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R. Kuhar, Media representations of homosexuality. An analysis of the print media in Slovenia, 1970-2000, Mirovni Inštitut, Ljubljana 2003;
A. Švab – R. Kuhar, The Unbearable comfort of privacy. The everyday life of gays and lesbians, Mirovni Inštitut, Ljubljana 2005;
Beyond the pink curtain. Everyday life of LGBT people in Eastern Europe, a cura di R. Kuhar – J. Takács, Mirovni Inštitut, Ljubljana 2007 (Cirus Rinaldi), pp. 353-360
I tre lavori analizzati hanno in comune uno studioso, Roman Kuhar, ora nei panni di autore ora in quelli di curatore. Kuhar è ricercatore presso il Mirovni Inštitut [Istituto per la Pace] di Lubiana, ha una formazione sociologica, insegna Studi gay e lesbici e Sociologia della famiglia presso la Facoltà di filosofia dell’università di Lubiana ed è un attivista del movimento LGBT sloveno. Le ricerche hanno inoltre in comune una zona geografica e culturale ben precisa, l’est Europa. Per lo studioso “occidentale”, nonostante i diversificati stravolgimenti e mutamenti socio-politici e socio-economici che lo hanno investito, l’“est Europa” è frutto di un sistema di rappresentazioni, e pertanto – come direbbe David Harvey – ogni forma di rappresentazione è anche una sorta di spazializzazione che congela il flusso dell’esperienza e, così facendo, non contribuisce che a deformare ciò che cerca di rappresentare. La lettura delle ricerche in oggetto per il pubblico accademico ha un’importanza duplice che risiede nelle due caratteristiche che ho evidenziato: la formazione di Kuhar, il suo essere accademico e contemporaneamente attivista, e il contesto culturale e intellettuale che le ha prodotte, l’“est Europa”.
Per rendere conto della prima caratteristica, la formazione e l’impegno civile di Kuhar, viene in aiuto la distinzione introdotta da Steven Seidman relativamente a teoria sociologica e teoria sociale: questi indica la prima come finalizzata alla spiegazione totalizzante della società, in cui la tensione verso la definizione di concetti universalizzanti determina una situazione in cui la teoria è prodotta da e per professionisti (i sociologi), è scorporata dal dibattito e dai conflitti pubblici e, pertanto, prevalentemente autoreferenziale. La teoria sociale emerge all’interno del dibattito pubblico e del conflitto sociale, le istanze che produce cercano di descrivere e spiegare problemi e fenomeni sociali, culturali o storici specifici e di poterli “influenzare”. Se la teoria sociologica intercetta un pubblico di specialisti (dandoli per scontati), la teoria sociale si riferisce a un pubblico più vasto ed eterogeneo (accademici, policy-makers, attivisti, legislatori, e così via) per aprirsi a correzioni e contaminazioni reciproche. Si potrebbe obiettare che la scienza sociale, nelle sue formulazioni classiche, non possa e debba influenzare, corrompendone i risultati attesi e l’intero apparato concettuale e analitico, l’oggetto di ricerca. Basta riferirsi alle recenti acquisizioni dell’epistemologia del “costruttivismo complesso” (giusto per fare qualche riferimento, si pensi a Watzlawic, Bateson, Neisser, von Foerster, Varela, von Glasersfeld, Morin e così via), senza scomodare il rapporto tra scienza e filosofia elaborato da Werner Heisenberg, per ribadire che co-costruiamo e influenziamo la nostra “osservazione”, a causa della capacità proattiva e anticipatoria della mente, in grado, di conseguenza, di selezionare i suoi stessi input. È opportuno ricordare anche Wright Mills, dopo quanto suggerisce efficacemente Steven Seidman, per affermare che uno dei compiti dello scienziato sociale è risvegliare nei soggetti un ruolo attivo nella possibilità di trasformare le strutture sociali. Il secondo punto, quello relativo al contesto e alla localizzazione delle ricerche, offre allo studioso “occidentale” la possibilità di confrontarsi con una realtà sociale la cui configurazione è molteplice, diversificata, pulsante e resistente nei confronti dell’occidente che l’ha cristallizzata, spazializzandola in un “est Europa” indefinito. E pertanto stereotipato.
Il lavoro di Kuhar comprende questo duplice obiettivo: rispondere all’interno dell’analisi scientifica all’esigenza di un programma di ricerca rigoroso, e considerare le possibilità di trasformazione strutturale grazie a forme di esercizio di giustizia sociale e sessuale e di coinvolgimento della società civile slovena. Non senza offrire una possibilità di comparazione con una realtà politica e culturale in continuo mutamento.
Il primo dei lavori analizzati, Media representations of homosexuality. An analysis of the print media in Slovenia, 1970-2000, studia le rappresentazioni dell’omosessualità nella stampa slovena dal 1970 al 2000.
Nella prima parte viene ricostruita la storia della percezione e della stigmatizzazione dell’omosessualità, dalla sua patologizzazione (le prime discussioni si rifanno ai paradigmi essenzialisti e psicopatologici in auge nei primi anni Venti e Trenta in Europa) e criminalizzazione (per il secondo paragrafo dell’art. 168 del codice penale jugoslavo, l’omosessualità era un atto criminale), al silenzio e alla censura (soprattutto negli anni Settanta) sino al sorgere delle prime forme di associazionismo LGBT e alla loro istituzionalizzazione (a partire dagli anni Ottanta grazie al festival di cultura omosessuale Magnus, all’omonima organizzazione gay derivata all’interno dello Škuc, centro culturale studentesco di Lubiana).
Viene prestata particolare attenzione, attraverso la Critical Discourse Analysis tematizzata da Norman Fairclough, all’analisi e all’individuazione dei temi chiave attorno i quali ruota la costruzione della specificità dell’identità omosessuale quale prodotto delle rappresentazioni sociali. Si procede quindi con l’individuazione di (macro)categorie derivate dalla procedura di codifica dei testi (in totale 13 “codici”, tra cui per significatività: cultura, politica, stile di vita, unioni omosessuali, Aids, criminalità e così via), pervenendo alla loro definizione per via induttiva, e conseguentemente, all’individuazione dei principali “nuclei figurativi” attraverso i quali l’idea socio-culturale di “omosessualità” si sostanzia in oggettivazioni e immagini che, riproducendo l’invisibile, assumono il ruolo di principale materiale di scambio dei sistemi comunicativi sociali, definendo la “funzione strumentale” del fenomeno medesimo. L’analisi si rifà, pur nella specificità della Critical Discourse Analysis, a riferimenti teorici ancorati sul concetto di rappresentazioni sociali, così come introdotto da Moscovici, che modifica il concetto durkheimiano di rappresentazioni collettive. Le rappresentazioni sociali vengono definite come modalità di conoscenza che permettono non solo l’elaborazione dei comportamenti ma che favoriscono altresì che abbia luogo la comunicazione tra gli individui attraverso processi di semplificazione della complessità sociale in immagini facilmente veicolabili e trasmissibili. Anche all’interno dei processi di rappresentazione sociale dell’omosessualità ci si riferisce a due fondamentali processi generatori: l’“ancoraggio” (ancrage) e l’“oggettivazione” (objectivation). Per “ancoraggio” s’intende quel processo di inserimento di qualcosa o di qualcuno sconosciuto o minaccioso in un quadro contestuale in modo da poterlo interpretare e controllare. Il processo di ancoraggio si definisce attraverso le dinamiche di classificazione e di categorizzazione, mediante le quali si determina un modello al quale riferire, nelle interazioni sociali, un specifico comportamento (evento, oggetto, fenomeno) e dal quale far derivare adeguamenti e scostamenti e relative forme di sanzione. Ritornando al tema in oggetto, i processi di categorizzazione dell’omosessualità e degli omosessuali (sloveni, ma non solo) sono serviti a “costruire” ora il nemico, ora il malato, ora il criminale, ora l’immorale e il perverso: il loro scopo non è semplicemente quello di classificare ma anche di assegnare ed etichettare persone, gruppi e pratiche. Kuhar definisce, analizzandoli, i frame messi in atto dalla stampa slovena: con la stessa funzione di una cornice che separa la tela dallo spazio e la definisce, per esempio, rispetto a una parete, il frame suggerisce ciò che è rilevante e ciò che non lo è. La nozione di frame è traducibile con “cornice”, “intelaiatura”, “quadro”, “modello”: essa suggerisce l’inclusione e l’esclusione, l’impermeabilità e la permeabilità insieme, la separazione e il contatto. Nella formulazione proposta da Goffman il concetto di frame si riferisce a schemi di interpretazione che consentono alle persone di individuare, percepire, scorgere, identificare e classificare gli “eventi” dell’informazione. I frame consistono in filtri o mappe cognitive che permettono a un pubblico di interpretare e valutare un dato messaggio e più precisamente comunicano “come” interpretare un messaggio, indicandone le parti che più contano a discapito di altre da ignorare. Da un punto di vista prettamente sociologico si considera il concetto di frame per riferirsi sia al modo in cui il significato è codificato e incorporato in un messaggio (encoding) sia alle etichette che faciliterebbero la comprensione individuale e collettiva e la strutturazione della conoscenza secondo modelli basati su esperienze passate, convinzioni, aspettative, identificazioni e proiezioni. I frame sono definibili pertanto come l’interfaccia attraverso cui gli individui si relazionano con la realtà, i principi di organizzazione che regolano gli eventi e il nostro coinvolgimento soggettivo al loro interno. Essi intervengono pertanto nell’orientare e nell’organizzare la conoscenza della realtà, il giudizio sulla realtà, il discorso sulla realtà (Thompson, van Dijk, Fairclough, Fowler). Il framing coinvolge inoltre processi di selezione e di enfatizzazione (salience): incorniciare temi specifici, come uno stile di vita o un’esperienza, richiede la selezione di alcuni aspetti della realtà osservata e la loro traslazione enfatizzata (salient) in un’immagine, in modo da determinare la creazione di una possibilità, di valutazioni di tipo etico, e così via. Appare significativo, nelle riflessioni proposte dall’autore, come all’interno delle costruzioni oppositive del nemico-amico, la stampa jugoslava abbia associato l’omosessualità, in particolar modo negli anni Ottanta e relativamente al panico morale introdotto dalla diffusione dell’Aids, alla minaccia straniera (americana e occidentale), e di conseguenza anticomunista. In tal senso la malattia diventa rischio limitato alla “categoria” degli omosessuali e proveniente dall’esterno.
Il lavoro procede con la definizione di macroaree (o più esattamente di “famiglie” di codici), ovvero stereotipizzazione, medicalizzazione, sessualizzazione, segretezza, normalizzazione. Kuhar utilizza un campione di testi raccolti (644) che si avvicina al numero complessivo della “popolazione” e ne analizza anche i temi preponderanti in relazione a decadi temporali (1970-1980; 1981-1990; 1991-2000), nonché le relative distribuzioni nei suddetti archi temporali. Non appare pienamente convincente, da un punto di vista prettamente metodologico, la scelta dell’autore di assemblare ogni tipologia di testo stampato (quotidiani, riviste, allegati, altri tipi di pubblicazioni periodiche) e di non distinguere, esplicitamente e a priori, tra prodotti di stampa “generalista” e stampa specificatamente gay. Se nelle analisi fornite dall’autore appare implicita la distinzione, il lettore straniero avrebbe potuto apprezzare un’analisi manifesta delle due strategie discorsive, l’auto-rappresentazione (definita dalla stampa di nicchia e specialistica LGBT) e l’etero-rappresentazione dell’omosessualità, e, una volta sorto e istituzionalizzatosi il movimento LGBT in Slovenia, le modalità di influenza tra i due universi simbolici (LGBT e non-LGBT).
In The unbearable comfort of privacy. The everyday life of gays and lesbians, scritto in collaborazione con Alenka Švab, ricercatrice di Sociologia della famiglia e Sociologia del genere presso la Facoltà di scienze sociali dell’università di Lubiana, si fa ricorso a un approccio multimetodo quali-quantitativo per studiare gli effetti dell’eteronormatività sulla vita quotidiana delle persone gay e lesbiche. Il lavoro, nella sua sezione quantitativa, si basa sulla ricerca condotta su un campione non statistico detto “a valanga” o snowballing, disegno campionario utile nel caso dello studio di popolazioni “clandestine” o “nascoste” per motivi di desiderabilità sociale. I soggetti da inserire nel campione sono individuati a partire dai medesimi soggetti intervistati: questi sono utilizzati come informatori per identificare soggetti con le stesse caratteristiche. La ricerca in questione ha raggiunto 443 soggetti (292 uomini e 151 donne; dai 17 ai 60 anni; la maggioranza degli intervistati rientra nell’intervallo 21-40 anni; per il 60% circa provenienti da grandi centri urbani; per il 36% studenti e per il 42 % circa impiegati) a cui è stato somministrato un questionario strutturato composto da sette sezioni tematiche (dati demografici; identità omosessuale; relazioni e vita affettiva; violenza e discriminazione; subcultura gay e lesbica e rapporto con i media; rapporti di filiazione e figli).
La seconda parte della ricerca, nella sua declinazione qualitativa, si è basata sulla conduzione di interviste attraverso la tecnica di rilevazione dei focus group: ne sono stati condotti un numero totale di sette che hanno coinvolto complessivamente 36 partecipanti. Il focus group come tecnica di rilevazione è stata scelta al fine di trattare in profondità alcuni item del questionario: attraverso la tecnica, infatti, è possibile assistere a una conversazione e una discussione all’interno di un gruppo ristretto (5-12 persone), agli aggiustamenti delle percezioni e delle rappresentazioni attraverso il confronto e la condivisione. Il focus group viene utilizzato dai due autori non solo come tecnica di raccolta delle informazioni, dei punti di vista, delle rappresentazioni e delle interazioni che le determinano (il cosa, il come e il perché), ma anche come strumento per intervenire su un dato contesto sociale o leggere le strategie identitarie.
I due studiosi si concentrano, al momento dell’analisi, specificatamente sulla dimensione del coming out (la sezione più corposa del saggio; attraverso la letteratura internazionale più rilevante, fanno riferimento alla formazione e acquisizione dell’identità omosessuale, alle strategie di coping utilizzate all’interno dei contesti ostili quali quelli scolastici e all’interno del gruppo dei pari; al processo di coming out all’interno dei contesti familiari e del gruppo dei pari); delle relazioni affettive con i partner (scelta del partner; reti affettive e amicali più generali; negoziazione della propria identità e affettività all’intero dello spazio pubblico; rapporti di filiazione); della discriminazione e della violenza (discriminazione nei luoghi di lavoro; violenza nello spazio pubblico; processi di vittimizzazione).
Il fulcro della ricerca ruota intorno alle modalità di adattamento e aggiustamento delle persone omosessuali nei confronti delle norme sociali e dei modelli di comportamento eterosessuale. L’eterosessismo si sostanzia in processi di esclusione che determinano la stigmatizzazione di ogni comportamento associato all’omosessualità nonché, negli omosessuali medesimi, pressioni ad adattarsi, “imitare” modelli, norme e ruoli eterosessuali (p. 20). Spesso le azioni di offesa e violenza omofobica all’interno di un contesto eterosessista (sia che si tratti di comportamenti violenti manifesti, di mortificazione dell’altro, conquista di una posizione di supremazia, attacchi fisici o verbali, come insulti, minacce e denigrazione) si concretizzano in atteggiamenti di esclusione che pongono la vittima in luce negativa e la costringono all’isolamento all’interno del gruppo sociale più vasto. L’innescamento di tali processi determina l’etichettamento di certi individui come “vittime”, contribuendo a creare non solo le condizioni ambientali e i contesti sociali atti alla loro perpetuazione, ma fanno altresì interiorizzare ai soggetti vittimizzati, in una sorta di riorganizzazione simbolica della propria identità, le modalità di azione conformi al proprio ruolo. Un’analisi costruttivista non può che interrogarsi criticamente sui processi di “reificazione della realtà sociale” e sugli errori relativi alla stabilizzazione e cristallizzazione del concetto di cultura e di pratiche culturali. Sovente l’omosessualità è stata reificata in stereotipi che, se hanno veicolato in termini comunicativi la “trasmissione” della “categoria”, ciò è avvenuto a danno di un’analisi rigorosa e avalutativa (e pertanto patologizzante, medicalizzante e criminalizzante). La produzione di rappresentazioni avviene attraverso forme di regolazione e controllo del comportamento dell’“altro”: sono gli stessi attori sociali a definire un’agenda dei problemi o, più correttamente, a rendere “problematici” (leggi patologici, clinici, devianti e criminali) alcuni aspetti della vita sociale. Nella lettura interazionista che qui si fornisce del lavoro di Kuhar, e che pare essere esplicitata nei risultati del lavoro in oggetto (con riferimenti anche a una prospettiva post-strutturalista tinta di teoria queer), si vuole privilegiare il rapporto che si instaura tra reazione sociale e agenzie di controllo e la definizione e la qualificazione di deviante.
Kuhar e Švab provano come la reazione sociale (che si tratti di percezione sociale, controllo sociale formale o informale) al comportamento omosessuale determini processi di stigmatizzazione che contrassegnano pubblicamente (nel discorso pubblico) le persone LGBT come moralmente inferiori, mediante etichette negative, marchi, bollature, o informazioni pubblicamente diffuse, che inducono il soggetto a identificarsi con gli altri individui che condividono le sue stesse caratteristiche. In contesti particolarmente pressanti (e violenti) il soggetto omosessuale può, pertanto, assumere un ruolo attivo all’interno del mondo associativo, assumendo una visibilità specifica, o passare per “eterosessuale”, “imitandone” i valori e i comportamenti. A tale proposito, pare utile riferirsi alla distinzione classica tra “screditato” e “screditabile”. Nel primo caso si tratta dell’attore sociale i cui segni della stigmatizzazione sono immediatamente visibili o noti, lo screditabile invece mette in atto strategie atte a controllare le informazioni che potrebbero palesare o svelare la sua condizione. In breve, il discreditato “fronteggia le tensioni”, mentre lo screditabile “deve amministrare l’informazione”. Gli attori sociali sono pertanto coinvolti in attività, routine e pratiche tese a evitare le “discrepanze” che potrebbero inficiare la coerenza di una rappresentazione o performance identitaria specifica: possiamo così comprendere in che termini le persone LGBT, in contesti particolarmente ostili, si “adattino” – manipolando, nascondendo, simulando simboli identitari. In questo caso queste strategie sono messe in atto per “passare” per soggetti “normali”, attività che viene svolta all’interno di condizioni strutturate socialmente e nel rischio continuo di essere “scoperti e rovinati”. Questi aspetti sono analizzati coerentemente nel capitolo Discrimination and violence in cui vengono trattate anche le forme di “eterosessualizzazione” dello spazio pubblico urbano che, perpetuando pratiche di esclusione (manifeste e tacite), di fatto proclamano l’inadeguatezza dei comportamenti omosessuali e l’“imbarazzo sociale” (leggi i “rischi” relativi all’ordine sociale) che questi implicano. La riflessione appare più cogente se ci riferiamo ai processi di vittimizzazione: se l’identità conclamata come “normale” è quella eterosessuale, ciò significa che, all’interno del senso comune, appare legittimo perseguitare quelle identità che si discostano dallo “standard” e dalla “tipicità” eterosessuale. I dati della ricerca slovena riportano che il 61% del campione ha subito violenza (verbale e/o fisica) da parte di estranei, mentre il 26% dai genitori o parenti, il 23% circa da amici o conoscenti e il 22% circa da compagni di scuola (appare significativo che mentre tra le donne lesbiche appena l’8% ha subito violenza all’interno dei contesti scolastici, ben il 30% circa degli uomini gay è stato vittima di violenze all’interno delle strutture educative). Situazioni come quella slovena (diffuse, invero, anche nel nostro contesto) non fanno altro che richiamare l’attenzione su fattispecie ignorate dal nostro ordinamento e quanto mai necessarie, mi riferisco all’urgenza di norme che individuino e puniscano i crimini d’odio e la loro istigazione, ovvero tutti quegli atti e comportamenti violenti determinati da pregiudizi e stereotipi che generano discriminazioni di genere, appartenenza etnica e orientamento sessuale. Il crimine d’odio commesso nei confronti di una persona omosessuale in quanto omosessuale è motivo di danno secondario per l’intera comunità “manifesta” (e “latente”) di persone LGBT, perché non solo ha un impatto diretto e specifico ma costituisce un attacco simbolico nei confronti del gruppo discriminato cui appartiene la vittima. Nel primo caso, quello della comunità “dichiarata”, “manifesta”, azioni del genere possono ingenerare infatti disagio psichico, paura, modificandone anche le abitudini e gli stili di vita; nel secondo caso, la comunità latente, in the closet, tutti quegli adolescenti LGBT che non riescono ancora a dirsi e a raccontarsi, rischiano di accentuare l’auto-isolamento fino a forme estreme di autolesionismo. Lo studio si conclude con un’appendice che riporta le aree di policy e di intervento relative all’adozione di una legislazione anti-discriminatoria e di linee guida da adottare nei contesti scolastici, lavorativi e socio-assistenziali.
Beyond the pink curtain. Everyday life of LGBT people in Eastern Europe, curato da Kuhar con Judit Takács, docente di Sociologia e Studi di genere presso l’università Corvinus di Budapest, presenta una serie di saggi relativi alle condizioni di vita delle persone LGBT in diverse nazioni est-europee e postsocialiste. Il volume, con la prefazione di Gert Hekma e pubblicato sempre dal Mirovni Inštitut, comprende ventuno saggi di studiosi accademici e non, di diversa appartenenza disciplinare (sociologia, antropologia, psicologia, studi culturali) e di diversi contesti geografici e culturali (sono rappresentati rapporti, studi e resoconti della vita delle persone LGBT della gran parte del paesi est-europei: Serbia, Slovenia, Lituania, Repubblica ceca, Polonia, Ungheria, Germania orientale, Estonia, Bulgaria, Lettonia, Croazia, Bielorussia). I saggi rispondono, come precedentemente indicato, ad approcci disciplinari e metodologici assai diversificati e sono frutto di una conferenza svoltasi a Lubiana nell’ottobre del 2005. Il volume è strutturato in sei sezioni che affrontano processi specifici della vita quotidiana delle persone LGBT nell’Europa dell’est: il processo di costruzione identitaria e di coming out; la dimensione “comunitaria”; l’instabilità delle identità; la dimensione relazionale e affettiva delle famiglie “atipiche”; la rappresentazione sociale delle persone LGBT e la dimensione della discriminazione e della violenza. Il volume presenta, così come dichiarano i curatori, ricchezza di informazioni e documentazione di una realtà che, sino a questo momento, non aveva goduto di una sistematizzazione coerente. Nei diversi saggi vengono presentati frammenti della vita delle persone LGBT in contesti postsocialisti, evidenziando ciò che la “cortina di ferro” aveva nascosto e, soprattutto, le distorsioni introdotte a causa dei lunghi anni di silenzio e persecuzione. Mi sia permesso di evidenziare, brevemente, aspetti e temi elencando i saggi compresi nel volume in esame. Liselotte van Velzen (antropologa) è autrice del primo saggio, un’etnografia della vita quotidiana di gay e lesbiche condotta nel 2004 in Serbia: il suo lavoro prende in considerazione l’identità quale costrutto culturale, contestuale e “strategico”, perché mutevole e adattabile anche a contesti ostili (usa categorie micro-sociali quali shifting, passing, mimicry e cover up). Roman Kuhar analizza il processo di coming out all’interno delle famiglie slovene, approfondendo quanto già analizzato in The unbearable comfort of privacy: usa il concetto di transparent closet come stadio mutevole che rappresenta l’esperienza dei gay e delle lesbiche a confronto con le strategie messe in atto in contesti poco favorevoli o non pienamente responsivi. Jolanta Reingarde e Arnas Zdanevičius (entrambi professori di sociologia presso l’Università Vytautas Magnus, Lituania) analizzano invece i processi di coming out all’interno dei contesti lavorativi facendo prevalentemente riferimento all’analisi foucaultiana e alla teoria queer à la Seidman. Katerina Nedbálková (sociologa presso l’università Masaryk di Brno) analizza, inaugurando la sezione dedicata allo sviluppo delle comunità LGBT, la dimensione comunitaria e aggregativa di gay e lesbiche attraverso l’analisi di dati etnografici (la sessualità impersonale nei bagni pubblici; la commercializzazione identitaria nelle discoteche e l’identità “impegnata” dell’associazionismo) raccolti a Brno, Repubblica ceca: analizza sapientemente la subcultura gay e lesbica ceca contemporanea guardando al passato (particolarmente interessante la testimonianza di “Marta”, guardiana di un bagno pubblico). Rita Béres-Deák (attivista LGBT ungherese) riporta i dati di un ricerca antropologica condotta all’interno di una comunità lesbica dal 1999 al 2002 ed evidenzia i processi di adattamento e di pressione a conformarsi esistenti all’interno della suddetta comunità. Anna Gruszczyńska (dottoranda presso la School of Languages and Social Sciences dell’Aston University, Birmingham) analizza i processi di cyberizzazione della comunità LGBT polacca e le implicazioni nei processi di coming out, di empowerment culturale e di cyber-organizing. Frédéric Jörgens (ricercatore presso l’Istituto universitario europeo di Firenze) analizza la vita quotidiana di gay e lesbiche a Berlino est: chiaramente, il saggio si riferisce ai processi di riconoscimento delle diversità tra memoria storica e cambiamento sociale, e di definizione della propria identità in termini generazionali e ideologici. Bence Solymár (attivista LGBT ungherese) e Judit Takács trattano il caso delle persone transessuali nel sistema sociale ungherese facendo riferimento specifico al sistema sanitario pubblico e privato, ai criteri di “cura” e di supporto, e ai diritti delle persone transessuali ungheresi. Anna Borgos (psicologa presso l’Accademia ungherese delle scienze) discute di bisessualità sulla base di “micro-studi” condotti all’interno di due fora su internet prevalentemente animati da gay e lesbiche, analizzando gli argomenti “pro” e “contro” la bisessualità. Judit Takács, nel suo successivo contributo, applica il test di Rokeach per individuare le rappresentazioni e le preferenza valoriali di un campione di 221 uomini gay ungheresi. Eva Polášková (psicologa presso l’Istituto per la ricerca su bambini, giovani e famiglia della Facoltà di scienze sociali, università Masaryk di Brno) studia attraverso un’analisi etnografica di dieci famiglie composte da partner lesbiche e dei loro tredici bambini, evidenziando le pratiche quotidiane di adattamento e di definizione dei ruoli. Alenka Švab approfondisce il tema della filiazione tra gay e lesbiche sloveni, del loro desiderio di genitorialità e delle loro preferenze riproduttive, evidenziando come un contesto ostile possa determinare in questi stessi soggetti forme di auto-negazione del ruolo genitoriale. Jana Kukucková analizza la divisione del lavoro familiare di dodici coppie lesbiche (slovacche, ceche e ungheresi). Kevin Moss (direttore del Dipartimento di russistica presso il Middlebury College, Vermont, USA) analizza le strategie di rappresentazione delle persone LGBT nella produzione cinematografica dell’Europa centrale e orientale. Hadley Z. Renkin (antropologa dell’Albion College, USA) studia la creazione della memoria lesbica in Ungheria, individuandone i paradossi e le potenzialità. Heidi Kurvinen (dottoranda presso l’Università di Oulu, Finlandia) analizza, invece, la rappresentazione dell’omosessualità nella stampa estone dai tardi anni Ottanta sino ai primi Novanta e nota come questa sia passata da forme di medicalizzazione a forme di sessualizzazione (influenzate dai più generali processi di “commercializzazione” della società) sempre filtrate dalla “norma” eterosessuale. Monika Pisankaneva (attivista LGBT bulgara) studia invece le forme di rappresentazione delle persone LGBT nei mass media bulgari. Aivita Puntina (professore presso la Facoltà di scienze sociali, università della Lettonia) studia il rapporto tra omofobia e costruzione della mascolinità a partire dal contestato Gay pride di Riga del 2005. Gregory E. Czarnecki (ha conseguito recentemente un master in Human rights and democratisation a Venezia) studia le analogie tra l’antisemitismo polacco del periodo anteguerra e l’omofobia polacca contemporanea, tra “cospirazione ebrea” e “lobby omosessuale”. Ivana Jugović, Aleksandra Pikić, Nataša Bokan (croate, di diversa estrazione accademica e attiviste LGBT) si occupano dei processi di stigmatizzazione e di reazione allo stigma delle persone LGBT in Croazia, attraverso la somministrazione di un questionario strutturato a 202 persone LGB (utilizzano scale e test psicologici finalizzati alla percezione dello stigma, del pericolo associato alla visibilità della propria identità e della frequenza della violenza esperita a causa del proprio orientamento sessuale). Viachaslau Bortnik (Amnesty International, Bielorussia e attivista LGBT) fa un resoconto della condizione delle persone LGB in Bielorussia e, attraverso i dati raccolti con un’inchiesta su piccola scala, registra la diffusione di crimini d’odio (hate crimes) motivati dall’orientamento sessuale delle vittime: evidenzia altresì che l’omofobia acquista sovente anche una dimensione istituzionale (indifferenza della polizia, misure preventive inadeguate se si tratta di persone LGBT e così via).
Il lavoro presenta risultati di indubbio interesse anche per il sociologo dei movimenti collettivi e per il sociologo politico che voglia analizzare, in termini comparativi, il rapporto tra processo di destrutturazione politica e genesi delle nuove domande di riconoscimento politico e giuridico. Nell’analisi del volume, nella sua complessità, si ritrovano istanze che, centrate sul discorso delle identità LGBT, sollecitano il lettore a rileggere i saggi “postsocialisti” e a volerne approfondire i rapporti con il marxismo, il femminismo, il postmodernismo, il decostruzionismo, il post-strutturalismo. Appare interessante, al di là delle intenzioni degli autori, individuare il filo rosso che attraversa i diversi temi (cosmopolitismo, globalizzazione, critica culturale, multiculturalismo, ibridazione, oppressione e violenza, diaspora, differenza/diversità) al fine di comprendere non soltanto le istanze che stanno alla base della teorizzazione dei movimenti presi in esame, ma anche alle posizioni assai originali e significative che emergono in relazione ai conflitti in corso su scala globale. Il che può apparire difficoltoso per chi, volendo accingersi alla lettura del testo, immagini di ritrovare un capitolo conclusivo in chiave comparativa. Questo è l’unico vero limite del testo che raccoglie, ricordiamolo, gli atti di un convegno e che, sotto ogni altro aspetto critico, non delude il lettore e lo studioso più attento. Per il sociologo “occidentale” (italiano) la sorpresa e l’apprezzamento per lo studio attento e rigoroso di un settore che in Italia (parte dell’occidente con cui, umilmente, gli autori vogliono entrare in contatto e confrontarsi con l’uso di una “lingua globale”) appare ancora essere un settore marginale. Non sembra un caso che la “visibilità” dei soggetti e delle identità LGBT e di questi settori di ricerca (maldestramente trascurati), anche in Italia, passi attraverso la teorizzazione matura della società civile e dell’associazionismo non governativo e non attraverso le istituzioni (accademia compresa). Ciò fa guardare all’Europa dell’est con interesse. E speranza.
Appare inoltre particolarmente utile notare che i tre testi sono disponibili in due lingue (sloveno e inglese), e che la versione pdf è scaricabile gratuitamente dal sito del Mirovni Inštitut (<http://mediawatch.mirovni-institut.si/eng/mw13.htm>, <http://www.mirovni-institut.si/eng_html/pub_politike.htm>, <http://www.mirovni-institut.si/Publikacija/Detail/en/publikacija/Beyond-the-Pink-Curtain-Everyday-Life-of-LGBT-People-in-Eastern-Europe>). La Slovenia e l’istituzionalizzazione degli studi LGBT, così vicini così lontani.
eSamizdat
Rivista di culture dei paesi slavi
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