tuttavia tende a sminuire un po’ troppo l’aspetto etnico-nazionale-linguistico a scapito di quello sociale, pure certamente molto presente. Giustamente invece egli sottolinea la forza – ancora nell’Ottocento e tanto più nei secoli precedenti – del “patriottismo provinciale”, per cui all’interno del territorio che oggi chiamiamo Slovenia gli abitanti sentivano, oltre alla generica appartenenza al mondo slavo e alla parallela fedeltà all’imperatore tedesco (o austriaco), un particolare attaccamento alla propria regione, cioè alla Carniola, Stiria o Carinzia.
Molto severo – e a mio vedere non sempre giustificatamente – è il giudizio di Hösler sulle posizioni culturali e politiche del clero e dei partiti cattolici sloveni, che tra Ottocento e Novecento produssero personaggi del calibro del vescovo (e da dieci anni beato) A.M. Slomšek, apprezzato perfino (ed è tutto dire) da parte della storiografia comunista degli anni Settanta, e dei politici J.E. Krek e A. Korošec, vero pilastro – quest’ultimo – della politica slovena e anche jugoslava negli anni Venti e Trenta del secolo appena trascorso.
In modo chiaro e approfondito l’autore tratta i drammatici eventi della prima guerra mondiale e il difficile periodo tra le due guerre, dedicando però pochissimo spazio – come nota anche Pirjevec – alla lotta (armata e culturale allo stesso tempo) degli sloveni del Litorale contro l’oppressione fascista nel corso del famigerato “ventennio”, dopo che il trattato di Rapallo del 1920 aveva lasciato entro i confini italiani ben trecentomila sloveni, cioè un quarto dell’intera popolazione, come del resto riportato anche nel libro. Alla lotta degli sloveni del Litorale, che insieme ai croati dell’Istria – anch’essi sacrificati sull’altare della ragion di stato – furono di gran lunga i primi antifascisti d’Europa, perseguitati in maniera spesso feroce, l’autore dedica appena 4-5 righe, menzionando peraltro le due principali organizzazioni di lotta clandestina, il Tigr e la Borba.
Generalmente l’autore dimostra comprensione anche per le difficoltà incontrate dagli sloveni nell’impatto traumatico con le formazioni statali che seguirono al crollo dell’Impero Austro-Ungarico: il brevissimo Stato degli sloveni, dei croati e dei serbi, seguito subito dopo (con significativa inversione) dal Regno dei serbi, dei croati e degli sloveni, e infine, a partire dal 1929, dalla Jugoslavia. Forse l’offensiva denominazione di Dravska banovina [Banato della Drava], inventata dal regime centralista di Belgrado appositamente per cancellare il nome della Slovenia e quindi la sua identità, sarebbe stata meglio tra virgolette.
Notevole sensibilità è dimostrata dall’autore nel trattare il delicato tema della drammatica contrapposizione tra partigiani e domobranci all’interno della terribile vicenda dell’occupazione nazi-fascista della Jugoslavia in generale e della Slovenia in particolare. Anche nel successivo capitolo relativo al dopoguerra, dal 1945 all’indipendenza, Hösler si muove con disinvoltura tra la presa di potere e il consolidamento della posizione di Josip Broz Tito, trattando con cognizione di causa le diverse questioni spinose sul tappeto, dalle epurazioni al rivoluzionamento dell’economia, ai confini da definire con Austria e Italia, alla cosiddetta “autogestione” (samoupravljanje), fino al ruolo della federazione multietnica, la Sfrj, tra i paesi non allineati. Con dovizia di particolari sono trattati gli ultimi anni della Jugoslavia, dalla morte di Tito vista come cesura ai primi passi della Slovenia verso la futura autonomia.
Molto buona anche la parte conclusiva del volume, comprendente non solo la progressiva rapida integrazione del paese – dopo la brevissima “guerra” contro l’esercito jugoslavo, la proclamazione dell’indipendenza e il riconoscimento della stessa – in tutte le istituzioni internazionali, ma anche interessanti brevi paragrafi che aiutano il lettore a conoscere meglio la Slovenia di oggi, come “Il bilancio economico”, “I rapporti con i paesi confinanti”, “Le minoranze in Slovenia”, “Gli Sloveni all’estero”, “Chiesa e cultura”, “La rielaborazione del passato”. Quasi inevitabile in questa fase molto più vicina a noi un maggior margine di soggettività nelle prese di posizione. Poco condivisibile è a mio parere l’indulgenza dell’autore nel giudicare per esempio un telefilm italiano targato Rai di qualche anno fa, Il cuore nel pozzo, che chiamare insulso e fazioso è fargli un complimento, mentre l’autore sembra quasi meravigliarsi delle fin troppo blande proteste slovene all’epoca della messa in onda. Da vero tedesco, Hösler viceversa all’occasione non risparmia nel corso del libro aspre critiche alla politica dei propri connazionali.
Per concludere, qualche osservazione più tecnica e formale. Giusta è a mio parere la decisione dell’autore di scrivere il nome storico tedesco delle località trattate (accanto a quello sloveno), almeno alla prima occorrenza, come del resto viene precisato subito all’inizio. Altrettanto corretta, per la versione italiana, la scelta di usare – quando esistente e di uso corrente – il nome italiano con le stesse modalità. Forse però si poteva segnalare anche il nome slavo per quelle località, oggi al di fuori dei confini sloveni, che rientravano (in un’epoca o nell’altra) nei confini etnici di questa nazione e/o sono particolarmente importanti nella coscienza collettiva di questo paese: si veda il caso della località di Viktring presso Klagenfurt (Celovec in sloveno), il cui convento cistercense, con i suoi 867 anni, una delle più antiche culle della cultura del paese, reca parallelamente al nome tedesco, storicamente e tutt’ora, quello sloveno di Vetrinj.
Apprezzabile è anche – ormai rara aves nel generale malcostume di trascrivere parole di varie lingue, tra cui quelle slave (con alfabeto cirillico e non solo) secondo l’ortografia inglese o con altri improbabili pasticci del genere – il corretto uso della trascrizione scientifica. Fa piacere insomma vedere una volta tanto scritto correttamente perfino il nome dell’ex presidente russo Gorbačev. Buona anche l’idea di indicare all’inizio del libro le lettere dell’alfabeto sloveno con la pronuncia di quelle che si discostano dall’uso italiano.
Non manca qualche piccola disattenzione, come il nome della città di Škofja loka scritto costantemente in modo errato come Škofija loka, o quello del letterato giansenista Japelj riportato sempre alla tedesca come Japel, nonostante l’espressa intenzione dell’editore di adottare, in caso di una pluralità di tradizioni, la grafia slovena, scelta a mio parere condivisibile. Il titolo del Saggio di una storia della Carniola di A.T. Linhart (p. 76) è citato solo in traduzione italiana, mentre sarebbe stato meglio indicare, almeno tra parentesi, anche quello originale (Versuch einer Geschichte von Krain), tanto più che alla stessa pagina è menzionata, solo in francese, la famosa commedia di Beaumarchais La folle journée ou Le Mariage de Figaro. Compare inoltre qualche errore qua e là, come la data d’uscita del primo fascicolo del giornale letterario Kranjska Čbelica (è citato il 1833 invece del 1830), e si dice che il sacerdote e predicatore protestante Primož Trubar dovette fuggire da Lubiana due volte, nel 1540 e nel 1542, mentre in realtà egli scappò nel 1540 per tornare a Lubiana nel 1542; l’ultima e più drammatica fuga del padre della riforma slovena risale invece a più di vent’anni dopo (1565). Dopo di allora il sacerdote non poté più far ritorno in patria, e infatti morì in Germania, a Derendingen, nel 1586.
Non si vede dove Hösler abbia trovato il dato che il già citato “Leonardo da Vinci sloveno”, J.V. Valvasor avrebbe parlato di Krainer e Kranjci come di due gruppi distinti (p. 63), mentre in realtà i due termini stanno invece semplicemente a indicare la denominazione degli abitanti della Carniola rispettivamente in tedesco e in sloveno. Nella cronologia alla fine del volume è poi presente un “Granducato di Carniola” al posto del corretto “Ducato di Carniola” (p. 266).
Molto utili risultano le varie cartine storiche, si sente invece la mancanza di una mappa della Slovenia attuale. Numerose e ben scelte le foto, in parte anche a colori. Estremamente valide le otto pagine della già citata cronologia. Ottima infine l’idea di riportare alla fine del libro brevi biografie di personaggi importanti per la storia del paese, cui si rimanda alla loro prima occorrenza nel corso del testo. Segue la bibliografia che rivela le carenze probabilmente linguistiche dell’autore cui si è già accennato più sopra: tra le opere citate, quelle in lingua slovena sono pochissime. Il tutto si conclude con l’indice dei nomi e quello dei luoghi.
Il volume – i cui pregi in generale sopravanzano di molto i difetti – guadagna anche dalla postfazione di Jože Pirjevec, che da “storico, sloveno e triestino” – come scrive lui stesso – in una dozzina di pagine integra e corregge qualche punto di vista dell’autore tedesco. È auspicabile che questo gradevole e interessante libro contribuisca davvero, anche in considerazione del fatto che è scritto da un autore super partes, al dialogo sloveno-italiano. A riprova della comprensione talora scarsa e difficoltosa tra queste due nazioni, lo stesso Pirjevec nelle ultime battute della sua prefazione sottolinea eloquentemente “il fatto stesso che per conoscere la storia degli sloveni, in un momento in cui le frontiere fra i due paesi vengono aperte nell’ambito dell’accordo di Schengen, sia necessario tradurre un testo dal tedesco”.
eSamizdat
Rivista di culture dei paesi slavi
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